Il semestre europeo e la presidenza italiana. Cosa possiamo davvero fare?

12/05/2014 di Federico Nascimben

Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare del semestre europeo e della futura presidenza italiana di turno, spesso utilizzando toni trionfalistici in cui (senza troppi problemi) si fa riferimento a “svolte” nelle politiche economiche europee, “fine dell’austerità”, “crescita” ecc. Ma, al di là della facile retorica, come funziona davvero il semestre di presidenza e cosa possiamo fare?

Herman Van Rompuy, attuale Presidente del Consiglio europeo. Fonte: Wikipedia.
Herman Van Rompuy, attuale Presidente del Consiglio europeo.
Fonte: Wikipedia.

Partiamo vedendo in breve cos’è il Consiglio dell’Unione Europea, detto anche semplicemente Consiglio o Consiglio dei Ministri Europei. Questo, oltre che con il Consiglio d’Europa (che con l’Unione Europea non ha nulla a che fare), non è da confondere neppure con il Consiglio europeo: benché strettamente collegati, sono due organi diversi visto che quest’ultimo rappresenta i Capi di Stato e di Governo dei diversi Paesi UE, elegge un suo Presidente stabile (Van Rompuy, fino al 30 novembre 2014) e imprime all’Unione l’impulso necessario al suo sviluppo definendone gli orientamenti politici generali; mentre il Consiglio condivide il potere legislativo con il Parlamento europeo, ed “è l’istituzione in seno alla quale i ministri di tutti i paesi dell’UE si riuniscono per adottare le normative e coordinare le politiche”, costituendo così il principale organo decisionale della UE. La presidenza del Consiglio è esercitata da gruppi predeterminati di tre Stati membri per un periodo di 18 mesi, ed è assistita dall’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (Catherine Ashton, fino al 31 ottobre). In pratica questi svolge le funzioni di presidente permanente in relazione alla formazione “Affari esteri”, mentre tutte le altre riunioni del Consiglio “sono presiedute dal ministro competente del paese che in quel momento esercita la presidenza di turno dell’UE”.

Vediamo anche in breve il funzionamento del Consiglio. Tutti i lavori di questo sono preparati da un organo intergovernativo, formato da delegati dei governi, chiamato Comitato dei rappresentanti permanenti (COREPER). A seconda dei casi, il Consiglio delibera all’unanimità, a maggioranza semplice (in cui il peso attribuito a ciascuno Stato è identico, “uno vale uno”) o a maggioranza qualificata (cioè ponderata per il peso della popolazione di un determinato Stato). In seguito al Trattato di Lisbona, quest’ultima tipologia di voto è diventata la regola generale per le deliberazioni del Consiglio della UE, applicandosi laddove i Trattati non dispongano diversamente.

Come abbiamo visto in precedenza, essendo la presidenza condivisa da un trio che ruota ogni sei mesi, i tre Stati (Italia, Lettonia e Lussemburgo) devono fissare assieme obiettivi a lungo termine, preparando “un programma comune che stabilisce i temi e le questioni principali che saranno trattati dal Consiglio in un periodo di 18 mesi. Sulla base di tale programma, ciascuno dei tre paesi prepara il proprio programma semestrale più dettagliato”.

Il principale problema dell’Italia è dato dal fatto che il suo turno di presidenza avviene in un periodo di forte ricambio in seno alle istituzioni europee; vi sono infatti i rinnovi di: Parlamento europeo, Commissione, Presidenza del Consiglio europeo e Alto Rappresentante per la Politica Estera. In pratica – vista la forte relazione formale ed informale che intercorre tra le diverse istituzioni della UE, visti i nuovi poteri attribuiti al Parlamento dopo il Trattato di Lisbona e visti, infine, soprattutto i tempi lunghi richiesti da tali pratiche (si veda qui, qui e qui) -, l’Italia si trova proprio nel bel mezzo di questa fase transitoria:

– A fine maggio si terranno le elezioni per il rinnovo del PE ed entro giugno si dovranno formare i gruppi politici in seno a questo sulla base dei risultati ottenuti dai diversi partiti europei;

– Il nuovo PE debutterà solo nella sessione dei primi di luglio per eleggere il proprio Presidente e i Vicepresidenti;

– Il Consiglio europeo proporrà a maggioranza qualificata un candidato alla carica di Presidente della Commissione al PE, il quale entro il 14 luglio dovrà dare un primo voto sul nome;

– L’ultima settimana di luglio e tutto agosto sono solitamente periodi di vacanza, in cui non vi sono riunioni del PE, perciò i lavori verranno procrastinati;

– Dal 22 settembre al primo ottobre vi saranno le audizioni presso le rispettive Commissioni del PE dei candidati Commissari europei;

– Dal 20 al 23 ottobre vi sarà la il voto sulla fiducia da parte del PE alla nuova Commissione europea;

– Il 31 ottobre scadrà la presidenza di Catherine Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera;

– Il primo novembre la nuova Commissione entrerà in carica;

– Il 31 novembre scadrà la presidenza di Herman Van Rompuy, attuale Presidente del Consiglio europeo.

Inoltre, tali date sono da leggere al netto di una composizione fortemente maggioritaria dei partiti europeisti in seno al Parlamento europeo e delle coalizioni che si verranno a formare, oltreché di eventuali bocciature di Commissari e divisioni fra gli Stati membri che potrebbero allungare di qualche settimana il processo di rinnovamento nelle istituzioni europee.

Cercando di rispondere alla domanda su cosa l’Italia può realmente fare, occorre quindi prendere in considerazione quanto qui sopra evidenziato in relazione ai lunghi tempi che i rinnovi delle istituzioni europee richiedono, e che causeranno certamente un blocco operativo dei lavori, riprendendo a funzionare pienamente solamente verso fine 2014 – nel migliore dei casi. Inoltre, appare evidente che – vista la struttura dell’Unione Europea – la presidenza di turno del Consiglio “condivide” il potere legislativo con il PE, ma il potere “esecutivo” (le virgolette sono d’obbligo), assieme al c.d. “diritto di iniziativa” sugli atti legislativi dell’Unione, appartengono alla Commissione.

In definitiva, quindi, visto quanto detto, risulta ben difficile potersi aspettare reali svolte dal semestre di presidenza italiana.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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