Il piano Hoare-Laval e la guerra d’Etiopia

15/12/2013 di Lorenzo

Il patto Hoare-Laval prese vita nel 1935 nel tentativo di far terminare il conflitto in atto fra Italia ed Etiopia

La guerra di Etiopia e il patto Hoare-Laval

Nel 1935 Francia e Gran Bretagna promossero, attraverso i propri ministri degli esteri, la creazione di un piano di risoluzione del conflitto in atto tra Italia e Etiopia. Il testo del trattato prese vita da un intenso negoziato tra Maurice Peterson e il conte René Saint-Quentin, i due esperti incaricati da Francia e Inghilterra di gestire la questione, cercando una soluzione che potesse portare ad una pace soddisfacente per entrambe le parti in gioco. A dicembre del 1935, il Segretario per gli Affari Esteri britannico, Samuel Hoare, e il suo omologo – oltre che Presidente del Consiglio francese – Pierre Laval suggellavano a Parigi il testo del piano, che però, occorre dirlo, dopo le pressioni esercitate dai diplomatici italiani risultava molto sbilanciato in favore di Roma.

Concessioni e interessi. L’oggetto delle bozze Peterson-Saint Quentin furono le concessioni territoriali che si sarebbero dovute fare all’Italia a spese dell’Etiopia, offrendo come contropartita al Negus uno sbocco sul mare tra il Gibuti francese e la Somalia inglese. Vi furono vari incontri, nei quali prevalse l’abilità francese a tutelare maggiormente gli interessi italiani. La preoccupazione principale di Francia e Inghilterra consisteva in un possibile avvicinamento politico di Mussolini alla Germania, a ragione del già evidente rafforzamento degli scambi commerciali tra i due Paesi. L’Italia, infatti, trovò in quei mesi nella Germania un partner commerciale quasi esclusivo e eventuali conseguenze internazionali della guerra in Etiopia avrebbero potuto portare il paese definitivamente dalla parte del Fuhrer.

Il patto Hoare-Laval, Mussolini ed EtiopiaLa prima bozza. Denominata “Note Peterson-Saint Quentin”, prevedeva di affidare all’Italia una sorta di mandato sulle zone periferiche etiopi confinanti con le colonie d’Eritrea e Somalia e la partecipazione del governo italiano ad un sistema di controllo sul nucleo centrale dell’Etiopia. L’Italia avrebbe annesso direttamente solo parte dei territori a sud della colonia d’Eritrea. Gli armamenti sarebbero dovuti essere limitati e il governo italiano si sarebbe impegnato ad assicurare all’Etiopia un passaggio per il porto commerciale tra Gibuti e Berbera (tra i possedimenti anglo-francesi in quella zona). Questa discussione si svolse in segreto presso l’hotel des Bergues, in una riunione franco-inglese a cui presero parte anche Laval e Anthony Eden. Quest’ultimo era il presidente della Commissione britannica alla Società delle Nazioni, che si dimostrava avverso a qualsivoglia concessione in favore dell’Italia, qualificata da lui come paese aggressore. Hoare, da parte sua, si dimostrò accondiscende, ma sostenne il fatto che sarebbe stato molto difficile far digerire a Ginevra e, ancor di più, al Negus Selassie, la cessione di porzioni di territorio dell’Impero etiope né sarebbe stato pensabile far accettare le proposte favorevoli all’Italia senza una contropartita per l’Etiopia. Dati questi elementi, l’ipotesi dei mandati in cambio dello sbocco sul mare, previsti nella Note Peterson-Saint Quentin, si dimostrava appetibile.

La firma. Ad un incontro avvenuto tra il 22 e il 23 novembre, il rappresentante britannico comunicò ai suoi omologhi francesi circa le modalità da seguire per risolvere il conflitto. Parigi e Londra avrebbero dovuto sondare Roma ed Addis Abeba, prima di discutere a Ginevra l’eventuale soluzione raggiunta, mentre, per quanto riguardava gli aggiustamenti territoriali a favore dell’Italia, Londra avrebbe voluto evitare che la regolamentazione del conflitto italo-etiope potesse essere vista come una consacrazione e giustificazione della conquista italiana; piuttosto questa doveva apparire come un normale scambio di territori. Il Patto venne ratificato da Hoare e Laval a Parigi l’8 dicembre, arrivando così ad un compromesso: l’Italia avrebbe ottenuto parte delle fertili pianure etiopi e il Negus sarebbe rimasto a regnare nella zona montagnosa, territorio storico della sua dinastia, in più venne offerto il porto commerciale di Zeila. Veduto il piano, Eden chiese spiegazioni a Peterson circa la sua azione, constatando come i contenuti fossero troppo a favore di Mussolini. Si arrivò così ad un vero e proprio scontro tra Hoare e i filo-societari che finì con l’approvazione alla Camera dei Comuni, seppur in un clima abbastanza ostile, dell’accordo Hoare-Laval.

