Il Senato che verrà: scontri e ultimatum nel Pd

09/09/2015 di Ludovico Martocchia

Renzi può scendere a compromessi sulle funzioni del Senato, ma l’elettività non si tocca. La battaglia per il Senato entrerà nel vivo nelle prossime settimane. Scontro con la minoranza Pd sull’articolo 2. Ecco il punto della situazione sulla riforma che cambierà radicalmente la nostra Costituzione.

PD Renzi

Tutto gira intorno al numero due. Due come l’articolo del ddl sulla riforma del Senato che stabilisce la non elettività dei senatori, un tassello voluto fortemente da Matteo Renzi. Due come il bicameralismo perfetto, il grande male costituzionale a cui si associano la lentezza e l’irresolutezza della politica parlamentare. Due come i voti parlamentari che mancano prima per l’approvazione definitiva di un cambiamento storico. Due come le facce del Partito Democratico, da una parte quella asfaltatrice della maggioranza rappresentata dal premier-segretario fiorentino, dall’altra la minoranza dissidente, l’opposizione interna che cerca di contare ancora qualcosa nel dibattito politico odierno. Quest’ultima, orfana di Pippo Civati e Co., dopo aver parzialmente perso su Job’s Act, Italicum e Buona Scuola, ora dovrà riaffilare le lame per strappare a Renzi l’articolo due della riforma costituzionale.

È un braccio di ferro tra Renzi e i 28 senatori dissidenti del Pd. Il premier vuole raccontare ai giornali di aver teso la mano alla minoranza, quando in realtà è chiaro che non mollerà mai sul punto cardine del testo. Lo ha fatto capire ieri all’assemblea con i parlamentari di Palazzo Madama: «Non diciamo prendere o lasciare, ma non si può scappare di fronte alla nostra storia». Poi ha aggiunto, rispondendo all’ex segretario Pierluigi Bersani («Non si può chiamare alla disciplina di partito davanti alla Costituzione»): «Nessuno di noi invoca la disciplina di partito, non c’è sulla Costituzione. Ma c’è una responsabilità di tutto il partito davanti agli elettori»).

Su questo punto è sempre meglio ricordare che sebbene il Pd sia numericamente il primo partito alla Camera e relativamente anche il primo del Senato, nessun elettore ha mai espresso una preferenza negativa o positiva dinanzi alle riforme costituzionali, né tantomeno nei confronti di un governo Renzi. Tutto ciò che sta facendo il fiorentino è lecito sulla base degli articoli della nostra Carta. Bisogna solamente aver presente che il leader Dem non ha alcun mandato popolare esplicito a riguardo. È vero che ha vinto le primarie nel 2013 contro l’establishment democratico; è vero che ha stravinto le elezioni europee del 2014; ma nessun cittadino ha mai votato Renzi per spingerlo a fare le riforme. È la retorica di Renzi che implica un ragionamento di questo genere: le riforme si approvano sia perché sono necessarie sia perché il popolo le vuole. Però non si può essere certi, soprattutto sul secondo motivo. Si spera vivamente che dopo il consenso delle Camere, si passi ad un referendum popolare, come il ministro Boschi e lo stesso Renzi stesso hanno più volte promesso e sottolineato.

L’unico elemento su cui il Presidente del Consiglio è pronto a rivedere la sua posizione è sulle funzioni del Senato. Al momento la Camera Alta che ha in mente Renzi avrà molti meno poteri, tra i quali il voto di fiducia al Governo. Il ruolo principale sarà quello di “raccordo tra lo Stato e gli enti costitutivi della Repubblica”: male per tutti gli studenti e gli interessati al diritto costituzionale che dovranno riprendere i libri in mano e reimparare la nostra Carta. A parte gli scherzi, rimarrà il potere di voto per le riforme e le leggi costituzionali, per le leggi elettorali degli enti locali, per le ratifiche dei trattati internazionali, per le leggi sui referendum popolari, per il diritto di famiglia, il matrimonio e la salute. Insomma, a prima vista la funzione non sarà completamente svuotata, anche se bisognerà dire addio al bicameralismo perfetto.

La frattura più grande rimane sull’articolo 2. Per Vannino Chiti della minoranza Pd «senza modificare l’articolo 2 non è possibile un’intesa: non per pregiudiziali ma per serietà e rispetto della Costituzione». Allo stesso tempo Renzi vorrebbe chiudere la discussione immediatamente, “senza perdere tempo”. Sarà disposto a tendere la mano anche sull’articolo 2? Oppure si comporterà come aveva anticipato dopo le elezioni regionali «infischiandosene dei D’Attorre e dei Fassina, riprendendo in mano il partito»?

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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