Il paradosso sanitario cubano

22/12/2014 di Pasquale Cacciatore

Non sarà certamente un Paese modello da cui trarre ispirazione per democrazia e libertà, né avrà una solida economia, critica a livello programmatico e messa in crisi da decenni con l’embargo Usa; eppure Cuba gode di un ottimo sistema di sanità pubblica che ha reso nel tempo la sua popolazione una delle più sane al mondo.

Cuba, Sanità e Ospedali

In letteratura alcuni esperti hanno chiamato questo fenomeno, ai margini della globalizzazione, il “paradosso sanitario di Cuba”. Ovvero, nonostante l’isolamento economico abbia impoverito la popolazione, i Cubani vivono tanto quanto le controparti nei Paesi molto più ricchi. Nel 2011, l’aspettativa di vita a Cuba era di 79 anni, superiore a quella di un bebè americano nato in quel periodo (ma non in Italia, dove in media è di 82 anni). Se si considera che l’economia statunitense è grande otto volte quella cubana, e che in Paesi dove la popolazione ha un reddito pro capite medio di 8000 euro l’anno (come Iraq e Bielorussia) l’aspettativa di vita è inferiore di più di otto anni, si capisce perché si parli di vero e proprio “paradosso”.

Non è tutto, perché Cuba eccelle anche da altri punti di vista prettamente sanitari. La mortalità infantile è particolarmente bassa, talvolta addirittura con tassi inferiori a quelli statunitensi – concetto ben noto agli Americani, con la stessa Hillary Clinton che ha citato il fenomeno più volte. L’assistenza pediatrica, nonostante la scarsezza di risorse economiche, sembra quindi prioritaria in un Paese così controverso. La domanda che si potrebbe fare, dunque, è come mai un Paese così povero possa esser così sano, ed allo stesso tempo come sia possibile che un Paese così sano possa esser tanto povero.

Molti farmaci importanti non sono disponibili, o quantomeno, sono talmente costosi da non essere accessibili; il numero di specialisti è particolarmente basso. Persino disinfettanti basici, come la candeggina, possono essere difficili da ottenere. Poco tempo fa – leggerlo può far trasalire – gli anestetici erano così limitati che talvolta i chirurghi utilizzavano l’agopuntura per lenire il dolore durante le operazioni.

Eppure Cuba ha investito molto in cure primarie e misure di sanità pubblica. Oggi, ha un numero molto elevato di medici, ed il governo ha adottato un sistema di pianificazione territoriale in modo che i professionisti della salute raggiungano ogni punto del Paese. Le cure sanitarie sono finanziate centralmente, dunque ogni cittadino ha eguale accesso al sistema sanitario. Il Paese ha uno dei tassi di vaccinazione infantile più alti al mondo. E, da non dimenticare, per decenni Cuba ha inviato medici all’estero nel corso delle varie crisi sanitarie, ultima quella relativa ad Ebola.

Ma quali sono i motivi di questo assurdo paradosso? Il governo comunista ha focalizzato i propri sforzi per assicurare accesso alla pubblica istruzione, ad un piano casa ed interventi nutrizionali, investimenti che – come dimostrato epidemiologicamnete – possono essere tanto importanti quanto farmaci e medici. Ciò che rende la sanità a Cuba efficace sembra essere un buon mix fra programmazione di un corretto stile di vita e coordinamento centrale, come ha dimostrato il caso dell’epidemia di dengue negli anni ’90: gli ufficiali pubblici cubani, in caso di contagio, provvedevano a trattare ed isolare i pazienti, ma allo stesso bonificavano i territori che incubavano le larve degli insetti che trasmettevano il virus. Oggi, dunque, i cittadini di Cuba muoiono più per patologie tipiche dei Paesi occidentali (cancro e malattie cardiovascolari) piuttosto che a causa delle tipiche infezioni dei Paesi poveri.

Il sistema cubano è da anni punto di indagine per ricercatori in tutto il mondo, che cercano di trarre dalla sua storia importanti lezioni di sanità pubblica da applicare altrove. Soprattutto per quanto riguarda il concetto, oggi in crisi, che un Paese ricco sia un Paese sano: oggi tanti stati son molto più ricchi di Cuba, ma di certo non più sani. L’isolamento vissuto da Cuba fino a questi giorni, paradossalmente, può aver contribuito: in molti Paesi in via di sviluppo, infatti, i medici ed altri professionisti sanitari spesso preferiscono partire all’estero alla ricerca di migliori condizioni di lavoro ed istruzione. Cuba, invece, non ha sofferto la crisi della “fuga dei cervelli”.

Il Paese, inoltre, proprio per far fronte all’isolamento economico, è diventato sempre più auto-sufficiente, investendo nella ricerca biomedica interna. Quello che sarà interessante studiare, ora che il “muro” tra Stati Uniti e Cuba sembra essere crollato, è come la fine dell’isolamento che ha contraddistinto il Paese sino ad oggi influirà sulla salute e sulle politiche sanitarie cubane. Di certo, prima che sia troppo tardi, Cuba rimane un paradosso da analizzare e studiare nel dettaglio, perché può fornire dati utilissimi per migliorare la sanità di Paesi in via di sviluppo (così come di quelli occidentali).

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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