Il silenzio delle cose. Vanitas, allegorie e nature morte dalle collezioni italiane in mostra a Torino

03/11/2015 di Simone Di Dato

Dedicata al tema della Vanitas in un percorso che offre una selezione di oltre cinquanta opere di grandi maestri, sarà la mostra "Il silenzio delle cose. Vanitas, allegorie e nature morte dalle collezioni italiane" che fino al prossimo 28 febbraio 2016 propone una ricca indagine sulla genesi, lo sviluppo e le varie articolazioni della nuova iconografia laica in Italia e non solo, attraverso capolavori del XVII e XVIII secolo

Il silenzio delle cose. Vanitas, allegorie e nature morte dalle collezioni italiane

Amaro e noia | La vita, altro mai nulla; | e fango è il mondo. |T’acqueta omai. Dispera | L’ultima volta. Al gener nostro il fato | Non donò che il morire. Omai disprezza | Te, la natura, il brutto | Poter che, ascoso, a comun danno impera, | E l’infinita vanità del tutto“.

E’ una lingua scandita da interruzioni e meravigliosi strappi quella che Giacomo Leopardi dedica nel settembre del 1833 “A sé stesso“, poesia di pause, bruschi silenzi e suoni dolorosi che afferma in modo definitivo il disprezzo per l’ultima illusione eterna e, sotto il segno dell’Ecclesiaste, per   quell’infinita  vanità dell’universo. La vanità che il poeta reinterpreta in senso nichilista come simbolo di ciò che nega il valore di ogni cosa, ha in realtà origini nobili e antichissime che risalgono proprio al Qoelet (o Ecclesiaste appunto), uno dei sette libri sapienziali della Bibbia scritto in Giudea nel IV-III secolo a.C. da autore ignoto sotto dettatura di Re Salomone. A far esordire il termine sarà Qoelet, uomo colto e saggio che dopo aver esplorato ogni aspetto della vita terrena e goduto di ogni bene materiale, percepisce la futilità dei desideri, la miseria e l’infelicità dell’esistenza che inevitabilmente sfocia nella morte.

Guido Cagnacci
Guido Cagnacci, Allegoria della vita umana.

La locuzione “Vanitas vanitatum et omnia vanitas” ovvero “Vanità delle vanità, tutto è vanità“, da lui pronunciata come imperiosa sentenza, sarà nei secoli oggetto di numerosissime interpretazioni: per sottolineare la fede nel Signore come unica via di salvezza a dispetto dell’inconsistenza dei beni materiali e e dei piaceri terreni dell’uomo (Imitazione di Cristo, 1418); in senso nichilista per il già citato Leopardi; e ancora in Ariosto quando nel canto 34 dell’Orlando Furioso ci presenta la Luna come specchio della Terra,  tra lacrime e  sospiri di amanti, tempo perso al gioco, ozio, adulazioni, desideri e progetti tra i più frivoli e inconsistenti che si possano immaginare. Ma è nei primi anni del ‘600, e in particolar modo in Olanda, che il soggetto della vanità conosce una straordinaria diffusione insieme al topos della natura morta, sopratutto con la Guerra dei Trent’anni quando ad inizio secolo l’Europa del Nord è travolta da carestie e pestilenze e i pittori più fervidi danno vita ad una nuova iconografia laica della vanitas, fatta di elementi connessi alla sfera sacra, chiari richiami alla caducità della vita e alla perentorietà della morte.

Evaristo Baschenis
Evaristo Baschenis, Composizione con strumenti musicali

Dalle zone del nord la nuova iconografia trova veloce fioritura anche nei territori limitrofi della Francia del nord e della Germania occidentale, fino a trovare la più macabra esasperazione nella Spagna cattolica. La pittura che ne derivò fu indissolubilmente legata alla rappresentazione delle nature morte con elementi simbolici allusivi alla fragilità della condizione umana, d’impronta allegorica e ricchi di significati morali  più o meno espliciti, in correlazione tra loro. Le varianti tematiche e stilistiche sono oltremodo sorprendenti ma tra i simboli  più ricorrenti restano teschi, candele spente e sordi strumenti musicali per configurare la morte, oggetti come la clessidra o l’orologio per alludere chiaramente allo scorrere del tempo, e ancora fiori spezzati e  bolle di sapone a indicare la natura transitoria dell’esistenza.

Dedicata al tema della Vanitas in un percorso che offre una selezione di oltre cinquanta opere di grandi maestri, sarà  la mostra “Il silenzio delle cose. Vanitas, allegorie e nature morte dalle collezioni italiane” che fino al prossimo 28 febbraio 2016 propone una ricca indagine sulla genesi, lo sviluppo e le varie articolazioni della nuova iconografia laica in Italia e non solo, attraverso capolavori del XVII e XVIII secolo provenienti da importanti collezioni pubbliche e private. I curatori Andrea Busto e Davide Dotti presentano dunque tre filoni tematici differenti: quello tradizionale legato ai modelli d’Oltralpe e spagnoli, caratterizzati dalla presenza di oggetti fortemente simbolici (teschio, la clessidra, i libri sgualciti, le carte da gioco, i dadi, il mappamondo); il secondo, legato alla “natura morta”, specialmente di frutta e fiori per raffigurare “la natura come simbolo della Vanità“; e infine il filone che ebbe particolare diffusione presso la committenza aristocratica, con dipinti di figura con le allegorie della vita umana, del tempo, della fragilità dell’esistenza.

Ambrogio Figino
Ambrogio Figino, Natura morta, piatto con pesche

Articolato in due momenti ben precisi, il percorso comincia con una sezione dedicata alle opere del “Maestro della Vanità“, pittore di probabili origini transalpine attivo tra Roma e Napoli nel terzo quarto del XVII secolo, insieme a Francesco Solimena in un dialogo con diversi memento mori prima e con still life di Ambrogio Figino (presente in mostra con “Il piatto di pesche”, la prima natura morta dipinta in Italia che anticipa di circa 3 anni  l’esecuzione della Canestra di Caravaggio), Panfilo Nuvolone, Giuseppe Recco, Mario Nuzzi, Francesco Maltese, Bartolomeo Bettera ed Evaristo Baschenis  poi. Si passa quindi ai dipinti di figura di pittori barocchi come Guido Cagnacci (con la sua “Allegoria della vita umana“)  , Giulio Carpioni, Jusepe de Ribera, Gioacchino Assereto, Francesco Furini, e Giuseppe Vermiglio. Chiudono la mostra alcuni dipinti che portano la firma, tra gli altri, di Giacomo Ceruti  e Pietro Bellotti, una selezione di tele che mostrano uomini e donne segnati dal tempo, ritratti con vivace realismo nei loro volti sciupati e invecchiati, a emblema della vanità e della fugacità del tempo.

Info:
Il silenzio delle cose. Vanitas, allegorie e nature morte dalle collezioni italiane
a cura di Andrea Busto, Davide Dotti
Torino, MEF – Museo Ettore Fico
Dal 31 Ottobre 2015 al 28 Febbraio 2016
Orario: da mercoledì a venerdì 14.00 – 19.00
sabato e domenica 11.00-19.00

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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