Il no dei boliviani ad un quarto mandato Morales

26/02/2016 di Michele Pentorieri

Prima sconfitta del Presidente dal suo insediamento 10 anni fa. Nonostante un netto miglioramento delle condizioni socio-economiche del Paese, a pesare sono stati la corruzione ed una retorica anti-statunitense rivelatasi controproducente

Morales

Nessun quarto mandato presidenziale per Evo Morales. I cittadini boliviani chiamati Domenica scorsa a decidere circa la possibilità di modificare la Costituzione per permettere all’ex cocalero di candidarsi anche nel 2019 si sono espressi in senso contrario. Le percentuali degli schieramenti opposti sono risultate comunque molto vicine tra di loro (51.34% contro 48.63%) a conferma dei sondaggi pre-elettorali che parlavano di un testa a testa tra le fazioni. Il Presidente aveva dichiarato già prima delle elezioni che avrebbe accettato serenamente il risultato delle urne, sottolineando come la partita si giocasse sul filo di lana. Anche dopo essere venuto a conoscenza dei risultati, Morales ha rilasciato dichiarazioni concilianti e anche l’alleato Carlos Mesa ha commentato la vicenda con un serafico “la vida sigue”.

La sconfitta di Morales fa ancora più rumore in quanto da sempre considerato uno dei Presidenti più amati dal suo popolo, grazie alla vicinanza ad esso ed alle sue –più che umili- origini. Nato nella cittadina di Orinoca (nell’est del Paese) da una famiglia di indigeni Aymara, si trasferisce in seguito nel dipartimento di Cochabamba. Come conseguenza delle riforme economiche degli anni ’80, nella zona fiorisce la coltivazione di coca. In risposta ai tentativi di eradicazione dell’attività dagli altipiani boliviani, i cocaleros si organizzano in sindacati ed è proprio in questa occasione che Morales muove i suoi primi passi in politica. La prima investitura a Presidente del Paese risale al 2006. Prima di allora, la Bolivia soffriva una disuguaglianza di reddito spaventosa, un tasso di povertà molto alto ed una cronica mancanza di accesso di parte della popolazione all’acqua potabile. Grazie ad interventi mirati la Bolivia si è rialzata, il tasso di povertà si è ridotto drasticamente e l’acqua potabile non è più una chimera. A fare da traino a tassi di crescita costantemente intorno al 6% è l’esportazione di gas naturale. Il programma di governo di Morales è ispirato ai principi del Movimiento al Socialismo, partito di cui è leader. Dal punto di vista economico, i capisaldi sono: lotta al neoliberismo, contrasto della Zona di Libero Scambio delle Americhe, vista come legalizzazione ed istituzionalizzazione della dominazione statunitense dell’area e nazionalizzazione delle risorse energetiche. Sul piano sociale, un focus molto marcato è riservato al rispetto dei diritti umani ed all’uguaglianza tra le diverse etnie presenti all’interno dei confini del Paese (non esistono statistiche precise ma la percentuale di popolazione indigena è intorno al 50%).

Quella che si è palesata è di fatto la prima sconfitta politica di Morales da quando guida il Paese. La tradizionale correlazione tra sviluppo economico e democrazia sembra essersi confermata anche nel Paese andino, dove la popolazione ha intravisto forse nella mossa di Morales lo spettro di antichi atteggiamenti assolutistici tanto tristemente noti all’America Latina. Oltre a ciò, c’è da tener conto che il referendum è arrivato in un momento politico molto difficile per Morales. L’ultimo periodo è stato infatti caratterizzato da accuse di corruzione e di eccessivo accentramento del potere. Sul primo versante, è da registrare lo scandalo che ha coinvolto il Fondo Indígena, istituzione che si occupa di promuovere progetti di sviluppo a beneficio di agricoltori e sindacalisti e alla quale sembra siano stati sottratti diversi milioni di dollari. Nella vicenda sono coinvolte oltre 200 persone, la maggior parte delle quali appartenenti al partito di Morales. Oltre a ciò, il Presidente è stato recentemente costretto ad ammettere di aver avuto una relazione ed un figlio con Gabriela Zapata Montaño, direttrice dell’azienda cinese Camc Engineering che lavora attualmente per lo Stato latinoamericano. Nonostante il Governo si sia affrettato a smentire qualsiasi tipo di coinvolgimento o pressione nell’assegnazione di alcuni appalti all’impresa, è innegabile che l’immagine personale del Presidente abbia subito un duro colpo.

Dal punto di vista economico, nonostante i già citati tassi di crescita piuttosto sostenuti, il Paese sta cominciando a risentire della caduta del prezzo del petrolio. Inoltre, sembra che Morales abbia sbagliato completamente la strategia di approccio al referendum. In sostanza, il Presidente ha parlato di una presunta guerra sucia messa in atto dall’opposizione con l’appoggio degli Stati Uniti al fine di influenzare le scelte dei boliviani. Con ogni probabilità, avrebbe giovato molto di più alla causa di Morales porre l’accento sui positivi –ed innegabili- risultati economici e sociali raggiunti durante la sua presidenza. Agitare lo spauracchio imperialista è sembrata una strategia obsoleta, oltre che controproducente. E’ probabile che in questo caso l’ex sindacalista si sia fatto influenzare troppo dalla vicinanza ideologica al Venezuela, mutuando da esso una narrativa che, se nel caso di Maduro è necessaria a nascondere dati economici e sociali tutt’altro che esaltanti, nel contesto boliviano è sembrata piuttosto insensata.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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