India: si toglie il bavaglio ad Internet

25/04/2015 di Umberto De Magistris

La Corte Suprema Indiana ha dichiarato incostituzionale la "Section 66A", che permetteva l'arresto di chi pubblicasse su internet commenti "offensivi" per qualcuno (nel senso più vasto possibile del termine). Finisce una controversia che ha portato all'arresto di diverse persone, limitando severamente la libertà di parola nella democrazia più grande del mondo.

Lo scorso martedì 24 Marzo la Corte Suprema dell’India ha dichiarato incostituzionale la “Section 66A” dell’Indian Information Technology Act, una legge che consentiva di incriminare ed arrestare persone in base ai commenti fatti sui social network o sui siti internet. Il verdetto tanto atteso è stato emesso sulla base delle petizioni presentate dai gruppi per la difesa dei diritti umani e da uno studente di legge che sosteneva la violazione del diritto fondamentale alla libertà di parola e di espressione.

La “Section 66A” puniva l’invio di messaggi “offensivi” tramite computer o altri mezzi di comunicazione (cellulari o tablet), stabilendo pene fino al massimo di tre anni di reclusione in aggiunta ad una pena pecuniaria. Il problema principale era costituito dalla vaghezza del termine “offensivo”, che si prestava a differenti interpretazioni soggettive: ciò che può apparire innocuo ad una persona può essere estremamente offensivo per un’altra. Un qualunque commento poteva portare all’arresto se la polizia condivideva l’interpretazione della parte offesa. Letteralmente, la Section 66A diceva: “Any person who sends by any means of a computer resource any information that is grossly offensive or has a menacing character; or any information which he knows to be false, but for the purpose of causing annoyance, inconvenience, danger, obstruction, insult shall be punishable with imprisonment for a term which may extend to three years and with fine.

La controversia è iniziata nel 2012 con la prima petizione contro la Section, in seguito all’arresto di una ragazza di 21 anni, che aveva criticato con un post su Facebook la chiusura di Bombay per i funerali di Bal Thackeray (leader induista del partito di estrema destra Shiv Sena), e di un’altra donna che aveva messo “mi piace al suo commento”. In seguito, diverse persone di tutte le età sono state arrestate e condannate per i commenti pubblicati su Facebook o Twitter: nel 2012 (anno in cui la Section 66A venne applicata più frequentemente) sono stati messi agli arresti un uomo d’affari nella città di Pondicherry, a causa di un tweet in cui criticava il figlio dell’allora ministro della finanza Chidambaram, ed un insegnante che aveva inviato via mail vignette satiriche che criticavano il primo ministro del Bengala Occidentale, Mamata Banerjee. Lo scorso 17 marzo è invece finito in manette uno studente nello Stato dell’Uttar Pradesh, reo di aver criticato con un commento su Facebook il ministro Azam Khan.

Il governo ha tuttavia difeso la legge, affermando che si tratta di un deterrente per impedire agli utenti di pubblicare materiale offensivo. La Costituzione indiana sancisce la libertà di parola e di espressione all’articolo 19, ma emendamento a tale articolo permette di limitarle per una serie di motivi, tra cui ordine pubblico, sicurezza nazionale e “mantenimento della decenza e moralità”, ed è proprio a questo emendamento che il governo fa appello per sostenere la legittimità della Section.

L’emendamento all’articolo 19 contro l’abuso della libertà di parola e di espressione fa parte delle modifiche apportate alla Costituzione indiana dal “Constitution act” promosso da Nehru nel 1951. Esse in seguito permisero ad Indira Gandhi di instaurare un vero e proprio regime dittatoriale nei limiti della legalità costituzionale: detenzione senza processo di tutti coloro che venivano considerati oppositori (in seguito alla proclamazione dell’emergenza nazionale) e censura sui mezzi d’informazione.

La Costituzione indiana (la più lunga carta costituzionale di un paese indipendente del mondo, con 450 articoli, 12 norme aggiuntive e 114 emendamenti, per un totale di 117369 parole nella versione inglese) resta quindi suscettibile di modifiche, come hanno dimostrato gli emendamenti effettuati nel corso degli anni. La necessità di vigilare contro il pericolo di un sovvertimento del sistema di principi costituzionali è stata sostenuta dal decimo presidente della Repubblica indiana, Kocheril Raman Narayanan, in carica dal 1997 al 2002. Nel discorso alla nazione pronunciato in occasione dell’anniversario della Costituzione indiana, il 25 gennaio 2001, Narayanan ha chiesto ai suoi concittadini di ricordare gli obiettivi di emancipazione sociale posti da essa ed ha aggiunto che negli ultimi cinquant’anni la democrazia indiana ha prosperato all’ombra delle sue clausole flessibili e spaziose: “oggi l’India è riconosciuta come una grande democrazia, la più grande democrazia del mondo, e la Costituzione indiana è riconosciuta come un documento che sancisce i diritti politici, economici e sociali delle persone“.

The following two tabs change content below.

Umberto De Magistris

Nasce nel giugno 89 a Genova, dove si laurea in giurisprudenza con una tesi sul sistema giuridico kazako, dopo esperienze di studio in Spagna e Kazakistan. Appassionato di viaggi, sport e musica.
blog comments powered by Disqus