Abbiamo la febbre e continuiamo a curarci con la medicina sbagliata

13/06/2013 di Federico Nascimben

Le proposte su IMU, IVA, aperture domenicali dei negozi e il crollo dell'export simbolo di un'Italia "in direzione ostinata e contraria"

Nell’audizione di oggi al Senato il Ministro Saccomanni ha dichiarato – com’era ampiamente preventivabile – che solo attraverso “interventi compensativi di estrema severità che al momento non sono rinvenibili” sarebbe possibile evitare l’aumento di un punto dell’IVA e la cancellazione dell’IMU sulla prima casa. Le due misure, messe assieme, valgono circa 8 miliardi di euro. Detto in soldoni: se togliamo da una parte dobbiamo aumentare dall’altra. Il ché equivarrebbe, insomma, all’ennesimo gioco delle tre carte.

L’IMU – Senza prendere in considerazione l’ipotesi della restituzione dell’IMU sulla prima casa, sull’iniquità di una sua abolizione totale abbiamo già avuto modo di scrivere. I numeri parlano chiaro, nel 2012 il 10% delle famiglie “più ricche” in termini di rendita catastale ha versato il 26% del totale dell’imposta mentre, se allarghiamo il range al 20%, arriviamo al 45% del totale: quasi la metà. La motivazione addotta dai sostenitori dell’abolizione è che l’IMU “deprime il mercato immobiliare”. Ma non sarebbe più utile una riduzione dell’imposta sui fabbricati ad uso aziendale, contestualmente ad una riduzione delle imposte sulle transazioni immobiliari e ad una revisione del catasto?

L’IVA – Ieri il ministro Zanonato è stato (in parte) contestato alla riunione annuale di Confcommercio perché, anticipando Saccomanni, ha dichiarato che il governo non è in grado di promettere che dal primo luglio l’aumento dell’IVA di un punto non possa avvenire. Il Presidente Sangalli, di contro, ha affermato che l’aumento di questa “sarebbe come buttare benzina sul fuoco della recessione“. Al riguardo, la Commissione UE, nelle sue raccomandazioni a seguito dell’uscita dall’Italia dalla procedura di infrazione, chiede che assieme ad una riduzione della pressione fiscale vi sia uno spostamento della tassazione dal lavoro e dal capitale ai consumi.

Le aperture dei negozi nel fine settimana – Molto scalpore hanno suscitato le dichiarazioni delle ultime settimane del Ministro dello sviluppo economico, il quale si è detto favorevole alla chiusura nel fine settimana dei negozi (trovando l’appoggio di sindacati, M5S e commercianti). La misura – che andrebbe in direzione ostinata e contraria rispetto alle liberalizzazioni volute da Bersani e da Monti – sarebbe naturalmente volta a favorire i titolari di piccole attività commerciali. Ma avere i negozi e la grande distribuzione aperta nel week-end non favorisce il lavoro part-time di giovani e donne? E non dà la possibilità alle persone, che magari lavorano durante tutta la settimana, di andare a fare la spesa il sabato pomeriggio o la domenica?

Il bollettino mensile BCE e l’export – A peggiorare ancora il quadro odierno ha contribuito la pubblicazione del bollettino mensile della BCE. Se da un lato viene sottolineato – com’è ormai noto – che l’Italia è uno dei (soli) sei Paesi ad aver mantenuto nel 2012 il deficit sotto al 3% (assieme a Germania, Austria, Estonia, Lussemburgo e Finlandia); dall’altro continua a destare preoccupazione la situazione in cui grava la nostra economia. Dieci anni di bassa crescita e sette trimestri consecutivi di calo del PIL continuano ad avere conseguenze nefaste sul nostro Paese: il problema, quindi, non sembra essere tanto un calo temporaneo del prodotto, quanto la sua costante decrescita (infelice). L’incapacità dell’Italia di stare al passo anche dei trend seguiti dalla vecchia Europa è evidente da un dato sottolineato dalla BCE, ovvero, fra tutti i Paesi dell’eurozona, siamo quello che dal 1999 al 2012 ha registrato la “flessione più cospicua delle quote di mercato delle esportazioni calcolate a livello mondiale“. Se andiamo ad analizzare le statistiche appare evidente come la seppur lieve ripresa dell’economia italiana, dal secondo semestre del 2009 a quasi tutta la prima metà del 2011, sia stata trainata proprio dall’export; mentre il calo di questo, soprattutto a partire dall’inizio del 2012, coincida con il peggioramento delle condizioni della nostra economia. Dati che palesano la perdita di competitività italiana.

Le parole di Napolitano – A sottolineare quanto sia stretto il legame fra riforme istituzionali e riforme economiche è stato (nuovamente) oggi il Capo dello Stato: “la condizione perché la sfida delle riforme trovi via via risposte soddisfacenti è la stabilità politica e istituzionale. Non c’è bisticcio tra stabilità e riforme. La stabilità politica è la condizione per il rilancio del Paese. Ne va della credibilità del nostro Paese, della politica e della democrazia in Italia“. Le riforme – ha aggiunto il Presidente Napolitano – “potranno realizzarsi, com’è indispensabile, solo se non sarà sottoposta a scosse e messa in questione, la continuità del governo nato a fine aprile e, insieme, la continuità del Parlamento eletto a fine febbraio“. In mezzo a tutto ciò, rimaniamo uno dei pochissimi Paesi al mondo con un sistema bicamerale perfetto e paritario. Occorre aggiungere altro?

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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