Il Piano Juncker e quei  soldi che non ci sono

23/12/2014 di Alessandro Mauri

Le debolezze contenute nel progetto del nuovo presidente della Commissione Europea che vorrebbe rilanciare gli investimenti con pochi soldi ed un (improbabile) elevato effetto leva

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Nei giorni scorsi il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato il tanto atteso Piano Juncker, che nelle attese dell’UE dovrebbe rilanciare crescita e investimenti. La realtà però appare molto lontana dalle aspettative, dal momento che le risorse mobilitate sono davvero scarse.

Il via libera – Il piano Juncker, più volte annunciato e ora finalmente in via di attuazione, prevede un insieme di investimenti per circa 21 miliardi di euro, finanziati dagli stati membri, i quali possono contribuire, anche se al momento nessuno ha preso impegni ufficiali, dal momenti che i dettagli non sono ancora noti, specialmente per quanto riguarda i progetti da finanziare. E’ stata inoltre prevista la costituzione di un nuovo fondo destinato a sostenere investimenti strategici per l’Unione Europea, il cosiddetto Efsi. Ulteriori dettagli sulle modalità con cui sarà finanziato e gestito il piano Juncker,  nonché le modalità di funzionamento del fondo, saranno resi noti solamente nel mese di febbraio, quando è stato convocato un consiglio straordinario, in cui lo stesso presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker illustrerà i punti salienti del programma. Solo allora il Consiglio sarà messo nelle condizioni di approvare definitivamente il piano entro giugno 2015, mentre la Banca europea degli investimenti potrebbe iniziare le attività già da gennaio.

Il neo presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker

E il deficit?- Il piano Juncker ha lo scopo dichiarato di generare, a partire dai poco più di venti miliardi finanziati dagli Stati, investimenti complessivi pari a 315 miliardi di euro nel periodo 2015-2017. E’ proprio a questo punto che sorgono i primi dubbi: innanzitutto non è ancora chiaro in che modo gli stati membri finanzieranno il piano e, soprattutto, se tali risorse destinate agli investimenti strategici saranno scomputate dal calcolo del famigerato rapporto deficit/PIL che deve essere mantenuto al di sotto del 3%. Occorre a questo punto distinguere: se, da un lato, i contributi al fondo volontario Efsi non saranno considerati (vale a dire che la procedura di infrazione per lo sfondamento del vincolo sarà avviata solo se sarà infranto per altri motivi), dall’ altro, come ha tenuto a precisare la cancelliera tedesca Angela Merkel , i contributi nazionali al piano Juncker «devono avvenire nell’ ambito delle regole del Patto di stabilità, con la flessibilità prevista», cioè non ci sarà alcuno scorporo dal conteggio del deficit. Sembra, ancora una volta, che la contrapposizione tra i fautori del più teutonico rigore e quelli del laissez-faire tipicamente mediterraneo non si sia affatto attenuata, e che la battaglia è solo rinviata al momento della determinazione dei dettagli dove, come si suol dire, si nasconde il diavolo.

Una leva eccessiva- Un’altra criticità che è stata immediatamente sottolineata da più parti, è l’eccessivo ottimismo che caratterizza la leva ipotizzata in questo tipo di operazioni. Per essere più chiari: a fronte dei 21 miliardi stanziati, per raggiungere i 315 miliardi di euro di investimenti ipotizzati da Juncker, mancano all’appello poco meno di 300 miliardi di euro, che dovrebbero essere finanziati dai privati interessati alla realizzazione delle opere strategiche. Dunque, per ogni euro pubblico del fondo, ne servirebbero 14 da parte dei privati per raggiungere la cifra considerata, decisamente troppo, almeno il doppio di quello che sarebbe ragionevole (e prudente) ipotizzare. Se si usasse un rapporto di 1 a 7 però i fondi effettivamente mobilitati sarebbero poco più di 150 miliardi, decisamente pochi per rilanciare concretamente gli investimenti in Unione Europea. Del resto appare evidente anche un altro aspetto fondamentale: al momento non sono disponibili risorse fresche, e non sarebbe saggio far aumentare l’indebitamento di Paesi già sottoposti a tensioni sul debito (Italia in primis).

Numerosi progetti – Ovviamente tutti ci auspichiamo che il piano Juncker sia in grado di mobilitare le risorse sperate, anche perché il nostro Paese potrebbe essere uno dei maggiori destinatari degli investimenti, vista l’ingente mole di infrastrutture che potrebbero essere realizzate. Ma anche qui la strada non è semplice, dal momento che sarà necessaria una lotta serrata con gli altri Paesi dell’Unione per aggiudicarsi le risorse, come già sta avvenendo per quelle messe a disposizione della Bei, che sta valutando circa 2000 progetti per un controvalore di 1300 miliardi di euro.

Siamo, oggi come non mai, in una situazione di risorse scarse, e non è possibile chiedere alla Commissione e al piano Juncker di fare miracoli. Certo, forse sarebbe stato necessario e auspicabile un maggior coraggio nell’affrontare il nodo degli investimenti, ma del resto come si può pretendere coraggio dagli altri quando i singoli paesi (Italia in primis) non sono in grado di liberare risorse attuando un contenimento serio delle spese improduttive e degli sprechi?

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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