In Germania non tutto è come sembra

07/10/2014 di Alessandro Mauri

Nonostante l’enorme peso politico e la fama di “locomotiva d’Europa”, l’economia della Germania risulta essere tra le più problematiche di tutto il continente

Nonostante l’enorme peso politico e la fama di “locomotiva d’Europa”, l’economia della Germania risulta essere tra le più problematiche di tutto il continente, afflitta da gravi problemi di competitività, di carenza di investimenti e un surplus commerciale che non è in grado di gestire.

I numeri tedeschi – A lanciare l’allarme era stato già il mese scorso il potentissimo ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schäuble , il quale ha annunciato che le stime di crescita del PIL all’ 1,8% per l’anno in corso probabilmente saranno da ridimensionare, puntando l’indice contro la crisi Ucraina (e le conseguenti sanzioni nei confronti della Russia) e in Medio Oriente; tuttavia i nuovi dati sugli ordinativi alle imprese della Germania, che seguono alla contrazione del PIL dello 0,2% del secondo trimestre, lasciano supporre che le difficoltà della prima economia europea siano strutturali e legate a dinamiche interne, anche se sicuramente amplificate dalla instabilità internazionale. Secondo gli ultimi dati infatti nel mese di Agosto gli ordinativi sono calati del 5,7% su base mensile, ed è il dato più negativo dall’Agosto 2009, nonché ben al di sotto delle aspettative degli analisti, che prevedevano un calo del 2,5%. Se è vero che gran parte della contrazione è dovuta alla domanda estera, è altrettanto evidente come il calo della domanda interna del 2% non può essere attribuito al perdurare delle difficoltà degli altri Paesi dell’Eurozona, ma alle carenze strutturali della Germania stessa.

“L’illusione tedesca” – Proprio in questi giorni è stato presentato un libro, scritto da Marcel Fratzscher, Presidente dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), dall’eloquente titolo “L’illusione tedesca”, che mette in luce tutti gli aspetti meno noti dell’economia della Germania, e lancia un campanello d’allarme per il resto dei paesi europei. Il primo dei luoghi comuni a essere sfatato è quello legato alla crescita della Germania negli ultimi anni: a partire dal 2000, secondo dati eurostat, l’economia di Berlino è cresciuta meno della media UE, mentre se si considera come orizzonte temporale gli ultimi dieci anni (ovvero il periodo 2003-2013), la crescita della Germania (+1,2%) è stata appena superiore a quella dell’ UE (+1,1%). Ben più preoccupante è però analizzare come sono stati ottenuti questi risultati: Berlino ha puntato tutto sul rilancio delle esportazioni, mediante una diminuzione dei salari notevole, il che, oltre ad essere una politica molto miope sul medio-lungo periodo, ha comportato effetti negativi sulla domanda interna e ha di fatto cancellato il ceto medio. Per quanto male si voglia parlare dell’Italia ed evidenziare molto più del dovuto il suo declino, se si analizzano i dati emerge una realtà molto diversa dalla vulgata comune: secondo una lucida analisi del Credit Suisse global report, se si analizza la ricchezza media della popolazione, la Germania si piazza al 13° posto, mentre la tanto vituperata Italia è 11°. Ancora più evidente è il solco se si considera non la ricchezza media (patrimonio totale diviso popolazione), ma la ricchezza mediana (valore che sta nel mezzo della curva di distribuzione della ricchezza, ovvero il valore più diffuso, e che quindi rappresenta meglio il benessere ed eventuali disuguaglianze), il nostro Paese si trova al 3° posto (si avete letto bene, siamo sul podio), alle spalle di Australia e Francia, mentre la Germania è al 18° posto, non esattamente una posizioni di prima fascia.

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Ricchezza media e mediana nei Paesi avanzati – elaborazione Credit Suisse

Il nodo del surplus – Altrettanto clamorose, in negativo, sono le considerazioni che vanno fatte analizzando il surplus commerciale della Germania, il quale dovrebbe oltretutto essere oggetto di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea (ma il peso politico di Berlino lo impedisce), in quanto dannoso per l’economia di tutto il continente. Questo surplus deriva dal fatto che le esportazioni (grazie al taglio dei salari, e quindi dei costi di produzione), superano di gran lunga le importazioni, generando disponibilità economiche supplementari. Generalmente, e anche secondo i parametri europei, questo surplus viene reinvestito nell’economia reale, per investimenti in infrastrutture che contribuiscono notevolmente alla crescita. La Germania tuttavia non fa questo, preferendo utilizzare queste risorse per acquistare titoli e obbligazioni, con un duplice effetto: il primo è quello di finanziare di fatto le banche tedesche, gonfiandone il valore e nascondendo le grosse difficoltà di patrimonializzazione da cui sono afflitte; il secondo, ben più grave, è quello per cui la Germania è uno dei paesi che investe di meno in assoluto in infrastrutture, e servirebbero 133 miliardi di euro in più all’anno per rimodernare un sistema molto peggiore di quello di qualsiasi altro paese europeo (si calcola che oltre il 50% delle autostrade tedesche dovrebbero subire interventi di manutenzione straordinaria).

In pensione a 63 anni – Infine, la situazione previdenziale, resa molto precaria dalla riforma approvata lo scorso maggio ed entrata in funzione quest’estate, in base alla quale l’età pensionabile si abbassa a 63 anni (con almeno 45 di contributi) per i nati nel 1951 e 1952, con un graduale aumento fino ai 65 anni per i nati nel 1964, che costerà 160 miliardi di euro fino al 2030. Unendo questo fatto all’aumento delle pensioni per le madri che hanno abbandonato in anticipo il mercato del lavoro, la spesa annuale aggiuntiva si aggira attorno ai 20 miliardi di euro, una cifra difficilmente sostenibile nel medio-lungo periodo, e che rischia di compromettere seriamente il sistema pensionistico tedesco, in cui a pagare saranno le nuove generazioni. Il costo verrà coperto con aumenti dei contributi pensionistici, che graveranno sia sul mercato del lavoro, rendendolo più sclerotico, sia sui salari già ridotti dei lavoratori. Mentre tutti cercano di aumentare l’età pensionabile e risanare il sistema previdenziale, pare che la Germania abbia deciso di andare controcorrente, prendendo una decisione sicuramente vantaggiosa dal punto di vista politico, ma tragica dal punto di vista economico.

I dati economici parlano chiaramente e non sono confutabili, la situazione della Germania è molto meno esaltante di quanto il suo peso politico e le convinzioni degli esterofili dicano: è il momento di prendere atto che in Europa siamo tutti sulla stessa barca.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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