Il Regno Unito alla ricerca di una nuova identità politica

04/05/2015 di Marvin Seniga

Mancano pochi giorni alle elezioni più in bilico della storia recente britannica: per conservatori e laburisti le speranze di ottenere la maggioranza assoluta sono poche. E mentre i partiti minori attendono fiduciosi, lo spettro di un governo di minoranza non è così lontano.

Il 7 maggio gli elettori britannici si recheranno alle urne per eleggere i loro rappresentanti nella House of Commons, la camera bassa del parlamento britannico. Tre sono i grandi temi intorno alle quali è girata la campagna elettorale : il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea, la situazione economica del paese, ed infine la questione dell’indipendentismo scozzese che malgrado la vittoria del No nel referendum dello scorso autunno continua ad avere un forte eco nella politica scozzese con riflessi a livello nazionale.

Per quanto riguarda il referendum sulla permanenza all’interno dell’UE, è il candidato conservatore nonché premier uscente David Cameron a promuoverlo, dopo che più volte nel corso della sua presidenza ha manifestato il proprio disaccordo nei confronti delle istituzioni europee. Cameron non è un antieuropeista come lo è Farage o lo sono Le Pen e Salvini, ma nella sua visione perché il Regno Unito resti nell’UE, questa dovrebbe essere profondamente riformata, nel senso della restituzione di una maggiore sovranità ai singoli Stati, una direzione contraria a quella che è emersa negli ultimi anni a Bruxelles, che invece va verso una sempre maggiore integrazione delle politiche dei singoli stati in sede comunitaria.

Il candidato rivale del Labour Party, Ed Miliband, si è invece detto contrario all’idea di un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, mantenendo però sulla questione un profilo basso, senza specificare  quello che sarebbe il suo modo d’interagire con le istituzioni europee. Piuttosto, per conquistare l’elettorato britannico, Miliband ha preferito concentrarsi sulla politica interna ed in particolare sullo stato dell’economia del paese. Sotto il governo Cameron, negli ultimi tre anni, la Gran Bretagna ha ripreso a crescere a ritmi sostenuti, dopo la recessione causata dalla crisi economica globale che ha colpito pesantemente il paese tra il 2008 ed il 2011. Il leader laburista però ha messo in luce come questo  boom economico sia stato ottenuto attraverso importanti tagli alla spesa pubblica, che hanno indebolito il welfare state del paese.

La crescita economica ha finito per avvantaggiare le classi più benestanti, lasciando quelle più de-munite in situazioni di grave difficoltà, come dimostra il fenomeno sempre più diffuso nel paese dei banchi alimentari. Questi offrono una determinata quota mensile di cibo gratis o a prezzi estremamente contenuti  a quelle persone, sempre più numerose, che non dispongono di un reddito sufficiente per la propria sussistenza: un sintomo delle difficoltà della classe lavorativa britannica e dell’inefficacia delle politiche occupazionali del governo conservatore. A questo proposito, se verrà eletto, Miliband ha annunciato che il suo primo obiettivo sarà quello di abolire quel tipo di contratto a 0 ore che permette ai datori di lavoro di assumere nuovi  impiegati  pagandoli però esclusivamente in base alle ore per cui saranno effettivamente chiamati a lavorare.  Una forma di contratto che vincola l’impiegato all’azienda senza che al lavoratore venga  però concesso un reddito fisso e un numero di ore lavorative minime garantite.

La nuova House of Commons sarà probabilmente una delle più frammentate nella storia del Regno. Tutti i sondaggi indicano che la prossima legislatura sarà caratterizzata da un c.d. hung parliament, situazione in cui nessun partito gode della maggioranza assoluta dei seggi: una rarità per il sistema elettorale britannico, uninominale maggioritario secco, tra i più lodati al mondo per la sua capacità di assicurare un buon livello di governabilità, con maggioranze ben definite. Il punto è che oggi anche la Gran Bretagna deve fare i conti con la crisi dei vecchi partiti e l’affermazione di nuove realtà politiche.

