Sud Africa e Corte Penale Internazionale, sarà addio?

16/10/2015 di Michele Pentorieri

A seguito del mancato arresto di Omar al-Bashir, la Corte si era scagliata contro il Paese, che risponde con durezza. Oggi, la Corte ha dato allo stato africano più tempo per spiegare quanto accaduto con al-Bashir.

Sud Africa

Lo scontro verbale tra Sud Africa e Corte Penale Internazionale si arricchisce di un altro importante capitolo. Alle schermaglie di Giugno seguono quindi dichiarazioni ben più pesanti da parte del Presidente Zuma. In quell’occasione, il Presidente sudanese Omar al-Bashir si era recato in visita in Sud Africa, in occasione di un meeting dell’Unione Africana a Johannesburg. In quanto firmatario dello statuto della Corte Penale Internazionale quest’ultimo Paese, secondo quanto dichiarato dalla Corte stessa, non avrebbe dovuto permettere ad al-Bashir di lasciare il proprio territorio. Al contrario, l’aver firmato lo Statuto della Corte avrebbe imposto al Sud Africa di trattenere al-Bashir, accusato di genocidio e crimini di guerra in relazione al conflitto in Darfur. James Stewart, eminente membro della Corte stessa, ha esplicitamente affermato che “Secondo la nostra visione, è chiaro che il Sud Africa avrebbe dovuto arrestare al-Bashir, cosicché sarebbe stato successivamente possibile sottoporlo a giudizio all’Aia”. Allora, il Sud Africa non sembrò dare molto peso alla questione, limitandosi a bollare pigramente la Corte come “non più utile”.

La situazione oggi è ben diversa. Il vice-ministro Obed Bapela ha recentemente dichiarato che “la Corte ha perso la sua direzione e non sembra più seguire i suoi principi originari”. Principi ai quali Bapela garantisce comunque l’adesione per quanto riguarda il suo Paese, seppure in via teorica. L’accusa principale mossa dal Governo sudafricano, in particolare dal Presidente Zuma, è quella secondo la quale la Corte avrebbe preso di mira in maniera spropositata ed arbitraria i leader politici africani. Quest’argomento ricorre molto nelle discussioni che riguardano la Corte ma ad avanzarlo, ovviamente, sono soprattutto quei governi che farebbero volentieri a meno di indagini approfondite della Corte nei propri affari interni. Oltre a rappresentare molto spesso una coperta sotto la quale alcuni Governi cercano di mascherare violazioni –gravi o meno- di diritti umani, la tesi è semplicemente smentita dai fatti.

Degli otto casi che hanno riguardato il suolo africano, infatti, due sono stati portati all’attenzione della Corte dal Consiglio di Sicurezza ONU (Sudan e Libia), ben quattro Paesi hanno chiesto di loro spontanea volontà l’assistenza della Corte (Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Uganda e Mali), mentre solo i restanti due casi (Kenya e Costa d’Avorio) hanno visto la Corte agire di propria iniziativa. Il quadro, insomma, non sembra possedere i crismi del fumus persecutionis. Un altro –maldestro- tentativo di difendere le proprie posizioni da parte dell’ANC -partito di Governo sudafricano- è consistito nel dichiarare che l’arresto di al-Bashir avrebbe contravvenuto agli obblighi di natura diplomatica che il Paese ha nei confronti degli altri Paesi africani –Marocco escluso- in quanto membri dell’Unione Africana. Peccato che qualche anno fa fu Zuma stesso a dichiarare che qualora il Presidente sudanese avesse messo piede sul suolo del suo Paese, sarebbe stato arrestato immediatamente.

In sostanza, le tesi sudafricane non trovano riscontro con la realtà. Semmai, si potrebbero avanzare dubbi sull’effettiva incisività della Corte, troppo spesso ostaggio di interessi politici ed ostruzionismi. Ma in questo caso sarebbero da rivedere gli atteggiamenti degli Stati, non della Corte stessa. Il problema è che l’atteggiamento critico del Sud Africa nei confronti della Corte rispecchia la generale diffidenza che molti Stati dell’Unione Africana hanno nei suoi confronti. Per questo, un’eventuale uscita del Paese dal sistema della Corte potrebbe avere conseguenze catastrofiche. Molti altri leader africani coglierebbero la palla al balzo, adducendo argomenti come la specificità del contesto africano e l’inadeguatezza di un sistema di stampo occidentale come quello della Corte. Per fortuna, lo scenario non sembra molto verosimile ed il fatto che il l’ANC continui a rilasciare dichiarazioni contrastanti tra loro è simbolo di un’incertezza di fondo che difficilmente può essere considerata il preludio a svolte epocali.

Le ragioni dell’atteggiamento del Governo sudafricano non sono evidenti, tutt’altro. Se tuttavia si inserisce questo capitolo all’interno di un’analisi più ampia, si può provare a dare una spiegazione all’accaduto. Il Sud Africa sta attraversando una fase molto delicata, trovandosi nella difficile situazione di dover bilanciare la sua condizione di potenza regionale –risalente a ben prima della fine dell’apartheid– con una crescente visibilità a livello internazionale ed il capitale morale derivante dalla figura di Mandela. Alla luce di ciò, si può interpretare la condotta del Sud Africa come un “rigurgito regionalista”, un tentativo di compattare l’intero continente attorno a sé. Ma, come già successo in precedenza, ciò si sta ripercuotendo sulla credibilità del Paese. Che continua a calare agli occhi della comunità internazionale.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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