In Libia, dopo un anno di guerra civile

25/06/2015 di Marvin Seniga

Continua la spaccatura in due del paese mediterraneo, diviso tra le forze laiche e quelle musulmane. Tra le due, nemmeno la mediazione dell'ONU sembra poter portare a un compromesso. Provano così ad approfittarne i gruppi terroristici, anche se senza lo stesso successo siriano

Da un anno ormai la Libia è di fatto un paese spaccato in due. Era lo scorso giugno, infatti, quando in seguito alla vittoria dei partiti laici del Council of Deputies nelle elezioni parlamentari anticipate, le forze islamiste dichiaravano di non voler riconoscere il risultato delle urne. Da quel momento, il paese nordafricano rimane diviso tra due opposti schieramenti che si contendono il controllo della Libia: da una parte ci sono le forze laiche del Council of Deputies sostenute dalle truppe del generale Khalifa Haftar e da diverse milizie locali come quelle di Zintan uniti nella Dignity Military Operation, mentre dall’altra è sorta un’alleanza eterogenea di gruppi islamisti che ha preso il nome di Fajr Libya (Libya Dawn), sostenuta  tra gli altri dalle agguerrite milizie di Misurata.

Da luglio del 2014 le milizie di Fajr Libya sono in pieno controllo della capitale Tripoli, dove non resta che una manciata di ambasciate ancora operative, e di gran parte della Libia occidentale. Il parlamento eletto a giugno 2014, riconosciuto dall’Unione Europea e dalla maggioranza della comunità internazionale come l’unico rappresentante legittimo del popolo libico, dopo esser stato cacciato da Tripoli, è invece riparato a Tobruk, nella Libia orientale, dove rimane tutt’ora, protetto dal generale Haftar, che gode del sostegno economico e militare di Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Nel corso di quest’anno l’ONU, tramite il suo inviato in Libia Bernardino Leon, ha lanciato diverse iniziative per portare le due parti al dialogo. Tuttavia malgrado gli sforzi fatti per trovare un compromesso e favorire una soluzione pacifica al conflitto, la Libia continua a sprofondare ogni giorno di più nel caos. Non solo per la guerra tra i due parlamenti – quello di Tripoli, controllato da Fajr Libya, e quello di Tobruk, controllato dal Council of Deputies e sostenuto dal generale Haftar – ma anche per il numero di milizie e tribù locali – oltre 300 – coinvolte nel conflitto e che cercano, nell’alleanza con l’una o con l’altra parte, di ottenere i maggiori vantaggi per loro stesse.

I tebu della Libia sud-orientale, per esempio, hanno scelto di allearsi con Tobruk per cercare di espandere in fututo le loro vie commerciali anche in altre regioni del paese, mentre le rivali tribù tuareg del Fezzan, nella Libia sud-occidentale, che controllano il traffico d’armi alla frontiera con Niger e Ciad, si sono schierate con Fajr Libya. Questi elementi di rivalità intertribale che caratterizzano il panorama libico complicano ulteriormente gli sforzi diplomatici per ristabilire la pace in Libia, che sin qui si sono soffermati soprattutto sulla ricerca di una accordo tra Tripoli e Tobruk..

L’ultima proposizione avanzate da Bernardino Leon – l’8 giugno – per la formazione di un governo di unità nazionale non ha avuto ancorasuccesso, se non per l’approvazione da parte del parlamento di Tobruk della quarta bozza di accordo per la nascita di un esecutivo di unita’ nazionale, sebbene entrambe le parti sembrino sicure di poter prevalere sull’avversario e di non voler dunque scendere a compromessi. Lo stesso generale Haftar, il leader di fatto del parlamento di Tobruk, ha rivelato di non credere ad una soluzione politica e pacifica del conflitto. Haftar, che si presenta come il salvatore del popolo libico, ha infatti più volte dichiarato come dal suo punto di vista l’unica soluzione al conflitto libico sia di tipo militare. Secondo il generale, la comunità internazionale dovrebbe prendere coscienza del fatto che sia impossibile arrivare all’instaurazione di un governo di unità nazionale e cominciare di conseguenza a sostenere militarmente il suo esercito contro le forze islamiste di Fajr Libya. Tuttavia Haftar, che al di là della riconquista dell’aeroporto di Bengasi non ha ottenuto clamorosi successi, non sembra godere della fiducia della comunità internazionale, che mantiene l’embargo sul commercio d’armi con la Libia, e nemmeno di un grande sostegno tra la popolazione libica.

In un contesto del genere s’inseriscono con facilità organizzazioni terroristiche come Ansar Al Sharia o lo Stato Islamico, e criminali che approfittano delle situazioni di disordine  per estendere il loro raggio d’azione in Libia. Lo Stato Islamico è apparso sullo scenario libico per la prima volta nel corso di quest’inverno, e ad oggi è attivo principalmente nelle due città costiere di Derna e Sirte. Tuttavia la guerra civile in Libia non sembra offrire agli uomini del califfato nero le stesse condizioni favorevoli per la loro ascesa che invece hanno trovato nel conflitto siriano. Innanzitutto perché il conflitto libico rimane fondamentalmente polarizzato tra due blocchi opposti, quello del parlamento di Tobruk e quello di Fajr Libya, mentre in Siria è stata l’estrema frammentazione delle forze ribelli ad agevolare l’emergere del gruppo di Al Baghdadi, che ha saputo imporsi sulle altre forze – la rimanenza dei ribelli laici e molte milizie islamiche -, quasi come unico elemento d’”ordine” nella galassia ribelle anti-Assad, nonostante gli scontri passati tra sostenitori di Al-Qaeda e dello stesso IS. In secondo luogo perché da un punto di vista etnico e religioso la Libia è un paese piuttosto omogeneo, mentre in Siria e in Iraq lo Stato Islamico ha saputo espandersi sfruttando l’odio interconfessionale tra sciiti e sunniti.

Chi invece sembra essere sin qui il grande vincitore del conflitto libico sono i trafficanti di esseri umani, che sfruttano la situazione attuale per allargare incontrastati il loro giro d’affari. Il contrasto a queste organizzazioni criminali non sembra rappresentare una priorità né per il parlamento di Tobruk, che ha dichiarato di considerare ogni azione militare condotta da eserciti stranieri sul territorio libico contro le reti dei trafficanti di esseri umani come una violazione della sovranità della Libia, né per Fajr Libya, dalle cui coste parte la maggior parte dei barconi diretti verso le coste siciliane.

Questo lunedì l’Unione Europea ha ufficialmente dato inizio alla prima fase dell’operazione EUNAVFOR Med, il cui scopo iniziale è quello di raccogliere informazioni sulle reti dei trafficanti e in una seconda fase permettere la distruzione – una volta svuotate dei loro occupanti – in acque internazionali delle imbarcazioni utilizzate per trasportare i migranti. Tuttavia per riuscire a contrastare efficacemente i trafficanti di esseri umani, tra i più avvantaggiati dal caos generato dall’attuale conflitto libico, è necessaria una normalizzazione della situazione politica del paese nordafricano. A questo scopo la comunità internazionale sembra esser posta di fronte a un bivio: se continuare gli sforzi diplomatici per una soluzione politica e pacifica del conflitto, oppure cominciare a sostenere attivamente il generale Haftar, considerato come l’unica figura in grado di ristabilire l’ordine in Libia.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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