Il malgoverno dei comuni, specchio della crisi politica

01/12/2015 di Edoardo O. Canavese

Il caos rifiuti nel quale annaspa la giunta grillina di Livorno, ultimo di una serie di inefficienze arrivate alla ribalta negli ultimi anni in Italia, ripropone un nuovo, drammatico interrogativo politico: che ne è della buona politica dei Comuni?

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Una volta vetrina per i leader nazionali, oggi palcoscenici dell’impreparazione politica e dell’inettitudine amministrativa che attanaglia i partiti. In principio fu Roma, divenuta sotto l’amministrazione Alemanno capitale del malaffare. Il sistema esploso durante l’esperienza dell’ex missino dovette i propri natali, come sottolineato dal segretario dei Radicali nonché ex consigliere comunale in Campidoglio Riccardo Magi, al finanziamento illecito ai politici che in occasione dell’annuale bilancio, fin dal secondo mandato di Rutelli, elargiva centinaia di migliaia di euro. Un sistema bipartisan che ha accontentato gli appetiti dei partiti pure sotto Veltroni e che con Alemanno è sfociata nella parentopoli in Atac e Ama. Roma, che ha lanciato leader nazionali come Rutelli e Veltroni, da quegli stessi tradita. Simboli di una crisi identitaria che vivono i partiti nei Comuni, un tempo laboratori virtuosi e fiori all’occhiello dell’amministrazione politica, oggi universi caotici sommersi da scandali, debiti e immondizia.

Sono d’attualità le immagini di Livorno e dei suoi cassonetti dei rifiuti stracolmi. Accade che la giunta del M5S annaspa nel profondo rosso della municipalizzata Aamps, in debito per 21 milioni, alla quale in occasione della campagna elettorale era stata promessa una ricapitalizzazione, ma che oggi è ad un passo dal commissariamento, foriero di probabili licenziamenti. Così l’immondizia resta in strada e i lavoratori Aamps assediano il Consiglio Comunale. Non è la prima che combina la giunta Nogarin: già a settembre la città aveva assistito alla bocciatura del bilancio consolidato 2014, perché manchevole del bilancio dell’Aamps. Indizi che, combinati, raccontano di una nuova classe politica, ambiziosa, di buoni propositi, ma incompetente. Perché se è vero che sono le amministrazioni precedenti ad aver svuotato le casse livornesi, lo è altrettanto che Nogarin e i suoi si sono presto alienati il sostegno della città e palesano un’arroganza ed un’inadempienza che getta solo discredito sul Movimento.

Se citiamo quale esempio di crisi identitaria dei sindaci pure Civitavecchia, non è per gettar la croce addosso al solo M5S. Il problema dell’impreparazione alla conduzione comunale riguarda tutti, ma che colpisca particolarmente il M5S, neofita della politica che ha pure poche amministrazioni, è significativo. Dopo meno di due anni al Comune, il primo cittadino Cozzolino assiste inerte al dissesto della cittadina. Lo stato delle finanze era già grave, ma le condizioni si sono compromesse con l’intestardirsi della giunta sulla ricerca di un fondo immobiliare che, previa vendita di numerosi beni del Comune, avrebbe dovuto garantire 31 milioni di euro. Il bando non ha raccolto altro che l’altolà della Corte dei Conti, indispettita dalla carenza di dettagli sul piano. Una inefficienza burocratico-amministrativa che procede di pari passo con la scelta politica, tutt’altro che rivoluzionaria, della svendita di proprietà comunali per sostituirli con alberghi e centri commerciali.

Il M5S soffre la mancanza di un retroterra politico ed ideologico che consenta ai suoi candidati amministratori, dal Comune a Palazzo Chigi, di presentarsi pronti alla sfida alle strutture dello Stato. L’esperienza aiuta, e infatti Pizzarotti, dopo lo scivolone sull’inceneritore osteggiato infine concesso sul suolo parmigiano, oggi rivendica il raggiungimento della raccolta differenziata al 70%. Tuttavia viene emarginato dal resto del movimento, forse per la sua apertura al dialogo, indigesta all’intransigente Grillo, che infatti difende Nogarin a costo di scadere nel più classico tormentone della seconda repubblica, “è colpa dell’amministrazione precedente”. D’altro canto i predecessori dei grillini, effettivi e potenziali, hanno depauperato quell’esperienza maturata dai rispettivi partiti in sede comunale, accavallando l’imperante malgoverno: torniamo a Roma ed arriviamo al disastro di Marino.

Nonostante sia stato nelle ultime settimane innalzato a campione della politica onesta (come se bastasse questo per amministrare) Marino, sostiene il già citato Magi, non combatté quel sistema di finanziamento occulto a consiglieri e partiti. Anzi, quando emersero proteste a riguardo, spense i focolai. E proprio la lotta giuridica al malaffare del Campidoglio ha messo in crisi alcuni grandi fruitori del sistema, tra cui nettezza urbana e trasporti, che in breve hanno determinato la caduta del sindaco. La caduta di Roma è il fallimento di un politico, Marino, disattento ed imperito, e di una classe politica, quella democratica e berlusconiana, più attenta a riempire i portafogli di qualche ente legato ad un qualche consigliere piuttosto che a pulire strade e riparare mezzi pubblici. Ed è il simbolo di una politica nazionale che, in assenza di una scuola di partito attiva nel locale, vaga sperduta alla disperata ricerca di un candidato che pure non c’è, benedicendo l’arrivo di commissari ed imprenditori. In primavera romani, milanesi e napoletani sceglieranno i nuovi sindaci. Nessun partito ha avanza ancora alcuna candidatura. Il M5S è pronto solo a Milano, dove la sconfitta non preoccupa. Non un quadro idilliaco.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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