Immigrazione: il de profundis del dibattito pubblico italiano

12/06/2015 di Luca Andrea Palmieri

Brutti e cattivi per Salvini, buoni e incompresi per parte della sinistra. Nel mezzo, un silenzio imbarazzante che investe ottima parte delle forze politiche. La questione immigrazione c'è, esiste e va affrontata. Ma i toni che si utilizzano ogni giorno nei media e in televisione non possono altro che aggravare il problema

Sono ovunque: profughi che arrivano, che ci invadono, portano malattie, vogliono toglierci il lavoro, la ricchezza, il nostro stile di vita. E’ questa la percezione che si ha dal dibattito pubblico intorno alla questione dell’immigrazione. Non importano le sfumature, non importa la diversità delle situazioni da cui possono venire, non importa che siano solo in fuga da un paese in guerra o che cerchino solo fortuna senza averne diritto (legale) o possibilità, magari con attività illecite. Nemici o amici, risorsa o problema, accoglienza o affondamento (dei barconi che li portano sulle nostre coste). E’ intorno a queste parole chiave che si concentra il dibattito. Tutto il resto, poco importa. Non interessa alla politica come alla maggioranza dei cittadini, che stanchi di infinite discussioni – e poco avvezzi, troppo spesso, ad andare oltre la superficie delle cose – si aggrappano agli slogan semplici.

E’ questo uno dei motivi per il grande successo, degli ultimi tempi, di Matteo Salvini. Sia chiaro, un problema extracomunitari esiste. E’ un problema di integrazione ed è anche un problema di sicurezza. Ma mentre in molti si incartano tra i sé e i ma di un’ideologia a volte buonista, mista alla totale assenza di senso pratico, il leader della Lega fa da mesi campagna elettorale, ormai indisturbato, sulla base di slogan il cui semplicismo spesso e volentieri rasenta (se non supera), la falsità. Prendiamo la concentrazione mediatica sui barconi di migranti che arrivano soprattutto dalla Libia. Un problema crescente, vista la quantità di profughi che fuggono dalle sempre più terribili guerre che attanagliano il medio-oriente. Ma che è di importanza assolutamente relativa rispetto al fenomeno dell’immigrazione irregolare totale. Le elaborazioni del CNEL mostrano come solo il 12% dei clandestini arrivi in Italia via mare: la stragrande maggioranza (ben il 73%) viene in aereo, sfruttando visti turistici. Il rimanente 15% invece arriva via terra.

Ci si lamenta dell’Europa, ed è giusto anche chiedere che l’Unione Europea faccia di più da questo punto di vista. Tant’è che si parla addirittura di sospensione del trattato di Schengen: uno dei cavalli di battaglia di Salvini, utilizzato anche da Beppe Grillo. Ma a che pro? Schengen fa riferimento al libero movimento delle persone all’interno dell’Unione Europea. Ed i migranti arrivano in Italia in piccola parte, come accennato attraverso l’Europa. Anzi, è ormai noto come in molti casi l’Italia non sia considerata altro che una tappa, nella prospettiva di raggiungere parenti che vivono altrove, soprattutto in Germania o nord Europa. Tant’è che la popolazione straniera in Italia è sì in aumento, ma ciò è dovuto in parte anche alla crescita demografica negativa nel nostro paese. E comunque nel 2008 gli stranieri nel nostro paese erano il 5,8% del totale. Un dato inferiore alla media EU15 (fondamentalmente i paesi dell’Europa Occidentale) e lontano miglia dal 11-12% di stranieri presenti in Gran Bretagna, Spagna e Francia e dal 14,2% della Germania. Ergo, a che servirebbe sospendere Schengen? Probabilmente solo a ridurre in piccola parte i tassi migratori, nella misura in cui questi vengono dagli altri paesi europei. Viceversa, il resto dei migranti in transito – anche quelli regolari – rischierebbero di rimanere ancora più bloccati nel nostro paese. Insomma, il saldo sarebbe zero, se non negativo.

