Il rischio transitivo della ricchezza degli italiani

15/12/2014 di Federico Nascimben

Il rischio sempre più concreto di un default italiano rende sempre meno remota l'ipotesi che avvenga una compensazione tra la ricchezza privata ed il debito pubblico

La scorsa settimana Standard & Poor’s ha abbassato il rating italiano a BBB- da BBB, appena un gradino sopra il livello “spazzatura”. Secondo l’agenzia di rating, infatti, “il downgrade riflette le ricorrenti debolezze che vediamo in termini di prestazioni del Pil reale e nominale in Italia – tra cui l’erosa competitività – che stanno minando la sostenibilità del debito pubblico“.

Una delle parti più interessanti è però quella in cui si evidenzia che “il bilancio privato degli italiani resta forte e in grado di assorbire ulteriori incrementi del debito pubblico“. Anche S&P sottolinea cioè il “cuscinetto” rappresentato dalla ricchezza degli italiani. Il rischio è infatti quello paventato già da molti: la compensanzione fra debito pubblico e ricchezza privata. Ovvero il rischio, meglio ancora, di veder applicata una proprietà transitiva fra le due grandezze.

La ricchezza, che cos’è?

L’enciclopedia Treccani definisce la ricchezza come la “quantità di risorse economiche accumulate da un individuo o da un intero Paese fino a una certa data. Per questa ragione, la r. è definita come una grandezza ‘stock’, da non confondere con un’altra grandezza ‘flusso‘ molto importante: il reddito […].

La r. può essere detenuta in diverse forme e indica l’insieme di attività finanziarie possedute da un individuo o da una collettività. Gli strumenti che compongono la r. finanziaria possono differire tra loro per il rendimento atteso, per il rischio e per la liquidità […]. La r. reale è invece l’insieme delle attività reali detenute da un individuo o da una collettività, a partire da immobili e terreni. Rispetto a quella finanziaria, questa forma di r. si caratterizza per la scarsa liquidità: la vendita di una casa è un processo assai più lungo e costoso rispetto a quella di un titolo (azione, obbligazione) scambiato sui mercati finanziari. D’altra parte, la r. reale presenta il vantaggio che il suo valore non viene intaccato da un eventuale processo inflazionistico, mentre quella finanziaria subisce l’erosione dovuta  all’inflazione.

Con riferimento a un Paese, la r. reale comprende le sue strutture produttive (impianti industriali) e le infrastrutture: strade, ferrovie, reti informatiche. Queste risorse sono frutto degli investimenti passati: il loro livello e la loro qualità condizionano in modo cruciale le possibilità di generare redditi futuri e crescita economica. Anche per un individuo, la r. accumulata dipende dai risparmi e dagli investimenti effettuati in passato”.

La ricchezza degli italiani

In un articolo apparso a giugno 2013 su lavoce.info, Carlo Favero e Nicola Gennaioli scrivono che “al netto di debiti pubblici e privati, la ricchezza delle famiglie italiane in rapporto al Pil è tra le più alte dei paesi del G7, quasi sei volte il Pil, per un valore di 8.600 miliardi. Circa 6.000 miliardi provengono dal valore delle abitazioni, 1.200 miliardi è costituito da circolante e depositi, il resto da partecipazioni azionarie e fondi di investimento. C’è poi la ricchezza dello Stato, che ammonta a 800 miliardi, dei quali 100 sono diritti di sfruttamento (frequenze, risorse naturali e altro) e partecipazioni azionarie, mentre altri 370 sono costituiti da immobili”.

Secondo l’ultima indagine sui bilanci delle famiglie di Bankitalia, aggiornata al 2012, il 10% delle famiglie più ricche possiede il 46,6% della ricchezza netta totale, ed il valore mediano (cioè quello detenuto dalla famiglia che occupa la posizione centrale nella distribuzione della ricchezza) della ricchezza familiare netta è pari a 143.300 euro.

Ricchezza netta familiare, ricchezza netta pro capite e ricchezza familiare in immobili: valori mediani a prezzi costanti. Fonte: elaborazioni di Bankitalia sull’archivio storico dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane.
Ricchezza netta familiare, ricchezza netta pro capite e ricchezza familiare in immobili:
valori mediani a prezzi costanti.
Fonte: elaborazioni di Bankitalia sull’archivio storico dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane.

