Il vero problema dell’Italia è il lavoro, non l’IMU

03/05/2013 di Federico Nascimben

Se la politica italiana vuole adottare lo spirito del “buon padre di famiglia” deve fare una cernita dei problemi e definire le priorità da affrontare. Così come le due commissioni dei “Saggi”, anche il Governo Letta ha bipartito le tematiche che richiedono risposte a problemi rimasti troppo a lungo solo sul tavolo: riforme economiche da una parte e riforme istituzionali dall’altra. Come più volte ribadito, anche se possono sembrare argomenti distanti tra loro, esiste un inscindibile nesso funzionale tra il buon funzionamento delle nostre istituzioni e quello della nostra economia.

+++ FLASH +++ LETTA, A GIUGNO STOP PAGAMENTO IMU +++ FLASH +++Non vi è ancora condivisione sulle tematiche economiche prioritarie – Se dal punto di vista della riforma del Governo sembrano esserci posizioni abbastanza simili e concilianti per superare il sistema attuale e riformare la legge elettorale – e dare così maggiore celerità all’azione dell’esecutivo, diversificando le funzioni tra le due Camere -, lo stesso non può dirsi per le riforme economiche. Qui, per tornare al discorso precedente sulle priorità, sembra che, oltre alla bussola, si sia perso anche il contatto con la realtà. Ci è stato detto dallo stesso Letta che prima di ogni altra cosa vengono lavoratori (con un occhio di riguardo alla disoccupazione e alle sue conseguenze) e imprese. Impostazione che sembrerebbe corretta in una situazione del genere: pare quasi inutile, infatti, ricordare che in dall’inizio della crisi abbiamo perso 8 punti di PIL e ci ritroviamo con un tasso di disoccupazione generale al 12% e giovanile a quasi il 40%, mentre il debito pubblico supererà il 130% del prodotto a fine 2013. Stando invece alle dichiarazioni del PDL e di alcuni membri della maggioranza, la priorità dell’economia italiana sembra essere la cancellazione dell’IMU e la restituzione di quella del 2012: dichiarazioni che paiono essere pura propaganda a fini elettorali, prive di ragionevole coerenza empirica, per cui alla fine è plausibile che si vada verso una riduzione della metà dell’imposta. Occorrerebbe invece che il nuovo esecutivo trovasse un accordo sui primi punti da inserire nella propria agenda, rispecchiando le necessità del Paese reale.

Grandi programmi, poche risorse e un piano non chiaro – Nel suo discorso introduttivo alle Camere, Enrico Letta ha presentato un programma molto ambizioso in cui si propone (in sostanza) di fare tutto ciò che non è stato fatto negli ultimi vent’anni, continuando il percorso di riforma avviato dal Governo Monti, ma dando preminenza alla crescita economica. Le misure da adottare con urgenza richiedono però una spesa variabile dai 10 ai 15 miliardi di euro. La rata dell’IMU di giugno è stata temporaneamente sospesa per cercare di superare l’attuale impostazione, e a luglio si vuole evitare l’aumento dell’IVA dal 21 al 22%. Insomma, il governo sembra (anche giustamente, da un certo punto di vista) voler rinunciare a delle entrate sicure, ma non dice dove prenderà le risorse necessarie. Tra l’altro, dopo gli incontri europei di questi giorni, Letta ha annunciato che non intende chiedere proroghe per la conclusione della procedura di rientro da un deficit oltre soglia 3%, nonostante il disavanzo italiano (soprattutto al netto degli interessi) sia di gran lunga inferiore a quello di molti Paesi europei da diversi anni a questa parte.

