IMU, quella sinistra assurda che non vuole cambiare

21/10/2015 di Andrea Viscardi

Nuova legge di stabilità, nuove polemiche della minoranza del Partito Democratico. Questa volta sull’abolizione dell’IMU. Renzi fa qualche passo indietro, ma la realtà è ben diversa da quella (delirante) descritta da Bersani & Co.

Abolizione Imu 2015

Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Aggiungendo, sia ben chiaro, che nel farlo sarebbe necessario avere un minimo di riguardo nei confronti di chi è venuto dopo. Non si parla assolutamente di una dovuta sottomissione ad una nuova famiglia regnante. Criticare in modo costruttivo è quanto di più utile possa esservi in politica. È il termine costruttivo, in questo caso, che manca.  Di chi stiamo parlando? Ovviamente della minoranza Pd. La solita, sconclusionata, opportunistica minoranza Pd. Quella di chi, ad esempio, si è riscoperto paladino delle preferenze dopo averle combattute per anni.

Quella che oggi, neanche a dirlo, ha atteso la legge di stabilità al varco per caricare a testa bassa contro l’abolizione dell’IMU, tanto da far fare qualche passo indietro al Premier, il quale ha precisato come, per le classi catastali A8 e A9 (Case di Lusso e Castelli), la tassa si continuerà a pagare regolarmente.

Ciò che fa sorridere, riassumendo perfettamente il perché degli insuccessi minoranza dem ante Renzi, è la modalità con cui porta i suoi attacchi. Si sarebbe potuto discutere il provvedimento nel merito dei suoi non effetti sui consumi. Oppure di come sia stato criticato da Bruxelles. O ancora se non sarebbe stato meglio investire quei 3 miliardi e mezzo per prolungare gli sgravi sulle assunzioni. Invece no. L’argomento, secondo Pierluigi Bersani, una delle punte di diamante della sinistra anni 2000, è consistito nell’anticostituzionalità dell’abolizione della tassa, che violerebbe il criterio della progressività stabilito in Costituzione.

Una tesi tanto cervellotica quanto dilettantistica. Quasi dispregiativa, se non della Carta stessa, dell’intelligenza del cittadino medio italiano. Un tentativo, forse, di cercare di copiare quel populismo tanto caro, per oltre vent’anni, al proprio incubo politico, poi ripreso e rimodellato sia da Renzi che dal Movimento 5 Stelle, seppur in modo diverso. Perché fatichiamo a credere che un personaggio come Bersani non sapesse dell’errore enorme nell’affermare quanto segue.

Il buon Pierluigi ha sostenuto, fondamentalmente, che andando con l’abolizione IMU i più ricchi a pagare di meno, non sarebbe rispettato il criterio di progressività. Una tesi che per essere smontata non ha bisogno di costituzionalisti, ma di semplice buonsenso. Anzitutto va detto come la progressività sia da intendere in riferimento al carico fiscale complessivo per le varie fasce di reddito. Un principio già chiarito ai tempi stessi della Costituente.

Va precisato, poi, che basterebbe un minimo di logica: secondo il ragionamento di Bersani, praticamente, una volta introdotta, una nuova tassa che rispecchi criteri di progressività (e come vedremo, tra l’altro, non è questo il caso dell’IMU) non potrebbe essere abolita, perché successivamente le fasce di reddito più alto andrebbero a pagare proporzionalmente meno di quelle più basse.

Un’affermazione, tra l’altro, che coccia con la natura stessa dell’imposta. Certo, è molto probabile che l’IMU sulla prima casa, dovendo, ad oggi, essere pagata solamente dalle categorie A1, A8, A9, sia sostanzialmente pagata dai più ricchi. Non è detto, però, che sia così. Anzi, è altamente improbabile che tutte le fasce di reddito medie-alte la paghino.

Renzi aveva detto bene, qualche settimana fa: siamo in un Paese dove il Catasto è fermo al 1939. Da allora molte cose sono cambiate. Basti pensare che le case nei centri storici, in molte grandi città italiane, sono ancora classificate come case popolari (A4), con rendite inferiori a case di costruzione più recenti, in zone leggermente meno pregiate, classificate come signorili (A1). Per cui, in realtà, non esiste alcun tipo di criterio di progressività nell’IMU nostrana. È una tassa pagata sulla base di rilievi fermi, per lo più, a quasi cent’anni fa.

Per essere ancora più chiari, è probabile che pur appartenendo ad una fascia alta di reddito, il cittadino A, residente in una casa del centro di Torino dell’800, accatastata secondo i criteri del ’39 e poi non aggiornata, non paghi l’IMU. Questo nonostante l’immobile, causa rivalutazione della zona negli ultimi decenni e ristrutturazioni successive, dovrebbe essere oggi rientrante nella categoria A1. Categoria in cui rientra, magari, una casa costruita negli anni ’70 in una zona più decentrata, quarant’anni fa considerata una zona di pregio, e oggi caduta in rovina, in possesso di un cittadino appartenente ad una fascia di reddito media. Cosa c’è di progressivo in tutto questo? Nulla. Anzi, semmai vi sono enormi distorsioni. Per cui l’abolizione dell’imu per gli immobili accatastati A1, è quanto di più giusto possa esservi in uno stato che cerca di intraprendere un percorso di equità tributaria.

Insomma, siamo alle follie di una polemica sterile, se non fosse portata da chi cerca, in ogni modo, di screditare un Governo guidato dal proprio Partito. Sterile se la persona in questione non fosse stata considerata, per anni, la guida del centrosinistra, l’unica alternativa possibile a Silvio Berlusconi. Sterile, se non fosse che i soliti talk show politici hanno dedicato alla diatriba costituzionalità incostituzionalità parte del proprio spazio, dimostrando la dimensione puerile del dibattito italiano. Sterile, se non fossero quelle stesse genere di polemiche disinformate, dannose e deliranti, che qualche mese fa hanno fermato la riforma del Catasto – fondamentale per il Paese -, impedendo che oggi si possa definire l’IMU come una tassa– pur non essendo progressiva in senso stretto – capace di colpire i cittadini italiani in modo giusto rispetto al valore della propria casa.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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