Si potrebbe andare avanti a lungo con le imprecisioni del dibattito pubblico sull’immigrazione, con le supposte emergenze sanitarie (mai superiori a quelle che endemicamente si creano del paese e comunque sempre sotto controllo), o con certi crimini. Sulla questione criminalità vale però la pena soffermarsi, perché è emblematica di come tutte le forze politiche non siano in grado, ormai ottenebrate dal populismo imperante, di affrontare un discorso serio che vada oltre la superficialità. E’ innegabile che in certe situazioni di degrado si concentrino sacche di criminalità legate all’immigrazione. E’ soprattutto normale quando gli immigrati vengono letteralmente ghettizzati in aree abitative dove, senza possibilità di sviluppo sociale, sono lasciati a sé stessi, senza istruzione e senza coscienza delle regole: insomma, senza la minima possibilità di integrarsi.

E’ di queste sacche che vivono Salvini e i suoi della Lega. Più questa ghettizzazione va avanti, più si può dare per scontato che si creeranno reti di criminalità. A volte per via di questioni interne: è ipocrita pensare che nel marasma non arrivino dei veri e propri delinquenti. Magari tra questi c’è il trafficante di droga che crea reti di propri connazionali, altrimenti senza prospettive. Che, altrettanto spesso, finiscono in mano al “welfare” aberrante della nostra criminalità organizzata. E più capiteranno casi che permetteranno a Salvini di scagliarsi contro l’immigrazione per fini puramente elettorali, e ben poco con volontà di risolvere davvero le questioni (soprattutto se le proposte sono come quella su Schengen), più questi potrà avere successo.

Ma il problema non è certo solo Salvini. Anche l’atteggiamento delle altre forze politiche è censurabile. Lasciamo da parte Forza Italia, che presa dai suoi problemi ha lasciato il problema sicurezza ormai totalmente nelle mani della Lega, per quanto se ne sia fatta forte per gli ultimi due decenni di campagne elettorali. Lo stesso Grillo aveva cercato di prendere il controllo del carro anti-immigrazione, ma ha rinunciato presto, vuoi per la sua base elettorale spesso sostanzialmente di sinistra, vuoi per la difficoltà a star dietro ai toni di chi fa da anni di questo ambito un cavallo di battaglia, come la Lega. E adesso si limita a poche affermazioni, che sembrano più che altro improntate a mostrare la sua (potenziale) presenza nel dibattito.

Peggiore ancora è il silenzio del PD. Figlio di una cultura di sinistra che, pur di attanagliarsi a un certo tipo di pensiero inclusionista che cade facilmente nel buonismo, evita di esprimersi anche di fronte a fatti gravi. Più di vent’anni di culture politiche totalmente contrapposte hanno fatto danni gravi, e questo è uno dei risultati. Nel centro-sinistra, da una parte c’è una quota, soprattutto ai livelli locali, che non vuole sentire parlare di emergenza sicurezza perché non è proprio nella sua concezione politica occuparsi con decisione di queste questioni. Dall’altro c’è una componente che trova difficoltà immensa ad alzare l’argomento, anche con piglio critico, perché viene facilmente fagocitata nei toni guerreschi di chi su questi temi fa campagna elettorale permanente. Risultato: ci si copre gli occhi e ci si tappa orecchie e bocca, lasciando spazio a un modo di affrontare la questione che non può che esasperarla.

E dire che per riprendere il controllo della questione basterebbe imporre, una volta e per tutte, un principio che sembra sconosciuto a una politica fin troppo impelagata nei guai giudiziari (vedi Roma, città non esente da problemi sicurezza, per dirne una): il rispetto della legalità. Urla o non urla, clandestini o non clandestini, c’è da scommettere che il politico, così come il magistrato, più apprezzato sarebbe quello che fa rispettare prima di tutto le regole nella propria città e nel proprio paese. Quello che, quando nella stazione di una grande città gruppi piccoli ma agguerriti impongono vere e proprie mini-estorsioni a chi cerca tranquillamente di fare un biglietto o di portare la propria valigia, fa sì che queste persone vengano allontanate e, se necessario, portate in cella. Quello che, in quei quartieri dove i tassi di malavita e di spaccio sono molto elevati, aumenti il livello dei controlli, si muova apertamente per il loro arresto e faccia di tutto per garantire che chi viola la legge venga punito nella maniera giusta e severa, indipendentemente da chi sia e da dove venga.

Sembra un’utopia nel nostro vituperato paese, ma la risposta alla fine sta nella legge. Nel saperla scrivere, in maniera efficace ma giusta, e soprattutto nel saperla far rispettare. Ci vorrebbe la collaborazione di tutti, politica, magistratura, forze dell’ordine, cittadini. E forse è davvero questa la vera utopia: la collaborazione completa, nel paese del tutti contro tutti.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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