Il magico nome di Donald Trump

03/03/2016 di Francesca R. Cicetti

Come per una formula magica, l’ego di Trump – e il suo trionfo – si rimpinguano al solo pronunciare il suo nome. Come accade per ogni campagna pubblicitaria di successo, l’importante è che sia sulla bocca di tutti.

Donald Trump

Trump funziona perché non è un ideologo. Non vende progetti, pensieri, dottrine. Trump vende solamente Trump. Trump è un brand pubblicitario, una lattina di fagioli, una marca di detersivo. Scala le vette perché rappresenta una proposta in parte fumosa, ma attraente perché capace di colpire i cittadini nelle problematiche di oggi. Come uno spot che promette. Ma cosa? Non lo si può sapere con certezza. Per ora quello che conta è continuare a diffondere nell’aria il magico nome di Donald Trump, come una formula mistica, un incantesimo.

In fondo, il politico pubblicitario è una formula che funziona. Noi in Italia lo sappiamo bene. Per vent’anni abbiamo osservato il sorriso smagliante di un imprenditore ricco e dal pessimo taglio di capelli. Ora l’America vuole provare la stessa ebbrezza, e non ha intenzione di ascoltare i consigli della sorella maggiore (in questo siamo più avanti di loro, magro vanto). Sia Berlusconi che Trump hanno puntato sulla tecnica dell’uomo di successo, donnaiolo e dallo straordinario senso dell’umorismo. Entrambi sono rumorosi e imprevedibili e si vendono con la stessa tecnica con cui si potrebbe vendere un tubetto di dentifricio.

Gli Stati Uniti del 2016 non sono l’Italia di Mani Pulite. Eppure Trump gioca comunque la carta della personalità anti establishment, l’ultimo uomo onesto al mondo. Lui, che non è un politico e può dire tutto quello che crede. Purché se ne parli. Infatti, come per una formula magica, l’ego di Trump – e il suo trionfo – si rimpinguano al solo pronunciare il suo nome. Come accade per ogni campagna pubblicitaria di successo, l’importante è che sia sulla bocca di tutti. Poi il fatto che il politico (o il detersivo) possegga una o due caratteristiche apprezzabili aiuta nella scalata.

Questi personaggi chiacchieroni, volgari, esuberanti, sembrano troppo assurdi per essere veri. Ma non è così. O meglio, essere assurdi non è mai stato un problema. Semmai un tratto distintivo, una firma che porta la popolarità alle stelle. Per un eccellente comunicatore come Trump, e come Berlusconi nei suoi tempi di gloria, molte cose sono concesse che agli avversari sono vietate. Scivoloni così clamorosi che affonderebbero senza esitazione un democratico e che invece strappano una risata ai sostenitori di Donald. E anche un voto, perché no.

D’altronde, per un politically incorrect la strada è in discesa. Spesso non ci sono limiti, e va bene finire sulla bocca di tutti. Anzi, va meglio. La politica è una via come un’altra per fare marketing di se stessi. E magari vincere e finire a governare un paese. Come amministrarlo, poi, questa è un’altra storia, e forse non lo sapremo fino a che non accadrà. E forse, ci auguriamo di non doverlo sapere mai.

Per fermare il brand di un chiacchierone guerrafondaio si potrebbe provare a fare quello che non siamo riusciti a realizzare nell’era berlusconicentrica. Ignorare, semplicemente, le gaffe, le barzellette, gli slogan. Ignorare la valanga di parole da capogiro. Rendersi conto che funziona per Trump e per chi è come lui la stessa tecnica di uno spot pubblicitario. Può essere luminoso, appariscente, interessante. Ma se il prodotto è scarso, resterà scarso comunque. E non varrà mai la pena comprarlo.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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