Il “modello Milano” è curiosità ed orgoglio

10/11/2015 di Edoardo O. Canavese

Non sull’Expo, né sui dolori di Roma: il primato meneghino poggia sulla inedita combinazione tra un buon amministratore “alieno”, Giuliano Pisapia, e il suo rapporto con una maggioranza franca ma più attenta ai problemi che alle scaramucce interne. Un modello con la cui irripetibilità il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, deve fare i conti.

Era il 27 maggio 2011 quando Milano uscì per sera e tornò a riempire la sua piazza, quella del Duomo. Lo fece per sostenere Giuliano Pisapia, candidato sindaco ad un passo dalla vittoria. La piazza arancione, tale era il colore della campagna elettorale, omaggiò quell’avvocato atipico, figlio della borghesia liberale ma non così lontano in gioventù da Lotta Continua, residente nella centrale Porta Romana ma amico del centro sociale Leoncavallo. Un marziano che avrebbe vinto poco dopo, ma che fece vincere Milano quella stessa sera. Come risvegliatasi da un lungo sonno cominciato vent’anni prima, la città tornava in piazza, non per protesta, ma per festa e speranza. Ma soprattutto per curiosità. Perché Pisapia, allora candidato SEL che superò la concorrenza dei democratici con grande sorpresa, convinse anche la Milano liberale e conservatrice proprio per la curiosità che una nuova idea di amministrazione potesse smuovere la città dalla sua palude. Quella curiosità fu la scintilla per la nascita del “modello Milano”.

La narrazione degli ultimi mesi di cronaca politica ha dopato la percezione di quel che è diventata Milano. Lo iato tra il triste destino di Roma e le recenti soddisfazioni meneghine hanno permesso di rispolverare il mito della “capitale morale”, mentre i risultati dell’Expo hanno portato il nome di Milano sulla bocca del mondo. Si fa un torto a recintare il “modello Milano” dentro ciò che sta accadendo oggi, perché i demeriti di Roma sono tombali e l’Expo ancora un anno fa era un’incognita sotto la lente d’ingrandimento della giustizia. L’Expo è stato una parentesi dal forte impatto mediatico sfruttato per autopromuoversi nel mondo e nelle urne. Ma se Renzi pensa che bastino sei mesi di successi turistici a Rho (e di costante stato di emergenza amministrativa) per tenere Milano e riprendersi Roma alle prossime comunali, perderà. Il segreto di Milano sta nell’amministrazione Pisapia.

Cominciamo col dire che la giunta Pisapia è stata litigiosa, come da copione nel centrosinistra. Il dualismo con l’architetto Stefano Boeri battuto alle primarie e gli scontri tra Pd e Sel su chi avesse più potere in Consiglio Comunale hanno fatto tremare Palazzo Marino, ma il sindaco ha saputo sempre tenere il timone della sua squadra. Il rapporto tra sindaco e partiti di maggioranza è sempre stato franco, senza mai che scadesse nella prevaricazione del primo sui secondi. Più che la rivalutazione della Darsena o l’estensione della linea metropolitana, è stato il faticoso lavoro sul drammatico buco di bilancio ereditato ad impegnare le migliori energie della giunta, e sulla sua inderogabile soluzione la giunta si è cementata. Le finanze non godono ancora di buona salute, ma se nel 2013 il Comune soffriva di un debito di centinaia di milioni, oggi si sfiora il pareggio di bilancio. Trofeo degno di un modello virtuoso, oggigiorno.

Il “modello Milano” non è replicabile, almeno non in queste sue forme, e Milano stessa lo sa. Lo sa il sindaco, che forse proprio per questo, per la trasformazioni politiche avvenute dietro ai partiti che lo sostengono, ha deciso di farsi da parte. Lo sa Giuseppe Sala, il candidato di Renzi, che ha già detto che non sarà un secondo Pisapia. Tradotto: si propone “sindaco commissario”, decisionista, poco collegiale e dialettico, nient’affatto di partito. Soprattutto moderato. La presenza di SEL in coalizione, in caso di sua vittoria alle primarie, è a rischio. Tra tutti, il candidato di centrosinistra più simile a Pisapia sembra Pierfrancesco Majorino, sinistra dem, che però soffre la mancanza di sponsor pesanti. Intorno, un affollarsi di strateghi renziani impegnati a vendere la candidatura di Sala non solo come soluzione per il dopo Pisapia, ma pure medicina per i mali di Roma. Ma se Renzi appesantisse la campagna elettorale suffragando il commissario Expo, rischierebbe di allontanare quel popolo che invase piazza Duomo e le urne nel maggio 2011.

Ad oggi, i migliori soccorritori del Pd milanese sono le opposizioni. Lega e Forza Italia, che dopo Bologna sembrano tornate a sorridersi, non hanno ancora deciso il proprio candidato a Palazzo Marino. Grave ritardo, che la dice lunga su quanto siano difficili i giochi di potere tra due partiti così lombardi ed orgogliosi del proprio protagonismo a destra. Il M5S ha battuto tutti sul tempo, e ha già scelto la sua donna, Patrizia Bedori, pasionaria grillina, ambientalista, disoccupata, ma votata da poche centinaia di militanti; freddezza figlia anche della sconfitta dialettica patita da Grillo su Expo. La sensazione è che Renzi punti sull’abituarsi dei milanesi ad una gestione pragmatica e professionale, trascinata dal propagandato primato morale assunto oggi da Milano.

Resta nei fatti l’unicità di un’esperienza amministrativa che ha permesso ai milanesi di tornare ad inorgoglirsi e ad incuriosirsi della propria città.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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