Indivisibili: la canzone triste del due

14/10/2016 di Emanuele Bucci

Il terzo film di Edoardo De Angelis porta a piena maturazione una poetica già insita nelle precedenti opere del regista: quella di una duplicità viva, dolorosa e contraddittoria, che qui coinvolge con pari profondità storia, personaggi e scelte stilistiche.

Le canzoni belle sono sempre tristi: lo dice in napoletano, anzi lo sputa, come la bile di un’ispirazione scadente e scaduta, il miserabile Don Peppe (Massimiliano Rossi), paroliere, padre e sfruttatore delle due protagoniste di Indivisibili, terzo film di Edoardo De Angelis. Dasy e Viola (Angela e Marianna Fontana) sono due diciottenni gemelle siamesi, non condividono organi vitali ma una vasta rete di capillari che fa funzionare i loro metabolismi come uno solo, al punto che «se una mangia, l’altra ha il mal di stomaco». Un destino letteralmente in comune che un banale intervento alla nascita sarebbe stato sufficiente a separare: ma ciò avrebbe significato rinunciare al prodigio che ha fatto delle due ragazze le star di un redditizio show che spopola in tutto il litorale domizio, tra Napoli e Caserta. Lo show delle giovanissime cantanti neomelodiche appunto “indivisibili”, come rimarca il testo di uno dei loro maggiori successi musicali, ma anche il nome del furgone guidato dal capofamiglia-manager, con al seguito madre delle ragazze e parenti più prossimi: tutti quanti soci della fortunata impresa che si regge sui due corpi attaccati, dove quel tratto di carne condiviso al di sotto del bacino attira gli sguardi, le domande indiscrete e persino le palpate di chi ha sentito dire che «porta fortuna». Sono canzoni tristi, quelle di Dasy e Viola, liriche e malinconiche, duplici anch’esse, perché dietro la retorica sentimentale da canzonetta scorre sempre la canzone reale delle due sorelle: vera, perenne e ancora più triste, specialmente da quando Dasy, la più ansiosa di vivere una vita solamente sua, scopre con Viola la possibilità dell’intervento che le separi.

Fin dall’esordio, il cinema di De Angelis ha cantato per immagini una terra (la Campania del Napoletano e del Casertano) e i suoi abitanti, toccando spesso le corde della mestizia: ma più ancora, e ci sembra il vero dato forte in comune, ciò che rende “indivisibili” i suoi tre lungometraggi, le sue storie su Napoli e dintorni pongono in modi diversi il nodo della duplicità. Quel problema vecchio almeno come gli esseri umani, che non significa solo rapporto travagliato di una soggettività con il proprio altro; bensì, dialettica tra opposti che pure si trovano paradossalmente legati, al punto da confondersi a più riprese nell’unità, in un gioco che ripropone e ridiscute perennemente i motivi di contrasto e quelli di coincidenza. Nella filmografia di De Angelis, questo discorso emergeva sin dall’epopea picaresca di Mozzarella Stories: dove i registri della farsa e quelli della tragedia si alternavano e si (con)fondevano come l’humus narrativo grottesco di un altro dualismo, quello tematico della mozzarella, una «cosa così pulita e candida» venuta fuori dalla «tanta sporcizia» delle industrie casearie in guerra. Il dualismo era stato quindi tradotto, nell’opera seconda del regista, Perez., in modo più sottile, come un dissidio tra passività e azione, tra abisso e rivalsa, che si dibatteva nell’animo del protagonista.

Ora, con Indivisibili, la poetica della duplicità si trova espressa a un livello ancora più alto di complessità ed efficacia: in primo luogo perché il tema dell’unione forzata tra due persone estremamente simili (quasi identiche, nell’aspetto) ed estremamente diverse (quasi opposte, nelle psicologie) offre lo spunto per affrontare sino in fondo il problema, anche rispetto alle scelte visive. Il mezzo cinematografico, in questo senso, viene sfruttato al massimo delle potenzialità: basti pensare a una delle soluzioni di scrittura filmica da sempre privilegiate per esprimere in immagini il mondo interiore di un personaggio e comunicarlo con forza a chi guarda, il primo piano. Data la loro condizione, i personaggi di Dasy e Viola non possono che condividere ogni inquadratura di questo genere, con una potente pluralità di effetti e significati: da un lato, l’identificazione dello spettatore si trova al contempo spaccata e moltiplicata dall’immersione simultanea, a colpo d’occhio, nelle reazioni di entrambe le protagoniste, che quasi sempre rispondono con reazioni ed espressioni opposte alle svolte del dramma (un effetto, questo, rafforzato dall’ottima performance delle due attrici esordienti); dall’altro lato, i primi piani e in generale le inquadrature condivise dalle due gemelle provocano sovente una sensazione di insufficienza della stessa macchina da presa, del suo sguardo, come se i confini dell’inquadratura fossero fin troppo stretti per racchiudere tutte e due le protagoniste. Il risultato, in questo senso, è che possiamo percepire e leggere, già a un livello puramente visivo, quel senso di prigionia esplicitato da Dasy, quando si sfoga con l’altra dicendo che le pare di vivere «in una gabbia»: anche se la gabbia, le ricorda ferita Viola, «siamo io e te».