Il caso più emblematico è quello dello Scottish National Party (SNP) che, sebbene esista già da molti anni, in queste elezioni, secondo i sondaggi, è destinato a conquistare almeno 50 seggi al prossimo parlamento sui 59 totali che la Scozia attribuisce: un bel balzo in avanti rispetto ai 6 raccolti nelle elezioni del 2010. Una crescita registrata quasi esclusivamente a spese dei laburisti, che storicamente hanno sempre avuto nella Scozia uno dei loro bacini di voto più importanti. Sebbene SNP e Labour party la pensino allo stesso modo sull’economia, Miliband ha più volte negato di voler creare una coalizione con il partito guidato da Nicola Sturgeon per governare il paese. Per il candidato laburista non è possibile, infatti, formare un governo di coalizione con un partito che sostiene la causa dell’indipendentismo scozzese. Ma allo stesso tempo, dirsi contrario ad un accordo con l’SNP potrebbe anche essere una strategia per convincere quella parte di elettorato scozzese ancora indecisa a scegliere il voto utile, e votare per un candidato laburista.

I liberal-democratici di Nick Clegg, generalmente il terzo partito più votato, a quanto pare subiranno il contraccolpo dell’alleanza con i conservatori, e rischiano di veder più che dimezzati i propri seggi, passando da 62 a poco più di 20. Un crollo che indebolisce indirettamente anche le possibilità per Cameron di ottenere una maggioranza assoluta riunita intorno a sé in parlamento.

Nella House of Commons dovrebbero poi entrare una lunga serie di piccoli partiti locali, dai gallesi del Plaid Cymru ai nord-irlandesi del Democratic Union Party (DUP), e l’osservato speciale di queste elezioni: l’UKIP. Il partito fondato da Nigel Farage, protagonista di uscite non proprio concilianti nei confronti delle minoranze, ultraliberista in campo economico e fervente sostenitore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, sarà, secondo i sondaggi, votato da quasi il 15% dell’elettorato, ma non dovrebbe ottenere più di due seggi. Ciò a causa del sistema elettorale britannico, sinteticamente riassumibile con l’espressione first-past-the-post: ovvero quel sistema per cui solo il candidato che ottiene più voti nella sua circoscrizione viene eletto, favorendo l’impiantazione locale del partito piuttosto che la sua forza a livello nazionale.

Se nel 2010 i conservatori, malgrado non fossero riusciti a raggiungere la maggioranza assoluta ( più di 326 seggi) nella House of Commons, erano poi riusciti a creare insieme ai liberaldemocratici una coalizione capace di garantire al governo Cameron la maggioranza assoluta, queste elezioni difficilmente vedranno la storia ripetersi. Con lo scenario attuale prende quota l’ipotesi che il prossimo parlamento generi un governo di minoranza, dove un partito riuscirebbe, senza formare una coalizione con altri partiti, a farsi votare la fiducia dalla maggioranza assoluta del parlamento, per poi ricercare maggioranze trasversali ad hoc di volta in volta. Una situazione che ha un solo precedente nella storia del paese dalla fine della seconda guerra mondiale. Le elezioni del febbraio  1974 videro il successo dei laburisti, che ottennero la maggioranza relativa in parlamento ma, non essendo riusciti a formare una coalizione con nessun altro partito, formarono un governo di minoranza, il cui unico atto politico degno di nota finì per essere quello di indire nuove elezioni per l’autunno successivo.

Oggi quasi nessun politico britannico sembra avere lo stesso carisma che ebbero la Thatcher per i conservatori e Blair per i laburisti. Il caso scozzese è emblematico della  situazione. È da questa regione che i candidati premier laburisti hanno sempre avuto il supporto decisivo per vincere le elezioni e conquistare la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento. Oggi invece in Scozia si appresta a trionfare l’unico politico capace davvero di convincere l’elettorato del proprio partito a votare per i suoi candidati, Nicola Sturgeon. Se saranno confermate le attese, sarà lei la grande vincitrice di queste elezioni.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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