L’Ufficio studi di Bnl ha recentemente stimato che la ricchezza mobiliare (cioè conti correnti, azioni, titoli di Stato, polizze, fondi comuni) delle famiglie italiane ha praticamente raggiunto la quota di 4.000 miliardi (3.858 per la precisione), battendo il precedente record del 2006 ed aumentando di quasi 400 miliardi dal 2011, soprattutto grazie all’andamento di azioni, obbligazioni e fondi comuni; mentre il risparmio gestito ha anch’esso toccato il record ad ottobre di 1.500 miliardi.

La cosa interessante – ma del tutto logica vista la prolungata depressione, le aspettative future altrettanto depresse da una parte e la perdita di valore media degli immobili – è che la “raccolta netta del risparmio gestito cioè il saldo attivo dei nuovi flussi di denaro investito è stato nei primi 10 mesi del 2014 di ben 110 miliardi. C’è capitale disponibile che non viene speso, non viene immesso nel circuito dell’economia reale, ma viene messo da parte, immobilizzato per mesi se non per anni”. Anche in questo caso però, Bnl sottolinea che dei quasi 4.000 miliardi di patrimonio mobiliare, ben 2.000 miliardi sono detenuti da 2 milioni di famiglie italiane sui 20 milioni di nuclei familiari complessivi; anche in questo caso, cioè, il 10% più ricco detiene la metà della ricchezza mobiliare.

Il rischio transitivo della ricchezza

Parlare di rischio transitivo della ricchezza, come abbiamo fatto, è una voluta forzatura, perché equivale ad equiparare il debito pubblico e la ricchezza privata. Questo principio è stato ribadito più volte (si veda il punto 2) dall’ex premier, Silvio Berlusconi, che utilizzava tale ragionamento per rassicurare un po’ tutti contro eventuali default. Naturalmente il Cavaliere non è l’unico né tra i politici né tra gli economisti a pensarla in questo modo.

Nell’articolo citato precedentemente, Favero e Gennaioli scrivono che il problema del debito pubblico italiano non può essere affrontato prescindendo dalla ricchezza privata, perché vi è stato storicamente un nesso causa-effetto, direttamente proporzionale, tra aumento del primo ed aumento della seconda: “si distinguono due periodi. Nel periodo 1970-93 la pressione fiscale in Italia è stata di molto inferiore a quella degli altri paesi europei, mentre la spesa pubblica è esplosa, soprattutto a partire dai primi anni Ottanta. Questo ha causato una forte crescita del debito. A partire dal 1993, invece, spesa e prelievo italiani si sono allineati con quelli degli altri paesi europei, ma in presenza di uno stock di debito elevato.

Durante il periodo 1970-93, la ricchezza degli italiani è molto aumentata, più che duplicata rispetto al Pil. È difficile pensare che l’aumento della ricchezza non sia in parte dovuto alla bassa tassazione del periodo 1970-93 e all’esplosione della spesa pubblica negli anni Ottanta (cui contribuirono un sistema pensionistico molto generoso e gli elevati tassi di interesse ottenuti dai risparmiatori sul debito pubblico). Queste politiche hanno favorito un equilibrio con elevato debito pubblico ed elevata ricchezza privata”.

I mezzi

I mezzi per arrivare a questa compensanzione, tramite la “proprietà transitiva” accennata, sono fondamentalmente due: incentivare e rendere più conveniente l’acquisto di obbligazioni statali per favorire una ricomposizione del debito pubblico in mani italiane; aumentare le imposte patrimoniali.

(Il terzo mezzo, quello delle privatizzazioni, non viene qui preso in considerazione perché si continua a non vedere la volontà di portare a termine un progetto serio: se nel Def si stimava un incasso annuo pari a circa 10-12 miliardi (lo 0,7% del Pil) nel periodo 2014-2017, già per l’anno in corso la stima è stata ridotta allo 0,28% del Pil, dopodiché è stato detto che la cifra è da intendersi come media del periodo.)