La dolorosa, vitale, imprescindibile contraddittorietà del numero due si arricchisce di implicazioni man mano che progredisce il dramma delle protagoniste, il loro cammino ingenuo e disperato per andare incontro almeno alla possibilità di una vita diversa. Viola e Dasy esprimono il dualismo di una coppia che si ama, di ogni coppia che si ama: la polarità mai davvero conciliabile tra il soggetto che vorrebbe primariamente conservare una stabilità rassicurante e protettiva con l’altra persona, e l’altro che invece reclama la spinta verso la novità, che è anche conservazione, o riconquista, della propria indipendenza. Dove però la forza del legame affettivo rende i due movimenti ugualmente problematici e soggetti al dubbio, al ripensamento per venire incontro al bene della persona amata. Ed ecco appunto che per amore della sorella Viola mette in discussione la sua volontà di stasi, di cristallizzazione delle dinamiche e degli equilibri, così come Dasy tempera l’ansia di movimento verso l’esterno e l’altro (emotivo, sessuale, esistenziale) di fronte alle lacrime della gemella. E in fondo i due movimenti contrastanti, estremi ma mai del tutto coerenti, di Dasy e Viola sono i due movimenti primari che agitano anche il singolo individuo, la tensione tra quiete e stimolo, tra stabilità e cambiamento: e la conflittualità si risolve quindi nuovamente in problematica unione, in una complementarietà viva e mai pacificata che sola permette al dramma di andare avanti.

Ma la forza ulteriore di Indivisibili sta nel fatto che il dualismo non rimane circoscritto alle protagoniste: permea invece l’intera rappresentazione dello squarcio di mondo dove si consuma la loro parabola. Il microcosmo partenopeo narrato qui da De Angelis è un campionario visivo e tematico di ambiguità, di contrasti. C’è, ad esempio, il contrasto tra gli ambienti umani, degradati, brulicanti di figure inquiete, e la presenza vasta, eterna e indifferente dell’elemento naturale, la sabbia e soprattutto il mare: focalizzato con insistenza nei diversi campi lunghi che lo vogliono in primo piano, elemento che unifica il piccolo mondo del litorale con l’esterno, così come la trama delle canzoni bagna e collega le diverse sequenze («noi e l’acqua siamo una cosa ma abbiamo scelto il deserto», dice una delle canzoni). C’è poi il contrasto interno all’umanità che circonda le due ragazze, tra povertà materiale (gli extracomunitari sfruttati dal prete Don Salvatore) e morale: la famiglia di Dasy e Viola vive ancora nella precarietà economica perché ha dissolto i lauti guadagni delle cantanti nei simulacri e nelle dipendenze del consumismo, tra pellicce di visone, elettrodomestici superflui e dipendenza dal gioco. L’ambiguità tra l’alibi di preservare le figlie da un mondo crudele e lo sfruttamento cinico che espone le ragazze a quella stessa crudeltà si esprime al massimo grado nella figura del padre: questi si giustifica sostenendo di aver salvato le due dalla miseria, in una realtà dove «la gente normale fa la fame», eppure non sa offrire altro che il proprio deserto umano e la chiusura sempre più coercitiva nell’escalation di uno spettacolo disumanizzante.

Lo spettacolo, appunto: ambiguità-chiave come poche altre in questo Indivisibili. Già, perché uno dei temi più forti narrati e visualizzati da De Angelis sembra essere proprio lo sfruttamento del corpo, in particolare dei corpi giovani («voi siete il futuro», è il mantra beffardo e ricattatorio che propongono alle due ragazze il genitore e il prete) per alimentare una macchina spettacolare. Un’impresa con i ruoli suddivisi tra attrici-feticci (le gemelle), sceneggiatori (il padre che compone i testi delle canzoni), produttori: su tutti, in quest’ultimo caso, la figura di Don Salvatore, losco e spietato organizzatore di eventi dove una religiosità tutta esteriore viene coscientemente deformata per farne pura attrazione sensoriale in favore di un pubblico vittima e complice. Ma ecco che, nell’esporre i diversi ruoli, abbiamo toccato il cuore di quest’ultima ambiguità, di quest’ultimo dualismo: anche il cinema, strumento della denuncia, è essenzialmente spettacolo, anch’esso dovrà esporre corpi (ritoccati digitalmente per farli siamesi) in modo da incuriosire, colpire, suscitare gli effetti che si propone.

In Indivisibili, De Angelis non aggira questa contraddizione, la affronta e la vince facendone non il limite ma il punto di forza della propria narrazione. Interrompendo, al momento giusto, la nostra immersione turbata nello spettacolo, al culmine dell’agghiacciante episodio della processione, con uno stacco di grande potenza ed energia polemica: prima sonoro, col silenzio che piomba improvvisamente, poi narrativo, con lo stacco sull’ultima sequenza, sulla nuova e destabilizzante prospettiva. Lo spettacolo del cinema devia se stesso per infrangere il rituale-show morboso che racconta. E naturalmente anche questo è spettacolo, ma spettacolo che dimostra la sua forza e il suo valore, estetici ed etici, nella capacità di interrogare, criticare, di esprimere poeticamente (di cantare) le contraddizioni: le proprie, quelle di due vite, quelle della vita, con le sue infinite duplicità.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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