Il piano Hoare-Laval
Il piano Hoare-Laval

Polemiche e critiche. Laval pensava all’opportunità di fare ulteriori concessioni all’Etiopia, che usciva troppo penalizzata, anche perché voleva la garanzia che, qualora il Negus avesse rifiutato il testo, l’Inghilterra non proponesse alcuna ulteriore sanzione all’Italia. Intanto, però, il testo giungeva, il 13 dicembre, a Ginevra, sulla scia di una reazione dell’opinione pubblica altamente negativa, soprattutto oltremanica. I difensori di Hoare, tra i quali il suo sottosegretario Robert Vansittart, tentarono di convincere il Premier Baldwin a dichiarare pubblicamente il buon operato e i risvolti che poteva ottenere la trattativa. Tuttavia, il governo britannico, costernato dalle pesanti critiche della maggior parte dell’opinione pubblica, operò in maniera opposta, rigettando il patto – giudicato troppo favorevole nei confronti di Mussolini – e sacrificando il proprio Segretario agli Esteri, Hoare, che rimise il suo incarico. Al suo posto subentrò il filo-ginevrino, Eden.

La fine del patto ed il pericolo inglese. L’ufficialità della fine del Patto Hoare-Laval giunse in Italia la notte del 18, tramite una telefonata dell’ambasciatore Dino Grandi al Vice Capo di Gabinetto agli Esteri italiano Jacomoni, durante la quale Grandi illustrò che “col fallimento del progetto Hoare-Laval il problema che di nuovo si pone per l’Inghilterra è quello di un possibile conflitto con l’Italia, poiché essa vede il conflitto etiope come una questione mediterranea”. Tale questione voleva significare che il passaggio delle navi britanniche da e per le colonie non veniva più considerato sicuro e l’origine di tale insicurezza venne attribuita all’Italia.

Il discorso di Mussolini. Il giorno prima, nella giornata del 18 dicembre, Mussolini pronunciò un discorso a Pontina che fu accolto, soprattutto in Gran Bretagna, come un sostanziale rifiuto al tentativo di fermare il conflitto in Etiopia. Quel discorso fu fatto in una giornata particolare: la Giornata della Fede, durante la quale il regime chiese agli italiani di dare il loro oro alla Patria. Non avrebbe dovuto dunque stupire l’atteggiamento che Mussolini tenne nei confronti di Ginevra e dei suoi sostenitori, innanzi ad un accordo che, anche se non ritirato, difficilmente sarebbe stato accettato senza condizioni dal Duce. A Londra quel discorso fu usato impropriamente come pretesto, dai sempre più numerosi seguaci di Eden, ai danni di Hoare che fu costretto alle dimissioni la sera stessa.

I rapporti tra Italia e Germania. Chi invece ebbe il timore di un accettazione del Patto da parte dell’Italia fu la Germania di Hitler; Göring in quei giorni si rallegrò con l’ambasciatore italiano Attolico delle trattative con gli anglo-francesi, giudicandole come un trionfo della diplomazia italiana. Dopo tali felicitazione, egli, allarmato da un annuncio fatto sulla testata italiana “Lavoro Fascista”, sperò che tale accordo non significasse per l’Italia un ritorno al Fronte di Stresa. Tali preoccupazioni furono smentite dal sottosegretario agli esteri italiano, Fulvio Suvich, il quale rassicurò Göring che non ci sarebbe stato alcun ritorno al passato da parte dell’Italia. Esistevano infatti troppe ragioni a vantaggio delle relazioni italo-tedesche e troppe a sfavore dei rapporti con gli anglo-francesi, visti dal fascismo come i “sanzionatori” dell’Italia. Ad avvicinare il Paese sempre di più verso l’orbita di Berlino, non fu la rottura del fronte di Stresa, ma il progressivo accorgimento, da parte italiana, che Francia e Gran Bretagna stavano stringendo accordi atti ad isolare politicamente l’Italia – come quello inglese con il regno di Jugoslavia.

Errore inglese. Il patto, anche se non fosse trapelato alla stampa, difficilmente sarebbe stato accettato da Mussolini che, quasi certamente, avrebbe temporeggiato ancora per qualche mese. Ma il nocciolo della questione rimane, a detta anche di Henry Kissinger, quello in cui si mosse la politica estera britannica nei confronti di Germania e Italia: i britannici avrebbero dovuto ostacolare i primi ed accattivarsi i secondi, invece avevano fatto il contrario, rinvigorendo e, poi, addirittura assecondando tutte le richiesta che Berlino fece fino all’inesorabile scoppio della guerra.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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