Nel primo caso, la ricomposizione ha subito un’evoluzione molto importante, sia per questioni endogene che esogene. Ad inizio 2006 la quota di debito in mano agli stranieri era del 51,4%, mentre era del 51,6% a fine 2008; nel secondo trimestre 2011 era del 49,3%. Ma con la crisi del debito dell’estate 2011, a cui è seguita la lettera della Bce del 5 agosto e l’avvio del Securities Markets Programme (Smp, cioè l’acquisto di obbligazioni statali sul mercato secondario) da parte della Bce, a fine anno la quota in mano a non residenti scende al 45%. In sintesi, tra fine 2011 e 2012, dopo l’intervento di Draghi, la quota di debito in mano italiane aumenta di 10 punti, dato che le banche italiane iniziano a “mettersi in pancia” una parte importante del debito. Nel primo trimestre 2013, la quota in mano ai residenti era infatti pari al 59,3% (anche perché il Smp venne sostituito dall’Outright Monetary Transaction, Omt, a cui si aggiunsero le famose Ltro, Long-Term Refinancing Operation).

Alla fuga di capitali esteri si sono sostituiti gli acquisti del settore bancario nostrano incentivati in dalle operazioni della Bce e dall’avversione al rischio. Ad oggi, infatti, la quota di debito in mano ai non residenti è pari al 30%. In sostanza, cioè, in sei anni la ricomposizione ha interessato il 20% del nostro debito, che contemporaneamente è aumentato in valori assoluti di circa 500 milliardi (da oltre 1600 a oltre 2100 miliardi circa). L’esposizione diretta ed indiretta del sistema bancario italiano al debito sovrano italiano, invece, è attualmente pari a circa l’11% del totale degli attivi bancari. Questi due aspetti, italianità ed esposizione, sono fondamentali nel momento in cui si parla di ristrutturazione o di haircut, dato che è evidente che un’operazione sulla quota detenuta da non residenti avrebbe ripercussioni legali (e non solo) e sarebbe molto difficile da praticare.

Dal punto di vista più propriamente endogeno, c’è stato un aumento della tassazione del risparmio (impropriamente definita “rendita finanziaria”): nell’estate 2011 il Governo Berlusconi alzò le aliquote dal 12,5% al 20% a partire dal 2012; a dicembre 2011 il Governo Monti introdusse l’imposta di bollo su strumenti finanziari e conti correnti (1 per mille nel 2012, 1,5 nel 2013 e 2 nel 2014); con il decreto sugli 80 euro, a partire dal luglio 2014, l’aliquota sul risparmio è infine aumentata ulteriormente al 26%. Allo stesso tempo, però, la tassazione delle obbligazioni statali è rimasta al 12,5%: in questo modo risulta del tutto evidente l’incentivo ad investire sui bond piuttosto che su azioni o altri strumenti. Naturalmente l’operazione da parte dello Stato era voluta, e con l’ultima legge di stabilità è stata ulteriormente rafforzata.

Infine, il secondo mezzo, quello delle imposte patrimoniali. Anche in questo caso (e non a caso, si direbbe) l’aumento del loro gettito è stato molto elevato negli ultimi anni (siamo passati dall’1% del Pil del 1990, al 2,2% del 1992, a quasi il 3% del 2012: una quintuplicazione in termini assoluti), guidato soprattutto dalla componente immobiliare. Secondo il centro studi della Cgia, attualmente le imposte patrimoniali in Italia sono 14, ed il loro gettito è stato pari a 30,1 miliardi nel 2011, a 44 nel 2012 (si noti il +46% in un anno particolarmente delicato nella nostra storia recente), per poi calare leggermente a 41,5 miliardi nel 2013, grazie all’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Nel 2014, invece, sono previste a tornare a quota 44 miliardi. Probabilmente, nel 2015, con la local tax, si arriverà a superare quota 50 miliardi.

Il vantaggio per lo Stato nel tassare il patrimonio è legato sia al costante calo delle grandezze flusso (come i redditi) in anni di crisi, sia, appunto, all’imponente ricchezza degli italiani (soprattutto di tipo immobiliare). Visto il trend passato ed attuale, è più che razionale quindi attendersi un continuo e consistente inasprimento negli anni a venire.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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