Il nuovo Italicum: cosa cambia, spiegato

14/11/2014 di Luca Andrea Palmieri

Dal premio di lista alla reintroduzione delle preferenze, passando per le soglie di sbarramento: analizziamo le novità della legge elettorale e come potrebbero cambiare il sistema politico italiano

C’è un nuovo corso per l’Italicum. Il dibattito intorno alla legge elettorale si è re-infiammato nelle ultime ore, dopo l’incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, che ha portato a nuovi sviluppi per il testo che dovrà approdare al Senato. In effetti, le modifiche concordate non sono di poco conto: se infatti rimane il carattere maggioritario del doppio turno, a cambiare sono soprattutto le modalità di vittoria e di elezione dei deputati. Cerchiamo di spiegare, pezzo dopo pezzo cosa cambia, e come queste modifiche potrebbero influenzare enormemente il sistema politico italiano.

Il premio di lista – Partiamo dalla modifica dagli effetti più macroscopici: il premio di maggioranza non potrà più essere vinto da una coalizione, ma da una singola lista. E’ il cambiamento più grande ed influente, e modifica il senso dell’intero sistema elettorale. Tuttavia, mancano all’appello alcuni particolari fondamentali. E’ stato dichiarato che la lista vincente, per ottenere il premio, dovrà raggiungere il 40% dei voti, invece del 37% precedentemente approvato. Vi sono dubbi però sulla soglia di sbarramento: c’è già chi protesta (NCD su tutti) per la prima indiscrezione, che indicherebbe un limite del 4%. Si parla però anche del 3%. Rimane il secondo turno nel caso nessuno raggiunga la soglia prevista. A tornare al voto sarebbero solo i due partiti più votati in precedenza. Il dubbio maggiore riguarda il premio di maggioranza: nel precedente Italicum era di 15 punti sul 37% (per un massimo del 52% dei seggi, 321 su 316 necessari per la maggioranza: una soglia risicata). Non vi sono ancora certezze, ma è lecito aspettarsi che il principio sia lo stesso: il premio potrebbe così essere del 55%, una soglia presumibile anche per il secondo turno. Questi avrebbe il vantaggio di garantire una forte legittimazione democratica al partito vincente: in questo senso il sistema dovrebbe rendere l’Italia un po’ più simile alla Francia dal punto di vista dei risultati elettorali, sebbene con un metodo di elezione totalmente diverso.

L'attuale divisione dei partiti nella Camera dei Deputati
L’attuale divisione dei partiti all’interno della Camera dei Deputati

Cosa cambia? – Praticamente tutto. La nuova proposta non prevede alleanze, ergo addio alle coalizioni di governo che hanno segnato finora la storia della Repubblica. Inoltre scompare la doppia soglia di sbarramento, che doveva essere del 4,5% per i partiti interni a una coalizione e dell’8% per gli altri. La scomparsa della prima è ovvia, vista la fine delle coalizioni, la seconda invece si riduce enormemente (soprattutto se verrà confermata al 3%). Questa scelta tutto sommato è sensata. Facciamo il caso che uno dei partiti maggiori vinca le elezioni al secondo turno: prende da solo, da ipotesi, il 55% dei seggi. Il 45% restante sarà diviso tra i partiti di opposizione. A questo punto è insensato prevedere una soglia di sbarramento alta, visto che i partiti minori – già impossibilitati a governare – sono costretti all’opposizione o, al limite, all’appoggio di una maggioranza teoricamente già solida.

La soglia di sbarramento – E’ ancora utile a questo punto? La questione qui è soggettiva, e dipende dal sistema politico che si vuole avere. Aprire a tutti significa potenzialmente avere una miriade di partitini con anche solo uno o due rappresentanti. E’ una questione che può rendere la vita difficile alla stessa opposizione: più partiti diversi significa togliere rappresentanti ai partiti “perdenti” maggiori, i più colpiti dal malus del premio di maggioranza. Inoltre in formazioni molto piccole, il rischio del “cambio di casacca selvaggio” è ancora più elevato (e già il Parlamento italiano ha un indice di volatilità piuttosto alto). Senza contare i problemi nel coordinamento dell’opposizione. Tuttavia avere la possibilità di aumentare la rappresentatività può essere una buona forma di compensazione alla forza del partito di governo. Fatto sta che una soglia bassa ridurrebbe molto il problema, rispetto al testo approvato alla Camera.

