Il Sudafrica dopo Mandela: terra di discriminazione e di nuova povertà

19/12/2013 di Francesca R. Cicetti

Sud Africa, Nuova Apartheid?

Sud Africa, terra di problemi. Madiba non c’è più, e neppure la società giusta ed equa che sognava. Poche settimane dopo la morte di Nelson Mandela, il Sudafrica già parla di un nuovo apartheid. Questa volta a imporlo sono i neri delle classi dirigenti, il nuovo black power, accusato di emarginare la fetta più povera della popolazione, costretta come un tempo a rifugiarsi nei vecchi ghetti. E al centro della polemica c’è il partito di Mandela, l’African National Congress, incolpato di istigare la campagna di demolizione delle baraccopoli e di aver consegnato gli appartamenti riservati agli sfrattati ai militanti del partito, oppure al miglior offerente (in cambio della giusta ricompensa). I diseredati, che si sono visti soffiare la possibilità di riscatto da sotterfugi e giochi politici, sono scesi in piazza riadattando i vecchi slogan contro i boeri, solo che stavolta si tratta di boeri neri. L’Anc è come i primi coloni bianchi: razzista e discriminatoria. Il sogno di Mandela sembra sgretolarsi di giorno in giorno. Per lui nessuna patria solidale e prospera: quasi la metà dei sudafricani vive oggi sotto la soglia della povertà.

Nuova Apartheid, bianchi, Sud AfricaNuova apartheid? La colpa è della corruzione. Anche il presidente Jacob Zuma, ripetutamente fischiato durante le celebrazioni dei funerali di Mandela, è stato accusato di essere al centro di uno dei più grandi scandali del Sudafrica democratico. «Non c’è differenza tra la gestione dell’Anc e quella durante l’apartheid», dicono gli attivisti dei diritti umani. E nel frattempo sono quattro milioni le persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. Ma non è tutto. L’ex delfino dell’Anc, Julius Malema, ha fondato un movimento radicale al fine di espropriare le terre dei bianchi. Una vendetta contro l’apartheid, alla quale, per inciso, Nelson Mandela si era sempre opposto. Senza contare che esiste già la Bee, la legge denominata Black economic empowerment, varata per eliminare le disuguaglianze e far recuperare ai neri decenni di esclusione dovuti all’apartheid. La norma prevede delle quote di assunzione in base al colore della pelle, per colmare il divario economico e sociale e favorire le classi discriminate.

Disciriminazione al contrario. Ma anche la Bee è una discriminazione: positiva, è vero, ma pur sempre tale. E il risultato è una nuova fascia di poveri che va ad ingrossare le fila: sono i nuovi poveri del Sudafrica, migliaia di bianchi che un tempo appartenevano alla classe media, radunati a chiedere l’elemosina o a vendere gadget improbabili, annidati nei parcheggi dei supermarket ad aiutare per una manovra, sperando nella generosità di qualcuno. Hanno perso il lavoro è non possono sperare di riottenerlo. Tanto più che moltissime compagnie hanno smesso da tempo di assumere impiegati bianchi. In molti moduli di accettazione online, una volta arrivati alla richiesta della razza, il processo si interrompe per chi barra la casella ‘white’. Nessuna assunzione per loro.

Il passato non è così lontano. Ma che siano bianchi o neri, la differenza è poca. Il Sudafrica è una terra di nuova povertà e di nuovi poveri. Vivono nelle roulotte, nei dormitori pubblici, correndo ogni sera per accaparrarsi un posto. O anche nelle strade, perché a volte non vale la pena di pagare sette rand a notte, senza neppure la colazione. E poi c’è la gara continua per conquistare un letto, strappandolo ad altri senzatetto. Ma l’alternativa, non troppo attraente, sono gli squatter camps, dove non c’è elettricità e tanto meno acqua corrente. Non esiste intimità, non esiste solitudine. Ci sono solo anziani abbandonati su letti molli e ragazze troppo magre o troppo grasse per la cattiva alimentazione. Ci sono solo bambini che giocano e madri dal sorriso sdentato. Nessuno si avvicina, tranne qualche reporter e qualche associazione religiosa, che porta cibo un paio di volte alla settimana. Ma non basta.

Morto Mandela, la sua profezia è destinata ad avverarsi sorprendentemente in fretta. La corruzione tra i suoi successori e la lotta al potere si confermano il cancro del Sudafrica, come predetto dallo storico leader. E non si parla di successione politica: per una volta almeno in questo argomento si vede chiaro. Come promesso, Mandela ha lasciato la politica nel 1999, e da allora sono passati tre mandati presidenziali. Eppure la sua figura lascia un’ombra (o sarebbe meglio dire una luce) sul Paese ed una strada che, per ora, è stata completamente persa.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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