Il Pil italiano torna a camminare

14/05/2015 di Federico Nascimben

Sulla base dell'ultimo dato trimestrale Istat (+0,3%), l'economia italiana è tornata a camminare. Una semplice comparazione però evidenzia i profondi e strutturali ritardi che stanno provocando una ripresa senza creazione aggiuntiva netta di occupazione

L’Istat ha diffuso ieri la stima preliminare del Pil italiano per il primo trimestre 2015 che, rispetto al trimestre precedente, è aumentato dello 0,3%, mentre rispetto a quello del 2014 è risultato invariato. Tale crescita rappresenta la prima variazione positiva da inizio 2011.

Per fare un minimo di confronti, sempre ieri sono stati diffusi i dati riguardanti l’Eurozona: +0,4% nel primo trimestre 2015, rispetto al trimestre precedente e +1,0% rispetto allo stesso periodo del 2014. Germania, Francia e Spagna hanno registrato (rispettivamente) una crescita dello 0,3%, 0,6% e 0,9% su base congiunturale, e 1,0%, 0,7% e 2,6% su base tendenziale. Numeri che sottolineano, ancora una volta, il ritardo che il nostro Paese sconta rispetto ai principali partner della zona Euro: continuiamo ad arrivare troppo tardi e con cifre dello “zerovirgola” al treno della ripresa.

Per ora, quindi, la recessione è solo tecnicamente finita, quasi nessuno infatti non parla di una crisi che perdura dal 2008 in avanti, nonostante alcuni trimestri con dati nulli o positivi. E basta poco perché le eccezionali circostanze esogene (cambio euro/dollaro, prezzo del petrolio, rendimenti titoli di Stato) vengano meno, come già in parte sta accadendo; e l’impulso espansivo che fin qui è derivato da queste e che, secondo le previsioni, deriverà è destinato ad essere di gran lunga inferiore per l’Italia, rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona.

Ciò perché vi sono i noti problemi strutturali da risolvere che (al netto della propaganda) perdurano e non sono stati intaccati, sicché le raccomandazioni della Commissione ne hanno sottolineati alcuni, ancora una volta. Come scrive Il Sole 24 Ore, infatti, “i suggerimenti all’Italia devono servire a migliorare la competitività del paese, in ritardo cronico, e riguardano il risanamento di bilancio; la tassazione (alleggerendo le imposte sul lavoro trasferendo l’imposizione sulle proprietà); il riassetto del settore creditizio (troppo spezzettato); il mercato del lavoro e la contrattazione collettiva; il mercato dei servizi e l’ambiente economico; le reti infrastrutturali; l’innovazione e l’istruzione; e la modernizzazione della pubblica amministrazione”.

Particolarmente interessante è il punto riguardante la spending review. Secondo la Commissione, “limitati sono stati i progressi verso un miglioramento duraturo dell’efficienza e della qualità della spesa pubblica a tutti i livelli dell’amministrazione. I risparmi di bilancio approvati per legge, anche a livello regionale e locale, sono inferiori a quanto previsto dal programma nazionale di riforma 2014. Il fatto che la revisione della spesa non costituisca ancora parte integrante del processo di bilancio incide negativamente sulla generale efficienza a lungo termine dell’esercizio”. Da Bruxelles, si mettono ancora una volta in risalto i ritardi di cui abbiamo più volte parlato che rappresentano senza ombra di dubbio un enorme problema, alla luce delle clausole di salvaguardia da evitare, di qui al 2018.

Se, come diceva qualcuno, il tutto è più della somma delle sue parti, la conseguenza di quanto detto per il nostro Paese è una ripresa jobless, cioè senza creazione aggiuntiva netta di posti di lavoro. D’altronde con livelli di attività (e di reattività, verrebbe da dire) del genere, che si contrappongono ad una crisi estremamente profonda e duratura, bisogna prima recuperare tutta la forza lavoro che è rimasta parcheggiata. In questo senso, come gli ultimi dati confermano, la decontribuzione per le nuove assunzioni con il contratto a tutele crescenti ed il jobs act stanno operando da navi da trasporto a favore di una migrazione dalla vecchia contrattualistica alla nuova.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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