Diventa evidente a questo punto cosa intendeva Matteo Renzi quando parlava di un “partito del paese”. Un vincitore unico accentra su di sé il programma per il quinquennio di legislatura: diviene ancora più rilevante il dibattito interno al partito. Senza contare che, in teoria, è possibile un apparentamento delle formazioni politiche precedente alle elezioni, con la creazione di una lista unica. Così i partiti minori finirebbero per “sciogliersi” in quello più grande, o si creerebbero grosse confederazioni dall’identità più opaca (è il caso, potenziale, di Lega e Fratelli d’Italia). E’ indubbio che il sistema spinga alla “morte” dei partiti più piccoli, a meno che questi non preferiscano sopravvivere come forze di disturbo – e mai di governo.

Il sistema di voto – Tornano le preferenze. Ma i loro sostenitori non esulteranno, dato che il nuovo sistema non le prevede per i capilista, che verranno scelti direttamente dai partiti (per esempio tramite primarie – presumibilmente nel M5S – o con scelte dall’alto – in Forza Italia). Le prime simulazioni del prof. D’Alimonte, esperto di sistemi elettorali del CISE, paiono prevedere una divisione al 50% tra eletti “nominati” e “preferiti”. Perché ciò, se solo un nome per lista è bloccato? In breve, perché i partiti minori eleggeranno meno candidati. E’ uno degli effetti più particolari della nuova proposta: il partito vincente sarà quello, tra tutti, con la maggior incidenza di “preferiti”. Siccome i collegi previsti sono 100, calcoli alla mano, il partito vincente avrà il 30% dei suoi eletti “nominato” e il 70% “preferito.

Italicum-tessera
Un particolare di una tessera elettorale

Le preferenze e i partiti di opposizione – Per gli altri partiti la questione cambia radicalmente. C’è da vedere ancora come avverrà la distribuzione dei seggi tra i collegi, ma se il secondo partito ottenesse poco più di un centinaio di deputati – risultato possibile con circa il 25% dei voti – è possibile che solo una manciata dei nuovi eletti non siano “nominati”. Ma non è certo: tutto dipende dall’utilizzo di un collegio unico nazionale piuttosto che dei singoli collegi per l’individuazione di chi entra alla Camera. Per capirci: se la Lega prende il 20% nelle circoscrizioni della Lombardia e il 7% a livello nazionale, nel caso del collegio unico otterrà il 7% dei seggi delle circoscrizioni lombarde: a seconda del numero totale degli eletti nel singolo territorio, uno o nessun deputato. Tutto questo si replica a livello nazionale (dunque anche al Sud, nonostante percentuali di voto ben più basse): entrerebbero così solo i “nominati”. Se invece il riferimento fosse il singolo collegio, gli eletti lombardi potrebbero anche essere due o più per collegio, favorendo così l’ingresso dei “preferiti”, e dando più importanza alla territorialità dei candidati (ergo, nessun eletto nelle circoscrizioni Sud).

Le candidature multiple – I candidati eletti con le preferenze rimarrebbero in ogni caso pochi, per i partiti minori. C’è però un’altra questione, che presenta un interessante paradosso: la possibilità di candidature multiple, che è ancora tutta da confermare. Questa caratteristica, tra le più criticabili della legge Calderoli, aumenterebbe l’uso delle preferenze. Poniamo un caso Berlusconi, dimenticando momentaneamente la sua condanna. Se l’ex Cavaliere si candidasse come capolista in tutte e 100 le circoscrizioni, com’è ovvio otterrebbe un solo seggio. I vincitori di Forza Italia nei restanti 99 collegi verrebbero così tutti eletti con le preferenze. Si tratta certamente di un caso limite, difficilmente replicabile nella realtà. Fatto sta che la divisione tra “nominati” e “preferiti” si avvia ad essere variabile e, come già detto, il rapporto dovrebbe essere all’incirca 50 e 50.

E’ inutile dire che fioccheranno polemiche, in particolare sulla questione preferenze. Fatto sta che, rispetto ai noti difetti strutturali della legge approvata alla Camera, pare esser stato fatto un passo avanti. Il paradosso è che sarà proprio il partito maggiore ad avere una maggioranza interna di “preferiti”. Ma la questione più importante, a parere di chi scrive, sta nel premio di lista: Il sistema politico italiano prenderebbe una strada che l’avvicinerebbe in primis al sistema della Francia, ma anche a Gran Bretagna e Stati Uniti. Si allontanerebbe invece da Spagna e Germania. In sintesi, vi sarebbero più grandi partiti con molto dibattito interno e meno piccoli partiti. Sarebbe una vittoria di Matteo Renzi che, se a qualcuno non fosse ancora chiaro, pare avere come obiettivo quello di “americanizzare” la nostra politica. Se sarà un bene o un male, solo il tempo potrà dirlo.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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