Il problema della sicurezza in Pakistan alla vigilia del ritiro di ISAF dall’Afghanistan

14/04/2014 di Stefano Sarsale

Il Pakistan potrebbe divenire il Paese maggiormente danneggiato dalla smobilitazione militare occidentale

Mercoledì 9 Aprile, in un mercato della capitale pakistana, Islamabad, è esplosa una bomba che ha causato la morte di almeno 23 persone e ne ha ferite oltre 100. L’IED (Improvised Explosive Device), composto da un quantitativo di esplosivo attorno ai 4-5 chilogrammi, era stato imbottito con biglie e bulloni in modo da causare più danni possibili e ha provocato un cratere di circa un metro e mezzo di diametro. Al momento è stata arrestata una persona sospettata di essere coinvolta nell’attentato.

L’attacco è stato rivendicato dal gruppo secessionista Ahrar-ul-Hind, che da sempre rifiuta un accordo di pace con le autorità pakistane. L’attività di questo gruppo terrorista è paurosamente incrementata da inizio marzo, quando il governo pachistano ha ripreso i negoziati con Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP). I colloqui tra i Talebani Pakistani e Islamabad sono iniziati ufficialmente lo scorso 7 febbraio, ma sono stati sospesi per oltre 2 settimane in seguito alla rivendicazione, da parte di membri di TTP avversi ai negoziati, dell’esecuzione di 23 Ranger pakistani il 16 febbraio. Dal momento in cui i negoziati hanno ripreso il loro regolare svolgimento, almeno 160 persone hanno perso la vita nel corso di innumerevoli attentati, sollevando molti dubbi sulla reale utilità delle trattative in corso.

Quest’ultimo, ennesimo, attentato arriva a seguito dell’accordo tra il governo di Islamabad TTP per un cessate il fuoco generale in tutto il Paese, con l’intento di riprendere e facilitare i colloqui di pace. La riapertura del tavolo negoziale promossa dal Primo Ministro Nawaz Sharif e la sua politica di distensione nei confronti dell’insorgenza talebana non hanno dato, almeno fino a questo momento, i risultati sperati. Il motivo di questo insuccesso è da imputare allo scenario generale pakistano, caratterizzato dall’eterogeneità del panorama insurrezionale presente in questo Paese, ma anche e soprattutto dal perdurare degli scontri tra miliziani e Forze Armate. I militari rappresentano infatti il principale ostacolo alla politica di dialogo promossa da Sharif e hanno sempre espresso il proprio scetticismo sull’efficacia della soluzione diplomatica per contrastare la minaccia dell’insorgenza nel Paese.

Negli ultimi 10 anni la questione della sicurezza interna è diventata il tema principale per Islamabad, soprattutto da quando, nell’ottobre del 2001, l’allora Presidente Pervez Musharraf ha dato il pieno appoggio agli Stati Uniti nell’Operazione Enduring Freedom in Afghanistan (OEF – AFGH). La conseguenza di questa apertura e del supporto offerto è stata che nei successivi anni il destino politico del Pakistan è andato progressivamente a intrecciarsi con quello dell’Afghanistan sconvolto dalla guerra. Il supporto logistico fornito da Islamabad agli americani e ai loro alleati ha, infatti, progressivamente esposto il Pakistan alla minaccia di movimenti di ispirazione qaedista ostili al Governo centrale, come ad esempio il TTP, ma anche altri come Lashkar-e-Taiba e Jaish-e-Mohammed. In questo modo il Pakistan è stato indirettamente coinvolto nella complessa crisi afghana, trovandosi a dover gestire da una parte le pressioni degli Stati occidentali che chiedevano una sempre maggiore collaborazione nella lotta al terrorismo internazionale di matrice qaedista e nel contrastare la presenza dei talebani sia afghani che pakistani; dall’altra vedeva l’inesorabile proliferare di cellule islamiste sul proprio territorio, che hanno minato e indebolito il controllo del governo centrale sul Paese costituendo una vera e propria minaccia alla sicurezza interna.

Arriviamo così a oggi, con il giorno del ritiro di americani e del contingente ISAF (International Security Assistance Force), previsto per il dicembre 2014, che si avvicina in modo inesorabile e rischia di far precipitare il Paese sotto un’ondata di violenza senza precedenti. Il ritiro del contingente internazionale amplierà notevolmente il margine dei movimenti dei miliziani che si muovono sulle montagne dell’Hindu Kush da un Paese all’altro, data la capacità pressoché inesistente dei governi afghani e pakistani, di controllare i valichi di confine. Se a questo aggiungiamo che l’Afghanistan è ancora ben lontano dalla pacificazione, questo non potrà che avere ripercussioni negative sugli equilibri interni del Pakistan e sulle sue relazioni regionali. Il disimpegno di ISAF dall’Afghanistan previsto a dicembre pare delineare prospettive tutt’altro che luminose per il Pakistan. Nell’ipotesi peggiore, Islamabad potrebbe trovarsi a fronteggiare una situazione di protratta guerra civile oltre confine, ma soprattutto si troverebbe privata del supporto militare occidentale e in particolar modo americano, con il concreto rischio che l’escalation militare possa trascinarla nel conflitto sia in termini bellici che di gestione dei flussi di rifugiati.

Con questi presupposti non sembra azzardato ritenere che il Pakistan possa divenire il Paese maggiormente danneggiato dalla smobilitazione militare occidentale. La valutazione dei rischi di destabilizzazione futura potrebbero essere stati i motivi che hanno portato il Primo Ministro Nawaz Sharif a velocizzare i colloqui con il TTP nonostante le forti resistenze interne, in particolare dei militari, che vedono nell’apertura verso i talebani solo una strategia per guadagnare tempo.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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