Difficile ridurre l’imposizione, occorre ridurre prima le spese – I margini quindi si fanno sempre più stretti: da una parte si rinuncia a delle risorse certe, e dall’altra non si vuole chiedere più tempo per uscire dalla procedura di deficit eccessivo. Tra l’altro,  ieri l’OCSE ha ribadito che in Italia è “impossibile per il momento ridurre in modo significativo il livello complessivo dell’imposizione”. L’idea sembra quindi essere quella di mantenere i conti in ordine e, solo dopo – come ha dichiarato il Ministro dell’economia Saccomanni -, “con l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo si potrebbe poi ottenere un allentamento dei vincoli come sul patto di stabilità”, riuscendo così ad ottenere vantaggi per circa “12 miliardi” che potrebbero essere un “forte stimolo agli investimenti produttivi”. Il problema però rimane sempre quello, ovvero come conciliare margini di spesa così stretti con politiche che, rilanciando la competitività della nostra economica, favoriscano la crescita. La risposta più ovvia è quella del taglio degli 800 miliardi di spesa pubblica, ma i problemi qui sono essenzialmente due: i tempi (generalmente lunghi) per rendere effettivi questi tagli e il “dove” attuarli.

Con così tante difficoltà perché l’IMU prima di tutto? – L’Italia, com’è risaputo, è un Paese di proprietari di case: circa il 70%imu (1) delle famiglie sono proprietarie dell’abitazione in cui risiedono e l’immobile è la prima componente della ricchezza degli italiani. Nel 2012 l’IMU ha fruttato 23,1 miliardi allo Stato e ha rappresentato una spesa media di 255 euro a famiglia. La rinuncia alla tranche di IMU sulla prima casa di giugno equivale a 2 miliardi di euro, dato che, sempre nel 2012, il totale è stato pari a 4 miliardi. Con la sua restituzione i costi naturalmente raddoppierebbero. La tesi maggiormente addotta dai sostenitori della sua eliminazione è data dalla crisi del mercato dell’immobile e dell’edilizia, per cui, così facendo, si cancellerebbe una tassa che “ha depresso la nostra economia”, stando alle parole di Brunetta. Tesi che risulta di difficile comprensione, visto che praticamente tutti i Paesi europei prevedono un’imposta sugli immobili che, tra l’altro, in Italia era di fatto l’unica imposta “federale” che andava ai Comuni, ma che per motivazioni legate alla crisi, nella sua versione “Montiana”, veniva riscossa e destinata allo Stato centrale: questo è il vero problema. Infine, se proprio si vuole aiutare la ripresa economica, non sarebbe più utile prevedere riduzioni o esenzioni per i fabbricati ad uso aziendale?

Occorre ridurre il costo del lavoro – Il vero dramma nel nostro Paese è la mancanza e il costo del lavoro. Occorre agire in maniera significativa per ridurre il cuneo fiscale e facilitare l’assunzione dei giovani nella aziende. Per “riduzione significativa del cuneo fiscale” parliamo di circa 50 miliardi di euro: un numero che è certamente difficile da raggiungere in tempi brevi e che richiede una certa graduazione temporale. Stesso discorso può essere fatto per la detassazione dei giovani neoassunti, ma, d’altro canto, il nostro mercato del lavoro necessita anche di un riequilibrio e di una conseguente riduzione del dualismo giovani/meno giovani e quindi protetti/non protetti.

Tagliare i sussidi che lo Stato dà alle imprese – Non esistono bacchette magiche e soluzioni improvvise ai nostri mali (come qualcuno cerca di farci credere), dato che il mercato del lavoro è indissolubilmente legato all’andamento dell’economia interna ed internazionale. L’unica soluzione che permetterebbe un minimo di certezza è appunto quella della riduzione del costo del lavoro, che si potrebbe finanziare attraverso un’importante rivisitazione dei sussidi che lo Stato ogni anno dà alle imprese. Dato che molto spesso questi rappresentano un finanziamento alle inefficienze, ed equivalgono a circa 35-40 miliardi di euro all’anno, il loro dimezzamento equivarrebbe a quasi 20 miliardi di euro. Riflettiamoci: l’accordo di massima con Confindustria c’è, così come il rapporto Giavazzi che elenca dove tagliare, ma il governo precedente lasciò il tutto sul tavolo. È ora di cambiare.

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus