In Messico continuano gli omicidi e le sparizioni forzate ai danni di giornalisti

22/08/2015 di Michele Pentorieri

L’assassinio di Rubén Espinosa e Nadia Vera segna uno spartiacque. La comunità letteraria mondiale si indigna e lancia un appello al Presidente. Le violenze ai danni di chi denuncia la corruzione e la collusione del potere con i narcos sono all’ordine del giorno.

La notizia delle uccisioni del reporter Rubén Espinosa e dell’attivista Nadia Vera, avvenute a Città del Messico il 31 Luglio scorso, hanno scosso l’intera comunità letteraria mondiale. I due si erano trasferiti nella capitale da Veracruz, dove vivevano e lavoravano. Troppo forti le minacce subite da parte di funzionari governativi dell’omonimo Stato governato da Javier Duarte, macabramente soprannominato “el mataperiodistas”, l’ammazza-giornalisti. Espinosa aveva a più riprese denunciato la collusione fra cartelli della droga e politica. Nadia Vera, invece, si era distinta sotto il profilo dell’attivismo politico e sociale. In particolare, in occasione del documentario “Veracruz: la fossa dimenticata”, aveva denunciato che “comincia a aumentare l’indice delle sparizioni dal 2010, con l’entrata di Javier Duarte al governo, la violenza comincia a esplodere” e che “siamo tutti noi che siamo un disturbo per il governo e per i narcos; siamo dinnanzi a due fronti di repressione, quella illegale e quella legale”. Nonostante i tentativi delle autorità politiche e dei giornali conniventi di confondere l’opinione pubblica facendo passare l’intera vicenda come un tentativo di furto finito male, sono le attività di denuncia svolte da entrambi le vere motivazioni della strage, nella quale hanno perso la vita anche altre tre donne. A seguito della vicenda, si è scatenata un’ondata di proteste che testimonia quanto l’opinione pubblica sia ben conscia –e stufa- della situazione.

La sparizione forzata e le uccisioni di giornalisti in Messico sono una piaga ormai decennale. Fanno parte, insieme ad altri metodi ben poco democratici, di una strategia che mira a cristallizzare lo status quo e ad evitare qualsiasi forma di protesta proveniente dal basso. Il quadro è stato ben delineato dalla Commissione Nazionale per i Diritti Umani messicana che, in un suo rapporto di 2 anni fa, lamentava le mancanze del sistema di sicurezza pubblica, oltre alla corruzione, l’abuso di potere e l’assenza di meccanismi di prevenzione di tali fenomeni che hanno favorito l’incremento dell’impunità di crimini contro i giornalisti. Non solo: veniva chiaramente denunciato che molte delle aggressioni ai danni di giornalisti provengono dalle autorità. Per tutto ciò e per decine di altre ragioni, si denunciava che “tali condizioni rendono evidente che la situazione attuale dell’esercizio professionale del giornalismo in Messico incontra diversi ostacoli, poiché la mancanza di protezione nei confronti dei giornalisti è l’elemento fondamentale che impedisce loro di svolgere il proprio mestiere in tutta sicurezza”.

La strage del 31 Luglio, tuttavia, segna uno spartiacque nella storia recente messicana. Prima di quel giorno, infatti, Città del Messico era considerato un luogo ancora relativamente sicuro dove svolgere la professione di giornalista. Ben più tranquilla delle varie Ciudad Juarez e Tijuana. La strage, al contrario, testimonia che nel Paese Nordamericano non esistono più rifugi o “isole felici”. Tutti i giornalisti sono a rischio se i temi da loro trattati sono lesivi dell’immagine che il potere vuole dare di sé stesso.

Il concetto è espresso chiaramente in un documento firmato da giornalisti (messicani e non) e personaggi dello spettacolo risalente a pochi giorni fa. L’appello è indirizzato a Enrique Peña Nieto       –Presidente messicano- e denuncia le condizioni inaccettabili nelle quali i giornalisti messicani si trovano ad operare. Oltre a ciò, si fa riferimento al già citato rapporto della Commissione Nazionale per i Diritti Umani messicana, lamentando la morte –dal 2000 ad oggi- di 106 giornalisti, oltre alla sparizione di altri 20 di cui a tutt’oggi non si hanno notizie. Le accuse mosse nei confronti di Javier Duarte sono molto dure: dal suo insediamento nel 2010, si sottolinea, sono stati uccisi 15 giornalisti, mentre 4 sono ancora dispersi. Ad aggravare il quadro, e a testimonianza della corruzione dilagante nell’intero sistema, è prassi comune che le indagini non colleghino quasi mai il lavoro dell’assassinato al suo omicidio. Per tale motivo, il documento chiede espressamente a Peña Nieto di garantire indagini immediate e corrette di tutti i casi di omicidio di giornalisti e che si approfondisca finalmente il legame tra i crimini e le autorità statali. Tra le firme che sottoscrivono l’appello si trovano quelle di Arianna Huffington, Noam Chomsky, Margaret Atwood e Guillermo del Toro.

Questo e le altre centinaia di episodi simili evidenziano la fragilità del sistema democratico messicano. Un sistema disposto a tutto pur di autolegittimarsi agli occhi del mondo e dei messicani stessi. E che arriva a minacciare o addirittura uccidere coloro i quali rivelano tutte le falle della democrazia in salsa messicana, fatta di compromessi e inaccettabili silenzi. I giornalisti si trovano, in sostanza, tra due fuochi. Da una parte i narcos, sempre pronti a soluzioni drastiche nei confronti di chi denuncia i loro affari. Dall’altra c’è chi dovrebbe proteggerli, quel potere statale così solerte e determinato nel dichiarare –ufficialmente- guerra ai cartelli della droga. Ma le cui logiche, quando le proprie nefandezze vengono rese note, non differiscono molto dai peggiori metodi mafiosi.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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