In politica vince chi urla

26/01/2016 di Francesca R. Cicetti

Sono le abitudini forcaiole dei nostri politici a risuonare nei talk show come in Parlamento. Quei toni trionfanti da linciaggio di fronte all'avversario inciampato. Quale che sia il motivo, che sia casualità o meno, quando il nome traballa, gli avversari si danno da fare per buttarlo giù. Le ragioni importano poco. Ma lo scontro negativo, alla fin fine, ad altro non serve che a impallinare la partecipazione.

Sono le abitudini forcaiole dei nostri politici a risuonare nei talk show come in Parlamento. Quei toni trionfanti da linciaggio di fronte all’avversario inciampato. Se sia finito sulle prime pagine per uno scandalo di cui ha colpa, o se sia solo per casualità o sfortuna, non fa nessuna differenza. Dal momento in cui il nome traballa, gli avversari si danno da fare per buttarlo giù. Le ragioni importano poco. Tanto per stare sicuri, meglio comunque gridare alle dimissioni.

La tentazione di gongolare di fronte agli scogli dell’avversario è innegabilmente sempre forte, viscerale al punto da essere irrinunciabile. Non è una novità e non è particolarmente brillante lamentarsene ora. Ma vale la pena ricordare che lo scontro politico non può essere una giostra medievale, fatta solo di stoccate e mai di progressi.  E se è vero che con la ragionevolezza e i toni pacati non si sono mai smosse le masse, è vero anche che la corsa agli sgambetti genera solo disaffezione.

Per questo fanno male, gli uomini di governo, a condannare ogni imputato prima del giudizio. Prima di tutto perché invadono un terreno d’altri. E poi perché non fa mai bene conquistare voti uno sgambetto alla volta. Non solo per una questione di fair play, e neppure (solo) per il principio di presunzione di innocenza. Ma anche perché non c’è nulla di più deleterio delle campagne negative, dove i politici si premurano di ricordare agli elettori quanto disonesti e incapaci siano gli avversari. Dimenticandosi, spesso, di parlare di sé. In altre parole, la campagna diventa semplice: non votate il migliore, ma il meno dannoso. Nessuna meraviglia poi se l’elettore sceglie di astenersi.

Come dire: quale proposta sembra meno nociva? Quale candidato? Se in politica vince chi urla, allora la gara è tra chi ha la voce più alta (e non le proposte migliori). Questo talento nelle crocifissioni serve a poco, se non a fomentare lo scandalo. L’ennesimo della lista. Di sicuro non aiuta a costruire, e neppure fa crescere la fiducia nella classe dirigente. Tra le forche da destra, da sinistra e dal centro, l’elettore naviga in un oceano incerto di molte grida e poche idee. Allora nulla gli impedisce di pensare che in fondo non valga neppure la pena.

Lo scontro negativo, lo scandalo, le campagne denigratorie servono esclusivamente a impallinare la partecipazione. D’altro canto, non si possono biasimare gli elettori se gli slogan ricordano loro solamente quanto inesperti, criminali, inadeguati siano i loro politici. E anzi, si foraggia quell’idea insana che a destra o a sinistra tutti i candidati siano uguali. Con queste premesse, alla fine resta poco tra cui scegliere. Chi fa politica dovrebbe saperlo bene.

È vero anche che in una società che non ha tempo da perdere un grido arriva prima di un mormorio. Le informazioni si carpiscono qua e là e chi parla più forte ottiene la precedenza. Ma un grido risuona per una frazione di secondo, mentre un’idea resiste molto più a lungo. E in un panorama di forcaioli, forse non si distingue di più chi grida più forte, ma chi non perde tempo a gridare. Piuttosto, costruisce.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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