Il paese senza pace: l’Argentina verso una nuova crisi?

28/01/2014 di Giovanni Caccavello

Un decennio dopo la fine della crisi del 1998-2002 il paese sudamericano sembra rivedere gli spettri di un altro crollo economico

Argentina Nuova Crisi?

Il 1998 segna l’inizio della storia iper-contemporanea argentina. Dopo otto anni di intensa crescita economica (1990-1998), che vide il paese sudamericano tornare a ritmi sostenuti dopo più di quindici anni di recessione (1974-1990), le finanze dello stato del Tango erano ancora più fragili di prima. Debito pubblico in forte aumento, corruzione dirompente a tutti i livelli statali, spese pubbliche alle stelle, rivolte civili e continue richieste di prestiti al Fondo Monetario Internazionale erano solo alcuni dei problemi strutturali che attanagliavano il paese. Nel 1998 i primi segnali di crisi si manifestarono sui mercati internazionali che, dopo aver vissuto un 1997 all’insegna dell’instabilità, puntarono gli occhi sul Sud America, continente in via di sviluppo che, oltre a grandi potenzialità future, mostrava moltissime criticità a livello strutturale. Dopo che Brasile e Messico entrarono in una spirale depressiva che portò ad un sensibile deprezzamento delle valute nazionali, l’Argentina iniziò il suo lento crollo, di cui ancora oggi il paese mostra i segni. I capitali esteri incominciarono a spostarsi verso mete più sicure e l’economia entrò in recessione. Tra il 1999 ed il 2002 perse circa il 28 percento del Prodotto Interno Lordo, vide la disoccupazione aumentare vertiginosamente fino a raggiungere il 25% alla fine del 2002 mentre al tempo stesso l’inflazione raggiunse il 32% dopo che nel Gennaio 2002 l’allora governo di Eduardo Duhalde decise di abbandonare il tasso di cambio fisso con il Dollaro Americano.

Chirstina Fernandez de Kirchner 2003 – 2013 – Dopo quattro anni di recessione, alla fine del 2002 l’economia argentina tornò a crescere. Nel 2005, tre anni dopo la fine della crisi il livello del Prodotto Interno Lordo tornò al livello pre-crisi e nel corso degli anni successivi il governo Argentino, guidato prima da Nestor Kirchner (2003-2007), poi da Chirstina Fernandez de Kirchner (2007 – attuale), riuscì a ripagare tutti i debiti contratti con il Fondo Monetario Internazionale. Nonostante questo, però, il paese non è mai uscito realmente dalla recessione di inizio XXI secolo e oggi, un decennio dopo il grande crollo, il paese sud americano sembra rivedere gli spettri di una nuova crisi. Secondo tutti le principali organizzazioni internazionali, FMI, Banca Centrale, OCSE l’economia argentina dovrebbe crescere del 5,1% nel 2014 ma le previsioni sono state già ritoccate verso il basso dopo che nel corso delle ultime settimane molti investitori hanno lasciato intuire che nel corso del 2014 molti capitali esteri dovrebbero nuovamente fuggire dalle terre argentine in cerca di “stabilità”.

Regno Kirchner – A partire dal 2003 la famiglia Kirchner comanda l’Argentina ed i risultati, al di là della crescita in larga parte dovuta all’effetto di convergenza (detto anche in economia Catch-up effect), sono davvero sconcertanti. Il paese sembra infatti non essersi ancora ripreso dalla crisi 1998-2002: tutti i livelli governativi sono super corrotti, le tensioni sociali si fanno sempre più quotidiane, il Peso (valuta argentina) è in continuo deprezzamento rispetto alle principali valute di tutto il mondo, l’inflazione è sempre più alta e il governo incapace di agire in modo concreto e pragmatico.

Dati truccati – Secondo molti economisti e la Banca Mondiale la crescita argentina sarebbe truccata. Se si controlla, ad esempio, sul sito della World Bank (qui il link: http://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.KD.ZG) si può notare come i dati macroeconomici in possesso dall’istituto si fermino al biennio 2006-2007. Ciò significa semplicemente che il governo argentino, ad in particolar modo il mal-governo di Christina Kirchner, non comunica più ai principali istituti statistici internazionali i dati economici reali. Secondo alcuni studiosi della John Hopkins University diretti dal professor Steve H. Hanke, l’inflazione annuale argentina nel 2013 non è assolutamente pari al 10,5%, come dichiarato dal governo di Buenos Aires, ma sarebbe pari a oltre il 63%. Questo dato, molto più veritiero rispetto alle stime “ufficiali”, nel corso degli ultimi giorni sta girando su tutti i più importanti quotidiani e settimanali economici come il “The Wall Street Journal”, il “The Economist” e il “Financial Times” e ci permette di osservare con più realismo quello che sta accadendo nel “paese del tango”.

23 Gennaio 2014 – Il 23 Gennaio, cinque giorni fa, il Peso si è deprezzato nel giro di poche ore di oltre il 15%. La Banca Centrale argentina, sotto forte attacchi speculativi, è dovuta intervenire sul mercato e la seduta di giovedì si è poi conclusa con un deprezzamento di “solo” l’8%. Al tempo stesso, i “Tango Bond”, i titoli di stato a lungo termine, hanno raggiunto Venerdì 25 Gennaio un rendimento del 17%. Tutti questi dati hanno indotto il Fondo Monetario ad esporsi nel corso del “Forum di Davos” attraverso le parole di Zhu Min, direttore aggiunto del FMI, consigliando al governo argentino di appoggiarsi ancora una volta agli aiuti internazionali per evitare una eventuale crisi strutturale che potrebbe distruggere un’economia ancora troppo fragile al suo interno. Tra il 1 Febbraio 2004 e il 28 Gennaio 2014, il Peso argentino si è fortemente svalutato passando da 2,93 Peso per Dollaro ai 7,16 Peso per Dollaro. La valuta argentina viene spesso scambiata addirittura con un tasso di scambio ben sopra gli 8 Peso per Dollaro mentre nel mercato nero sopra i 12 Peso per Dollaro.

Futuro? – Tutti questi dati dimostrano come nella realtà dei fatti l’Argentina sia troppo debole, sia politicamente che economicamente e si potrebbe prevedere un nuovo 1998. I mercati hanno già lasciato intravedere cosa potrebbe succedere se la fiducia nel paese sud americano dovesse venire a mancare. Il flusso di capitali verso mete più sicure è già iniziato e il governo Kirchner è già stato pubblicamente bacchettato nel corso del “World Economic Forum” tenutosi a Davos tra il 22 ed il 25 Gennaio. I prossimi mesi saranno fondamentali per capire quello che succederà. L’unica cosa certa, nel momento di stesura dell’articolo, è la seguente: gli spettri della crisi non se ne sono mai andati e se il governo centrale non deciderà di implementare le riforme strutturali necessarie per rafforzare l’economia il rischio recessione si farà sempre più concreto.

 

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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