Il quarto Stato siamo noi. Ovvero come dimenticammo di essere “esseri umani”

27/01/2013 di Monica Merola

A partire da questa domenica ha vita un nuovo appuntamento su Europinione! Monica Merola ci racconterà, di volta in volta, uno dei principali fatti della settimana, analizzandolo, naturalmente, dal suo punto di vista.

“Il quarto Stato”, celebre dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo, è una imponente tela realizzata nel primo anno del ‘900. L’Olocausto ebraico era ancora lontano, così come il secondo genocidio armeno, l’epurazione cecena, olocausla guerra in Rwanda. Ma con pennellate sapienti e vibranti Pellizza è riuscito a rappresentare il popolo del XX secolo e le sue storpiature, senza averlo però vissuto. Un gruppo di contadini avanza verso l’osservatore, e la scena, distribuita in modo orizzontale, regala la sensazione non tanto di star guardando un gruppo di proletari, bensì una compagine militare pronta all’azione. Questo perchè il secolo scorso è stato insanguinato e violentato dalla guerra, dai conflitti, dai “morti ammazzati” che sotto nuove spoglie oggi muoiono per le strade di Tel Aviv o di Milano.

Ma la guerra più spaventosa non è quella che l’uomo moderno ha condotto verso il nemico, bensì quella che ha condotto impietoso verso l’umanità stessa. I genocidi sopracitati – e con essi molti altri ancora – sono abominevoli proprio perchè hanno colpito l’umanità sulla propria vena più sanguinolenta: la propria essenza. Per questa ragione, oggi, non abbiamo il compito di ricordare soltanto l’Olocausto ebraico, perchè sarebbe troppo comodo ed irrispettoso.

La lacrima facile a cui siamo stati abituati dai nuovi mass media oggi, 27 gennaio, deve essere un oceano di pianto: pianto per il popolo ebraico, per quello armeno, per i ceceni, per i fratelli del Rwanda, e per tutti i caduti sotto la mano dell’uomo, affinche il sale delle nostre lacrime abbia la capacità di rimarginare la ferita della nostra vergogna, non come italiani o giapponesi, tedeschi o americani, bensì come figli di una stessa madre – l’umanità, a cui volenti o nolenti ed a prescindere da qualsiasi credo religioso apparteniamo per condizione naturale – che come una pietosa Antigone ci ha regalato sepoltura nonostante non la meritassimo e non la volessimo.

Che il nostro ruolo nel mondo non sia più quello di vittima o di carnefice quindi, come una fetta di accomodante storia ha voluto classificarci nel corso del tempo, bensì che si inizi a vestire i nostri panni di uomini e di donne liberi, per riappropiarci non soltanto della nostra dignità di esseri umani, ma anche della nostra memoria, una parola abusata e indifesa che se protetta e conservata potrà contribuire alla salvezza della nostra specie.

 

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Monica Merola

Dopo aver conseguito la maturità classica ottiene la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso "La Sapienza", con una tesi su Anna Politkovskaja. Giornalista pubblicista da marzo 2012 , non scrive per vivere ma vive per scrivere.
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