Il Summit di Riga: tra politiche di allargamento ed il rischio disunione

24/05/2015 di Marvin Seniga

Il 21 ed il 22 maggio si è svolto a Riga il IV summit tra UE e i sei paesi del partenariato orientale: Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. Oltre al presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, a Donald Tusk e Federica Mogherini, erano presenti anche i capi di Stato e i ministri degli esteri dei 28 paesi membri.

Riga Summit

Il 21 ed il 22 maggio si è svolto a Riga il quarto summit tra Unione Europea e i sei paesi del partenariato orientale: Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. A rappresentare l’Unione Europea oltre al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, al presidente del consiglio europeo Donald Tusk e all’Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza Comune Federica Mogherini, erano presenti anche i capi di Stato e i ministri degli esteri dei 28 paesi membri. Un fatto questo che ha trasformato  il summit sul partenariato orientale anche in un’occasione per discutere dello stato delle finanze della Grecia, dei progetti di David Cameron per l’UE, e dell’immigrazione record verso l’Europa.

Punto focale delle discussioni in politica estera, ovviamente, la crisi tra Russia e Ucraina, che da più di un anno sconvolge i territori del Donbass e di Lugansk. In particolare è stata auspicata un’implementazione degli accordi di Minsk dello scorso febbraio per allentare la tensione tra Kiev, separatisti e Russia, mantenendo fermi i principi del rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale. Inoltre per supportare l’economia ucraina, in grave recessione a causa del conflitto nelle regioni sudorientali, l’Unione Europea si è impegnata ad erogare un nuovo piano di aiuti per un valore di circa due miliardi di dollari.

 L’Ucraina tuttavia non è il solo paese ad avere problemi alle sue frontiere, questa è una condizione che accomuna tutti gli Stati del partenariato orientale, ad eccezione della Bielorussia. La Georgia continua infatti ad invocare la sovranità su Abkhazia e Ossezia del Sud,  la Moldavia è sempre alle prese con la delicata questione della Transnistria, infine Armenia e Azerbaijan formalmente rimangono ancora in guerra per la sovranità sul Nagorno-Karabakh. Questi conflitti, che risalgono agli anni della dissoluzione dell’Unione Sovietica, indeboliscono irrimediabilmente i governi locali e rivelano delle profonde spaccature interne che rendono complicato un loro futuro indipendente.

La crisi in Ucraina rivela come gli Stati del partenariato orientale siano troppo deboli per conservare una loro piena indipendenza politica. Il risveglio della Russia imperiale di Putin costringe infatti i singoli governi dell’est a dover prendere una decisione ben precisa: se entrare nella neonata Unione euroasiatica, o continuare nelle politiche di avvicinamento all’Unione Europea. Solo l’Azerbaijan, che dispone di immense ricchezze naturali, non sembra costretto e nemmeno intenzionato a dover fare una scelta, mantenendosi neutrale e vicino sia a Mosca  che a Bruxelles. La Bielorussia e l’Armenia hanno già aderito all’Unione euroasiatica, mentre Georgia, Moldavia e Ucraina puntano verso occidente, anche a causa dei loro dissidi con la Russia, alla base di tutti i conflitti interni precedentemente citati.

Il summit di Riga ha finito così per segnare probabilmente una nuova era nelle relazioni tra Unione Europea e partner orientali. Ed infatti le raccomandazioni della dichiarazione finale sembrano essere dirette unicamente verso quei tre paesi Georgia, Moldavia e Ucraina che intendono proseguire il loro avvicinamento all’Unione Europea. Difficilmente infatti la Bielorussia, l’unico paese europeo a non far parte del Consiglio d’Europa e dove è instaurato uno dei regimi più totalitari del mondo, e l’Azerbaijan, dove vige un regime totalitario altamente indifferente verso il rispetto dei diritti umani, metteranno in atto quelle riforme che la dichiarazione finale di Riga chiede di attuare in materia di rispetto dei diritti umani, di contrasto alla corruzione e di rafforzamento dello stato di diritto e della democrazia.

Ma il summit di Minsk è stato, come detto, anche l’occasione per i capi di Stato dell’Unione Europea di discutere tra loro di tre temi che dominano l’agenda politica europea degli ultimi mesi: la questione del debito greco, il referendum sull’Unione Europea nel Regno Unito e l’immigrazione. Riguardo al primo tema da segnalare è stato un incontro durato più di due ore tra Tsipras, Hollande e Merkel . I tre hanno discusso del completamento del programma di aiuti concessi dal Brussels Group ( l’ex troika) ad Atene, ed in particolare della famosa ultima tranche da 7,2 miliardi di euro, che dovrebbe essere versata in cambio di un impegno del governo greco ad attuare riforme in materia di lavoro, pensioni ed Iva.

Riga è stata poi l’occasione del primo incontro, dopo il trionfo delle ultime elezioni tra David Cameron, i capi di Stato dell’Unione Europea e i leader delle istituzioni europee. La posizione del premier inglese è nota da tempo, si definisce pro UE, ma chiede al tempo stesso una riforma dei trattati che permetta al Regno Unito di tornare a definire con maggiore autonomia le sue politiche, con meno vincoli comunitari, specialmente su temi come quello dell’immigrazione. Il dibattito è destinato a durare a lungo, ma intanto la Bank of England ha, per sbaglio, inviato un documento riservato al Guardian da cui emerge che i tecnici della banca centrale inglese sarebbero già al lavoro per prevedere gli effetti di una futura uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

L’ultimo tema di “politica interna” che è entrato nel summit di Riga è l’immigrazione. Il dibattito sull’argomento riguarda soprattutto le ultime proposte avanzate dalla Commissione Europea. Il sistema di quote, che in base a parametri come PIL, popolazione, tasso di disoccupazione e numero di rifugiati già accolti sul territorio nazionale, mira a ripartire tra tutti gli Stati membri i richiedenti asilo che ogni giorno arrivano a decine, centinaia e migliaia in Italia, Grecia, Bulgaria e Spagna, è stato infatti accolto negativamente dalla maggioranza degli Stati dell’Unione Europea, alcuni, come la Francia, lo rigettano come iniquo, altri perché si rifiutano di farsi carico di un problema che considerano non loro. In un dibattito di questo tipo, ricco di critiche ma privo di soluzioni alternative, la strategia di Renzi è stata quella di non portare il dibattito troppo al centro dell’attenzione a Riga, e di lasciare che siano le istituzioni di Bruxelles a cercare una soluzione di compromesso sul tema.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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