Il Sudafrica scosso da un’ondata xenofoba

24/04/2015 di Michele Pentorieri

E’ caccia allo straniero nel Paese che fu di Mandela. Saccheggi, violenze ed omicidi, però, sono il sintomo di un malcontento profondo nei confronti del Governo.

Sud Africa

Da circa due settimane il Sud Africa è sconvolto da proteste e devastazioni a sfondo razziale. Sono stati registrati vari saccheggi ai danni di negozi gestiti da stranieri e addirittura omicidi. Il Governo ha reagito in maniera piuttosto lenta all’agitazione, intensificando la presenza della polizia nelle strade. Il punto di partenza delle violenze può essere identificato nelle parole del Re zulu Goodwill Zwelithini, che qualche settimana fa ha invitato gli stranieri residenti in Sud Africa a fare le valigie ed andarsene, mentre chiedeva al Presidente Zuma di attuare misure che favorissero questo fantomatico esodo. Nei giorni seguenti sono scoppiate le proteste contro gli immigrati residenti in Sud Africa, concentratesi in un primo momento soprattutto a Durban, ma poi estesesi fino a Johannesburg, dove sono stati arrestati decine di sospettati. Finora, i morti delle violenze di queste settimane sono sei, ma solo uno di questi ha un nome: Emmanuel Sithole, mozambicano di 35 anni, accoltellato lo scorso 20 Aprile. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case ed i governi di Mozambico, Malawi e Zimbabwe hanno annunciato il varo di piani di rimpatrio per i connazionali residenti in Sud Africa.

Al di là delle dichiarazioni di Zwelithini, è chiaro che il Paese era già pronto ad esplodere e le parole del Re zulu non hanno fatto altro che intercettare un malcontento già molto diffuso. Gli immigrati sono accusati di essere la causa principale dell’altissimo tasso di disoccupazione che affligge il Sud Africa, soprattutto le fasce più giovani. La soluzione adottata dal Presidente Zuma, ossia l’aumento della presenza delle forze di polizia nelle strade, non può essere la panacea di un problema sociale profondo e di non facile soluzione. La violenza utilizzata dai Sudafricani non deriva infatti dalla semplice frustrazione di fronte ad una condizione di precariato economico.

Molti l’hanno descritta come “violenza correttiva”, attribuendole una valenza sistematica e premeditata ben più preoccupante dell’ impulsività della semplice violenza “a caldo”. Tale tipo di violenza è sì espressione di conflitti sociali originati dalle precarie condizioni economiche di molti giovani sudafricani, ma anche –e soprattutto- dallo scollamento che questi percepiscono rispetto alle classi dirigenti. A testimonianza di ciò, uno degli obiettivi delle azioni di queste settimane è quello di “prendere in mano le redini della propria vita” e risolvere in maniera definitiva i problemi che attanagliano la società sudafricana (crimine e spaccio di droga su tutti). Ed il fatto che i discorsi pronunciati in Parlamento, che hanno condannato duramente le violenze, non hanno avuto il minimo impatto sulla massa non fa che confermare la tesi secondo la quale la società sudafricana non potrebbe essere più lontana dai suoi quadri governativi.

I problemi sociali del Sud Africa non sono cominciati qualche settimana fa, né hanno subito recentemente un’impennata considerevole. Piuttosto, l’accento andrebbe posto sull’immobilismo politico che ha generato nel sudafricano medio la volontà di agire in prima persona. Le colpe della politica, tuttavia, non si limitano all’inattività di fronte al bisogno di sicurezza sociale ed economica espresso dalla popolazione, anzi. Nell’ultimo periodo, il Governo sudafricano ha varato un pacchetto di riforme draconiane con l’intento di stroncare l’immigrazione. Gli effetti di queste misure si stanno mostrando devastanti per gli immigrati regolari, stabilitisi in Sud Africa tempo fa ma che ora vedono i propri permessi di lavoro non rinnovati. Mbembe, teorico post-colonialista tra i più influenti, parla di situazione kafkiana e sottolinea, allarmato, l’emergere di rudimenti ideologici dietro agli episodi di violenza. Oltre le classiche dicotomie noi-loro –nelle quali “loro” incarnano i mali della società sudafricana- si sta facendo strada tra il popolo sudafricano l’idea che il proprio Paese, in fondo, non ha alcun debito morale nei confronti del continente al quale appartiene. Per questo motivo, non è affatto tenuto ad accogliere gli stranieri.

La questione è quindi più profonda rispetto ad una semplice rivolta xenofoba e, anzi, ha in sé molti elementi politici. L’aumento delle forze di polizia sul territorio è una soluzione solo temporanea. Come affermato da Ranjeni Munusamy, associate editor del quotidiano sudafricano Daily Maverick, infatti, “la xenofobia, le agitazioni e i punti caldi non saranno eliminati a meno che non ci sia un serio sforzo a livello nazionale che affronti la collisione multipla tra i problemi – fallimento della leadership, declino economico, crimine, corruzione, abusi e scarsità di umanità, moralità e valori-”.

The following two tabs change content below.

Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
blog comments powered by Disqus