In Yemen, dopo cinque mesi di bombardamenti gli Houthi arretrano

26/08/2015 di Marvin Seniga

Cinque mesi fa è iniziata la campagna contro la coalizione Houthi nel paese più povero della penisola araba: un contraccolpo pesante per le forze della ribellione, ma anche una tragica emergenza umanitaria, su cui si chiede l'intervento dell'Onu e su cui pesa l'ombra di possibili infiltrazioni terroristiche

Sono passati esattamente cinque mesi da quando, il 26 marzo, i caccia della coalizione anti-Houthi, guidata dall’Arabia Saudita, hanno iniziato una spietata campagna di bombardamenti sullo Yemen con lo scopo di fermare l’avanzata dei ribelli, che a gennaio si erano già impadroniti della capitale San’a. L’evento determinante che portò il più potente Stato del mondo arabo ad intervenire contro quello più povero fu la caduta della seconda città del paese – Aden – e del suo porto nelle mani dei ribelli Houthi.

Nel corso di questi mesi, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, più di 4’000 persone, la metà delle quali civili, sono morte a causa dei bombardamenti e degli scontri quotidiani tra le truppe governative e le forze ribelli. Ad aggravare ancora di più la situazione inoltre – sottolinea l’OMS – c’è il fatto che quasi la metà della popolazione è costretta a sopravvivere in condizione precarie, senza accesso all’acqua potabile e senza la possibilità di nutrirsi regolarmente, aumentando il rischio di propagazione di epidemie.

Il primo risultato significativo dell’intervento in Yemen dei paesi del golfo contro i ribelli Houthi è stato il ritorno ad Aden ad inizio agosto del vice-presidente Khaled Bahah, tornato in patria dopo che le truppe filo-governative, integrate da alcuni reparti speciali dell’esercito degli Emirati Arabi Uniti e appoggiate dai raid aerei della coalizione araba, hanno costretto gli Houthi ad abbandonare la città e a ripiegare verso Nord.

Per i ribelli, la perdita di Aden ha rappresentato un duro contraccolpo militare, ma soprattutto ha messo in evidenza tutta la loro debolezza. L’Iran, infatti, che in primavera era stato accusato di sostenere la ribellione con lo scopo danneggiare lo storico rivale saudita, dopo l’accordo di Vienna sul nucleare, non sembra voler creare nuovi focolai di tensione con Riyad e i paesi del golfo. Senza il supporto dell’alleato sciita, con i caccia sauditi sopra la testa e le truppe degli Emirati che incalzano da Sud, per i ribelli Houthi, sempre più isolati sul piano internazionale, la situazione sembra compromessa.

Tuttavia, una buona percentuale della popolazione locale, specialmente nelle regioni settentrionali dello Yemen, al confine con l’Arabia Saudita, continua a sostenere la ribellione. A Taez, terza città del paese e crocevia tra il Nord e il Sud, gli Houthi continuano a resistere, seppur decisamente peggio equipaggiati rispetto alle truppe della coalizione araba. La ferocia dei combattimenti in questa città è tale che, solo negli ultimi tre giorni, sono morte quasi cento persone, tra civili e combattenti. Lo stesso presidente Hadi, dal suo esilio a Riyadh, ha definito la situazione a Taez catastrofica, e ha invocato l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per fermare il bagno di sangue, riconoscendo che l’unica soluzione possibile per il conflitto yemenita sia politica e non militare.

È opportuno ricordare che per condizionare le questioni interne yemenite, Riyadh ha tradizionalmente utilizzato due strumenti: il primo è la corruzione di capi tribali, signori della guerra e uomini politici, mentre il secondo è il “ricatto immigratorio”. Infatti, circa 800.000 yemeniti lavorano in Arabia Saudita, contribuendo a ad alleviare un tasso di disoccupazione di circa il 35%. È più che probabile che in sede di negoziati, oltre alla superiorità militare, l’Arabia Saudita faccia leva su questi due aspetti per influenzare l’esito del negoziato.

Per il Consiglio di sicurezza dell’Onu, che, sin qui, si è rivelato incapace di ottenere qualsiasi risultato degno di nota sia in Siria che in Libia, trovare un compromesso in grado di far cessare la guerra civile in corso in Yemen potrebbe fornire l’occasione per rilanciare la propria azione anche negli altri teatri di guerra. Un anno fa gli Houthi si ribellarono contro il governo di Hadi per vedersi riconosciuta una maggiore autonomia, che tenesse conto della loro differente identità etnico-religiosa. Il dialogo tra le due parti in conflitto dovrà riprendere su questa base, con lo scopo di evitare una nuova divisione dello Yemen in due soggetti, come è stato fino al 1991: un fatto che congelerebbe il conflitto yemenita ma che non soddisferebbe l’Arabia Saudita, che si ritroverebbe al confine meridionale uno paese ostile, controllato dagli Houthi sciiti.

La necessità di risolvere al più presto la crisi in Yemen è dettata anche dal fatto che, come in Siria e in Libia, un prolungato conflitto tra forze governative e forze ribelli, avvantaggia soprattutto i gruppi terroristici, che dagli scenari di crisi traggono la loro linfa vitale. In particolare è Al-Qaeda, con la sua cellula nella penisola arabica (AQPA), a trarre i maggiori vantaggi dalla guerra civile in corso in Yemen. Prima che il conflitto scoppiasse gli unici raid aerei sul territorio yemenita erano quelli dei caccia statunitensi, diretti contro le roccaforti dei seguaci di Bin Laden, nelle zone desertiche dell’est, dove si crede si trovi tutt’oggi anche Al-Zawahiri. Tuttavia, con l’inasprirsi della crisi politica in Yemen, gli Stati Uniti hanno dovuto abbandonare le loro basi militari nel paese ed hanno ridotto l’intensità della campagna contro Al-Qaeda, che ne ha approfittato per recuperare parte di quel terreno perso negli ultimi anni. Recentemente, le bandiere nere di Al-Qaeda sono state viste sventolare nei dintorni del porto di Aden, che non rappresenta un luogo qualsiasi dato che è lì che arrivano gli aiuti militari inviati dai paesi del golfo alle truppe filo-governative.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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