Il tragico silenzio sugli illeciti dei funzionari pubblici

23/09/2015 di Luca Andrea Palmieri

Se ne è parlato per qualche ora, poi il silenzio. Ma la questione dei tre miliardi in soli sei mesi persi dallo Stato tra illeciti ed inefficienze è una delle notizie più gravi per il paese. E non solo per la quantità di denaro in gioco: c'entra anche l'immagine di un'amministrazione vituperata dagli scandali ad ogni livello.

C’è una notizia che negli ultimi giorni è passata sulle prime pagine dei principali quotidiani, ha attirato l’attenzione per due-tre ore e poi si è inabissata, sprofondando sotto le trattative politiche per il Senato, la visita del Papa negli Stati Uniti, etc. etc. Parliamo della questione dei funzionari pubblici che in sei mesi hanno sottratto allo Stato, tra ruberie, piaceri personali, giochi di potere, ma anche negligenze ed incapacità, qualcosa come tre miliardi di euro. Per carità, le altre restano notizie importantissime, ma quella di cui parliamo, a suo modo, lo è anche di più. E se ne dovrebbe parlare anche oggi, e per un bel po’. I talk show dovrebbero essere pieni di commenti, la politica dovrebbe dire la sua, eppure praticamente da tutti i lati è già calato il silenzio.

Cos’è successo? In pratica, è stato pubblicato un rapporto della Guardia di Finanza sui danni erariali contestati tra il 1 gennaio e il 30 giugno del 2015, che ha mostrato una serie di problemi di mala gestione del patrimonio e delle finanze pubbliche ai vari livelli amministrativi. Le persone coinvolte, sotto indagine e chiamate dalla Corte dei Conti a rispondere del maltolto, sono ben 4.835, individuate al seguito di 1.290 segnalazioni. Per capirci, sul patrimonio immobiliare lo stato ha perso nei sei mesi oltre un miliardo di euro: si prenda l’esempio delle case popolari, merce di scambio di voti e favori che causa perdite enormi per la macchina statale, anche a causa di affitti a canoni ridicoli (7 euro!). La Sanità poi è un’altra voragine che raggiunge gli 800 milioni, con più di 2 mila coinvolti: si parla di appalti truccati, nomine e consulenze fantasma, persino fornitori pagati due volte.

Neanche un luogo solitamente considerato tra i più virtuosi come Bolzano fugge le contestazioni, come per i 350 mila euro persi per la mancata riscossione di un affitto per l’occupazione del suolo pubblico. Uno dei problemi principali che rende tutto questo possibile – oltre all’infinita cupidigia di una parte della cittadinanza – è il fatto che i controlli, pure quando sono previsti, spesso vengano svolti in maniera superficiale, se non proprio evitati. Ne è esempio la situazione di un dipendente di un ente di Catanzaro, che, una volta andato in pensione, ha fatto richiesta di riammissione in servizio (accettata, date le esigenze di organico), tornando così a ricevere lo stipendio. Solo che la dirigenza ha scordato di segnalare la riassunzione all’Inps, che ha continuato ad erogare la pensione. Risultato? Entrate illecite, negli anni, per 700 mila euro.

Un quadro desolante insomma, che potrebbe andare avanti a lungo, tra corsi di formazione mai erogati – e pagati con soldi pubblici –, conflitti d’interessi enormi nella gestione delle compravendite di treni, etc. etc. E’ il quadro di una macchina pubblica profondamente inefficiente, spesso in malafede, che stritola il sistema dei servizi pubblici al di là non solo della legge, ma del senso civico e di servitù allo Stato: un concetto essenziale per il funzionamento di qualsiasi macchina amministrativa, ma che qui in Italia è fondamentalmente dimenticato.

Quantomeno, queste cose stanno venendo a galla in maniera più evidente, per merito dei controlli in crescita della Guardia di Finanza e degli altri servizi di sicurezza preposti. I numeri sono però in aumento: sono gli illeciti o ne vengono fuori in quantità maggiore? La sensazione è che queste cifre siano anche solo una punta dell’iceberg. E sono impressionanti di per sé. Perché 3 miliardi in sei mesi sono (più o meno) 6 miliardi in un anno, cifre che coprirebbero una quota importante della legge finanziaria (per capirci, quella del 2015 prevedeva misure per circa 36 miliardi di euro). Soldi che potrebbero garantire servizi pubblici migliori, o meno tasse, o magari entrambi. Figurarsi con cifre maggiori.

Se di questa storia se ne parla poco, diciamoci la verità, è perché fa paura. Perché colpisce tutti. La politica, tanto disprezzata da molti, sicuramente ha le sue notevoli responsabilità, ma in questo caso è solo uno dei tanti attori di una commedia dell’orrore che coinvolge tipicamente anche il “vicino di casa”, che sia il dipendente pubblico che paga un affitto irrisorio la casa popolare, o il medico dirigente che ordina consulenze fantasma, o il titolare del chiosco che si guarda bene dal pagare lo sfruttamento del suolo pubblico, magari aiutato dall’amico connivente in Comune a cui garantisce il voto di tutta la famiglia per la parte politica di riferimento.

Guardare davvero a questa situazione significa guardare al male più vero e oscuro che attanaglia il nostro paese, quella furbizia fin troppo impunita che caratterizza blocchi più o meno estesi di ogni singola parte della nostra società, e che ci mette tutti sullo stesso piano: non esistono più i “cattivi” che dall’alto fregano e mangiano le risorse dei “buoni” che dal basso cercano con le poche armi a loro disposizione di contrastarli, come secondo una retorica che piace molto a un pezzo importante dei media. Parlare di “buoni” e “cattivi” è sbagliato di per sé, ma se proprio si deve fare questa distinzione, allora è bene accettare che sono tutt’intorno, tra le persone che conosciamo, con cui scambiamo quattro chiacchiere ogni giorno. E si può star certi che ci saranno “cattivi” con gravi storie personali e “buoni” che poi tanto buoni non sono.

Quel che però, inevitabilmente serve, adesso, sono pene giuste ma severe, laddove verranno accertati gli illeciti. Le leggi ci sono, vanno applicate appieno per far sì che questa storia non cada nel vuoto. Perché con queste situazioni non c’è nemico peggiore dell’incertezza del diritto: con prescrizioni, sentenze lenenti o simili, si finisce per incentivare il comportamento illegale. Chi sbaglia – e ci sono questioni macroscopiche in gioco – paghi, anche severamente. Perché, a furia di pagare tutti per tutto, il rischio è che non rimanga più niente a nessuno.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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