In morte del generale Pollio, storia di un capovolgimento di fronte

25/06/2014 di Lorenzo

Il periodo che va sotto il nome di “Crisi di Luglio” era da poco cominciato quando, in un momento imprecisato tra le 7,30 e le 9,15 del mattino del primo di luglio 1914, si spegneva misteriosamente, in una camera singola dell’albergo Tùrin di Torino, il capo di Stato Maggiore italiano, il casertano Alberto Pollio. Ultimo baluardo che avrebbe potuto mettersi di traverso sulla strada intrapresa dal gabinetto Salandra sin dalla sua ascesa al Viminale. Come era noto ai coevi, infatti, il tenente generale Pollio era sempre stato un convito e sincero triplicista, poiché profondamente rispettoso degli obblighi presi dal suo paese con gli Imperi Centrali nel quadro dell’alleanza difensiva. Una fedeltà questa –appunto sincera- che non gli impedì, all’indomani della Crisi Bosniaca del 1908, di mettere a punto un piano anti-austriaco per un eventuale conflitto con l’Austria-Ungheria.

Pollio-ritratto
Alberto Pollio, Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano dal 1908 al 1914

Pollio saldò il suo rapporto con gli altri due membri della Triplice Alleanza già da quando fu inviato in qualità di capo ufficio al comando del corpo di Stato maggiore e addetto militare presso l’ambasciata italiana a Vienna dal 1892 al 1897. Successivamente, con il ritorno in Italia, divenne Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito nel 1908, succedendo al defunto generale Tancredi Saletta. Si dedicò sin da subito alla modernizzazione e alla riorganizzazione dell’esercito italiano nel biennio 1909-10, con la parentesi libica che assorbì all’Italia più mezzi, uomini e risorse di quanto non fosse stato preventivato alla vigilia dello sbarco in Tripolitania. Sotto il suo ufficio venne rinnovata per l’ultima volta la Triplice Alleanza, il 5 dicembre 1912, sancendo così i 30 anni di attività tra le tre potenze. Nel settembre del 1913, Pollio prese parte alle Kaisermanöver tedesche in Slesia, ove, grazie anche ai buoni uffici del generale ed amico Waldersee incontrò sia il Kaiser che lo stato maggiore tedesco ed austroungarico, quest’ultimo nella persona del feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf. Questi, restio a fidarsi degli italiani e dopo alcuni colloqui avuti con Pollio e Moltke, sollecitò Pollio a mandare, in caso di conflitto austro-russo, truppe italiane anche sul fronte orientale. Il generale Pollio non respinse l’invito (era nota la sua russofobia) austriaco ed anzi espose ai suoi pari che la Triplice dovesse agire, in caso di guerra, “come un unico grande Stato”.

“Di tutto cuore vorrei mettere a disposizione per l’armata italiana sul fiume Reno molto più che tre corpi. Lo farò non appena sarò convinto che rimarrà una guerra localizzata e quindi possiamo disporre liberamente di questi corpi. Ma succederà così? Pensi alla sempre più veloce mobilitazione di masse sempre più ampie rispetto al passato da parte dei russi! E se l’Austria-Ungheria non potrà far fronte da sola ai suoi compiti, se la Serbia le piomba alle spalle – non dovremmo mandare noi più corpi d’armata in aiuto dell’Austria-Ungheria contro la Serbia?”

Pollio-locandina
Una locandina sulla Triplice Alleanza

Con tali parole il generale Pollio, sul finire di aprile del 1914, lasciava di stucco il suo interlocutore tedesco, il maggiore von Kleist, attaché militare germanico a Roma. Se si guarda con attenzione la data si può scorgere che mancano esattamente tre mesi allo scoppio delle ostilità e le parole del generale Pollio, con la susseguente reazione tedesca, fanno ben comprendere il clima positivo instauratosi fra i contraenti della Triplice. L’idea di inviare tre corpi d’armata a fianco dei tedeschi sul Reno, in una possibile guerra franco-tedesca, risale al 1882 e posta in essere con una convenzione militare segreta italo-tedesca, stipulata nel 1888 in piena età crispina. Questione che, poi, subirà una accelerazione negli anni 1912-14 grazie proprio all’impegno personale del capo di Stato Maggiore Pollio e alla risposta favorevole del suo omologo tedesco, Helmuth von Moltke.

Alla base di tale rinvigorito accordo vi sono due ragioni di natura diametralmente discorde: da parte italiana vi era il desidero e l’obiettivo di ritornare a contare qualcosa nello scacchiere europeo, dopo la difficile ma riuscito conquista della Cirenaica e della Tripolitania; da parte tedesca, invece, v’era il sogno di tenere stretto nella Triplice un alleato come l’Italia, militarmente debole, politicamente inquieto ma prezioso, se non fondamentale, nella guerra europea imminente. Di queste aspettative, come sappiamo, non ne sarà mantenuta nemmeno una: la morte di Pollio trascinò con sé tutti questi piani, spianando la strada prima al periodo della neutralità (e dell’abbandono della Triplice) e, poi, a fine aprile del 1915 (c.d. Patto di Londra), esattamente un anno dopo della dichiarazione di Pollio, al capovolgimento di fronte e al passaggio dell’Italia dalla parte dell’Intesa.

L’unica pecca di Pollio fu quella di non prendere mai in considerazione un conflitto europeo in cui fosse coinvolta anche la Gran Bretagna, parlò infatti sempre di Duplice e cioè di intesa franco-russa, lasciando sempre in disparte la potenza egemone di allora. E’ probabile, però, che tali omissis siano non errori grossolani o dimenticanze di una persona del calibro del Pollio, autore critico di molti testi bellici fra i quali figura l’analisi della battaglia di Waterloo e quindi conoscitore della capacità bellica –e soprattutto marittima- britannica, ma è probabile che si tratti di un riguardo “politicamente corretto” verso la linea governativa italiana molto vicina alla Gran Bretagna.

“L’Italia è in fase di sviluppo ma soffre ancora del mal digerito boccone della Cirenaica. La situazione finanziaria è estremamente tesa. Per l’esercito può succedere ben poco. Per molti aspetti è ancora in una fase infantile. L’eccellente capo di stato maggiore –Alberto Pollio- è una grande mente, un uomo affidabile. Ma fino a quando durerà la sua influenza? Il re è dipendente dal suo governo parlamentare. La Francia ha molte amicizie influenti. A ciò si aggiungano la situazione particolare nell’Adriatico, i latenti contrasti con l’Austria-Ungheria. La nuova Italia sinora ha sempre fatto i suoi affari con le vittorie degli altri.”

Questa descrizione del generale von Waldersee, generale tedesco di stanza a Roma, conoscitore ed estimatore del Belpaese ci fa ben capire la condizione ed i dubbi in cui vive l’Italia alla vigilia della Grande Guerra. Pollio si spegnerà “ufficialmente” pochi mesi più tardi di paralisi cardiaca, i tedeschi e gli austriaci, sconcertati dall’improvvisa morte avvenuta proprio due giorni più tardi i fatti di Sarajevo, gridarono al complotto (ipotesi che, al giorno d’oggi, non sembra così tanto peregrina). Pochi giorni dopo la morte venne sostituito dal generale Luigi Cadorna che rinnovò, in un primo momento, la “fraterna amicizia” agli Imperi Centrali salvo poi rigettarla un mese più tardi.
Di Pollio che, a parte qualche sporadico ricordo -dovuto- da parte delle istituzioni, subì una vera e propria damnatio memoriae: in tutta Italia nessuna caserma portò/a il suo nome –fatto insolito per una personalità di rilievo quale era il tenente generale- e vi sono solo due strade a lui intitolate, una delle quali si trova nella sua città natale, Caserta. Quello di Pollio è da considerarsi un mistero italiano rimasto irrisolto e, soltanto dopo molti anni e dopo lunghe ricerche –per la maggior parte condotte dal prof. Giovanni d’Angelo– sembra apparire un quadro diverso da quel referto medico pubblicato quella fatidica mattina di inizio luglio 1914.

Al Pollio ripensò forse il suo successore Cadorna che, dopo essere stato destituito da capo di stato Maggiore nel novembre 1917 ed invitato a Versailles in qualità di capo missione militare italiana, confidò queste parole al generale Angelo Gatti:

“Se avessimo marciato con la Germania nell’agosto del ’14, avremmo avuto grandissimi vantaggi. Questo è certo. Avremmo riacquisito il Nizzardo, preso la Corsica e Tunisi. Avremmo trasformato il problema adriatico in un problema mediterraneo. Dicono che non avremmo marciato! Avremmo marciato- e come! – io me ne sarei incaricato: e poi alle prime vittorie tutti saremmo stati felici e avremmo dimenticato ogni prevenzione. Dicono che saremmo morti di fame. Può darsi che avremmo patito per un mese: ma dopo un mese la campagna era vinta. Avrebbero bombardato o preso qualche nostra città? Sul Reno ci saremmo fatti ridare tutto”

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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