IMU: l’imposta più odiata

28/12/2012 di Federico Nascimben

ImuSì, avete capito bene, parliamo proprio di lei: pronta a tornare nuovamente al centro del dibattito elettorale, dopo esserlo già stata, in altre vesti, nel 2008. Berlusconi dice che abolirla “sarà un gioco da ragazzi”; Monti ricorda che “se qualcuno la toglierà, il Governo successivo dovrà reintrodurla doppia”; Bersani la vuole più leggera, affiancandole un’imposta sui grandi patrimoni immobiliari.

Come al solito, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza partendo dal prerequisito essenziale: stando ai più recenti dati ISTAT il 72,4% delle famiglie italiane è proprietaria dell’abitazione in cui vive (il picco massimo è stato raggiunto nel 2009, con un 79%; in quello stesso anno in Italia trovavamo 121 abitazioni ogni 100 famiglie). Per poter operare un confronto con altri Paesi europei gli ultimi dati risalgono, invece, al 2007: la media UE allora era del 64% (solo Spagna, Irlanda e Norvegia ci superavano), ma nei restanti Stati europei i valori erano nettamente inferiori (la quota scende addirittura al 45% in Germania). Nel 2010 e nel 2011 il rapporto fra le entrate derivanti dalla tassazione ricorrente sulla proprietà immobiliare ed il PIL vedeva il nostro Paese in linea con la media UE a 27 e a 17 con uno 0,6%; Regno Unito (3,3%), Francia (2,5%) e Spagna (0,9%) registravano valori nettamente maggiori, ma con l’introduzione dell’IMU, nel 2012, tale cifra è salita all’1,7% del PIL.

Considerando che praticamente tutti gli Stati prevedono una tassazione sulla prima casa e considerando l’evidente prevalenza della ricchezza immobiliare su quella finanziaria in Italia, appare evidente che non si possa prescindere da questo tipo di tassazione. L’errore è sicuramente stato quello di abolire l’ICI sull’abitazione principale, in un momento di piena crisi, ritrovandoci poi a “doverla reintrodurre doppia”: false promesse hanno poi una ricaduta negativa importante sulle finanze pubbliche. Ricordiamoci, inoltre, che il patrimonio è un elemento statico, che si contrappone all’elemento dinamico “reddito”: la ricchezza così intesa molto spesso produce a sua volta “ricchezza” solo per chi è già “ricco”, mentre il reddito dovrebbe avere l’effetto opposto e consentire una certa mobilità economico-sociale. Teniamolo sempre a mente: è questa una delle più importanti chiavi di lettura per capire la causa di una parte dei nostri mali.

Ma torniamo all’IMU, questa è stata introdotta con il d.lgs. n.23 del 2011 dal Governo Berlusconi che ne stabiliva la decorrenza a partire dal 2013, escludendo l’abitazione principale. Il Governo Monti con il d.l. n.201 del 2011 (“Salva Italia”), ha anticipato la decorrenza al 2012, includendo la prima casa. Il gettito dell’ultimo anno di vecchia ICI era pari a circa 9 miliardi di euro, mentre il gettito della nuova IMU è stato pari a 24 miliardi di euro. Inizialmente avrebbe dovuto assorbire varie imposte sugli immobili il cui gettito sarebbe dovuto andare ai Comuni, in vista dell’attuazione del c.d. “federalismo fiscale”. Come sappiamo però non è andata così: lo Stato si è preso il 50% del gettito ad aliquota standard, mentre al Comune è andato il restante 50% (comprensivo però dei ritocchi d’aliquota). Se aggiungiamo il problema del calcolo in base alla rendita catastale (e non al valore di mercato) rivalutato e moltiplicato per 160 (per la prima casa), per le famiglie, specie per le più povere, ha rappresentato un costo importante.

Con l’ultima legge di stabilità, recentemente approvata, a partire dal 2013 l’imposta potrà essere definita realmente municipale: infatti ai Comuni andrà l’intera IMU sulle abitazioni e allo Stato rimarranno gli introiti su capannoni e opifici (cioè i luoghi di lavoro in cui avviene una qualsiasi attività industriale), con il vantaggio però, per i Municipi, di poter aggiustare le aliquote verso l’alto o verso il basso a proprio favore.

La ragioneria dello Stato ha quantificato l’insieme di questi nuovi introiti per i Comuni in 8,3 miliardi di euro per il 2013 e per il 2014. Sicuramente un passo in avanti dal punto di vista dell’equità verticale (cioè per quanto concerne i rapporti fra Stato e “l’ente più vicino ai cittadini”) ma di certo non dal punto di vista dell’equità orizzontale: infatti il costo per gli italiani rimane lo stesso (specie se facenti parte di una di quelle famiglie su cinque proprietarie di almeno una seconda casa). Anche per questo è necessario stare attenti quando si sventola un’eventuale patrimoniale: il caso Depardieu ci deve insegnare qualcosa, la fuga di capitali all’estero ne è la semplice conseguenza. Come al solito, l’unica vera risposta è il proseguimento di una politica economica che riduca anzitutto la spesa pubblica, in modo da poter poi diminuire la pressione fiscale. Per far questo abbiamo bisogno di governi avveduti, non di nuove false promesse.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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