Dopo il Montenegro, prima della Bosnia: la percezione della corruzione in Italia

04/12/2013 di Giacomo Bandini

69esimi – Non è una novità, ma ogni tanto fa bene ribadirlo: l’Italia è un Paese con un forte grado di corruzione. La conferma arriva soprattutto dalla ricerca dell’organizzazione Transparency International che ogni anno pubblica i risultati delle proprie valutazioni sul sito www.transparency.org. Nel 2012 ci eravamo piazzati 72esimi su 177 nazioni esaminate. Ieri la notizia dell’avanzamento di tre posizioni relativamente al 2013: siamo 69esimi a pari merito con la Romania e il Kuwait. Preceduti dal Montenegro e seguiti di poco dalla Bosnia Herzegovina, dal Brasile e da Sao Tomè e Principe.

L’Africa migliore dell’Europa – Al primo posto spiccano Danimarca e Nuova Zelanda, seguite da Svezia e Norvegia. Insomma nei Paesi Scandinavi è difficile immaginarsi la solita scena della valigetta o della mazzetta di soldi passata sotto banco nell’ufficio di un funzionario pubblico, ed ormai questa pratica scorretta sta apparentemente scomparendo anche in Lesotho, Rwanda, Botswana e Bahrain. Tutte con un punteggio migliore del nostro nella speciale classifica, e dunque occupanti posizioni migliori. Nessuno fra questi partecipa al G8 o al G20, le rispettive quote nel Fondo Monetario sono praticamente irrisorie in confronto a quelle italiane e la speranza di vita spesso non supera i 40 anni. Eppure il livello di corruzione di ognuno risulta inferiore al nostro.Transparency_international

Percepire o essere – Come è possibile tutto ciò? È possibile grazie alla percezione che si ha della realtà che ci circonda. Approfondendo la ricerca, senza limitarsi alla lettura di soli titoli di giornale, è immediatamente visibile come i criteri del sito si basino sulla percezione della corruzione e non sul suo effettivo sviluppo. Sul sito è infatti possibile trovare il modus operandi della Transparency International e il vero significato del “Global Corruption Barometer” ossia “the biggest ever survey tracking world-wide public opinion about corruption”. Per l’appunto “public opinion”. Ossia l’esperienza quotidiana mescolata all’informazione proveniente da media e social network.

L’amara realtà – Non è bastata dunque la legge Severino e probabilmente non basterà la recente decadenza da senatore di Silvio Berlusconi per cambiare lo status quo nella testa degli italiani. Più del 75% ha risposto che il livello di corruzione è rimasto il medesimo negli ultimi 2 anni o addirittura è aumentato, oltre l’80% riconosce il diffuso problema di pratiche scorrette nel settore pubblico e oltre il 70% considera il decisore pubblico (consigliere comunale, parlamentare, ministro, funzionario etc.) un’entità eletta solamente per curare il proprio, personale, interesse. I livelli in cui questo male viene avvertito maggiormente sono di conseguenza  quello partitico e parlamentare, seguiti dal settore industriale e da quello sanitario. In ogni caso tutte le voci prese in considerazione, comprese le istituzioni religiose, non scendono al di sotto del 25% nel grado di corruzione percepito.

Cambiare il paradigma – A dire la verità nemmeno in Italia vedremo più la scena della mazzetta o della valigetta. Vi sono metodi più nascosti e subdoli per lo sviluppo del cosiddetto malaffare. La ricerca persa in considerazione però serve a riflettere non tanto sulla nostra posizione in classifica, bensì sul fatto che la corruzione è entrata nelle ossa e nel cuore di ogni cittadino italiano. Tanto da essere spesso scorta anche quando effettivamente non ve ne sono le tracce e da vedere come un finto cambiamento gli ultimi interventi legislativi in merito. La vita pubblica nel Paese è sopravvissuta troppo tempo nel paradigma del vizio privato e della (finta) pubblica virtù ossia del predicare bene e razzolare male. L’abitudine ad essere circondati da questo genere di malattia ha abituato una popolazione intera a truccare le regole del gioco, finendo col far vincere sempre i bari a scapito dei migliori. C’è però un barlume di speranza e sono, ancora una volta, i dati stessi a confermarlo: oltre il 60% dei consultati ha ritenuto fondamentale il contributo di ogni singola persona al risanamento della situazione. È il segno che un’Italia con il senso dell’interesse pubblico e dell’onestà esiste ancora ed è convinta di poter cambiare le cose.

The following two tabs change content below.

Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
blog comments powered by Disqus