Il Libano tra stallo politico e interessi sauditi

05/03/2016 di Michele Pentorieri

Mentre il seggio di Presidente della Repubblica del Libano continua ad essere vacante, l’Arabia Saudita sposta la sua attenzione verso il paese, aprendo un nuovo fronte di scontro contro l'Iran, che potrebbe minare irrimediabilmente la stabilità libanese

Libano

Tempi duri per il Paese dei cedri, costretto ad affrontare problemi di carattere sia domestico che geopolitico. Sul primo versante sono da registrare l’annoso (perché insito nel suo sistema elettorale) problema dello stallo politico e la crisi dei rifiuti (ne abbiamo parlato qui). Da qualche settimana, tuttavia, il Paese sembra sempre più invischiato nella lotta per l’egemonia regionale, che vede protagonisti Iran ed Arabia Saudita. Di sicuro, visto il pluriconfessionalismo libanese, una polarizzazione dell’opinione pubblica comporterebbe rischi enormi per la stabilità e l’unione del Paese.

Primo ministro un musulmano sunnita, Presidente del Parlamento uno sciita e Presidente della Repubblica un cristiano maronita. La divisione delle cariche politiche su base confessionale scaturita dal Patto Nazionale del 1943 è una caratteristica distintiva – e controversa- della politica libanese. Il Presidente della Repubblica deve essere eletto dai 2/3 del Parlamento, che è occupato da individui di diversa fede religiosa in base a quote fisse. Il risultato di questa natura estremamente compromissoria dell’Assemblea Nazionale è che ognuna delle maggiori forze presenti in essa possiede di fatto un potere di veto, che viene regolarmente esercitato da quasi due anni determinando la vacanza del seggio Presidenziale. Oltre a ciò, la crisi dei rifiuti che va avanti da circa sei mesi ha assunto connotazioni grottesche, con le immagini del fiume di spazzatura che invade Beirut diffuse in tutto il mondo.

Ma la vera novità delle ultime settimane è l’attenzione che sembra riservare l’Arabia Saudita al Paese. Alla fine del mese scorso, Riyadh ha dichiarato che non darà seguito alla promessa fatta nel 2013 di garantire un finanziamento di 4 milioni di dollari per l’ammodernamento del piuttosto malandato esercito libanese. Ufficialmente la decisione è stata motivata con la mancata condanna da parte di Beirut dell’assalto all’ambasciata saudita di Teheran a seguito della decapitazione del leader sciita Nimr al-Nimr, ma sembra che l’intenzione della monarchia saudita sia quella di innalzare volontariamente i toni dello scontro con il Libano e, di conseguenza, con Hezbollah ed Iran. Ovviamente Riyadh non vede di buon occhio l’esito positivo che sta avendo finora la difesa del regime siriano di al-Assad portata avanti dagli uomini di Nasrallah, che a loro volta accusano Re Salman di essere la causa degli attentati in Libano delle scorse settimane. L’Arabia Saudita, tuttavia, non ha arrestato la sua offensiva e sta cominciando ad espellere numerosi lavoratori libanesi presenti sul suo territorio. La misura danneggia seriamente l’economia del Libano, che fa molto affidamento sulle rimesse degli emigranti. Infine, l’atto più eclatante è arrivato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo di cui fanno parte, oltre all’Arabia Saudita, anche  Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Nel corso dell’ultima riunione, infatti, l’organizzazione ha bollato Hezbollah come un’organizzazione terroristica, accusandola di sostenere contrabbando di armi ed esplosivi verso i Paesi sunniti, concorrendo così a determinarne l’instabilità.

Di certo, il Libano farebbe volentieri a meno di quest’attenzione riservatagli dai vicini, che può compromettere il fragile equilibrio di power sharing sul quale poggia la stabilità del Paese. In effetti, si è già avuto qualche segnale in tal senso: le due personalità politiche più influenti dell’Islam sunnita libanese, l’ex Primo Ministro Saad Hariri –figlio di Rafiq, assassinato nel 2005- e Tammam Salam, che ricopre attualmente la carica, hanno criticato duramente l’operato di Hezbollah. In generale, si sta lentamente approfondendo la frattura tra sunnismo e sciismo, cristallizzati ora più che mai su posizioni diametralmente opposte in politica estera. I primi accusano Nasrallah di aver mandato migliaia di uomini in Siria a difesa del regime di Bashar al-Assad, coinvolgendo il Libano in una guerra e provocando le ire dei sauditi. Gli sciiti, al contrario, sostengono il Presidente siriano ed accusano Riyadh di intromettersi negli affari interni. E non poteva nemmeno mancare la reazione iraniana a quanto avvenuto, arrivata tramite il Ministro degli Esteri Morteza Sarmadi che ha condannato la decisione del Consiglio di Cooperazione del Golfo dichiarando: “i gruppi terroristici nella regione sono ben altri”.

In sostanza, i radar sauditi si stanno spostando lentamente verso Beirut ed Hezbollah. Da una parte l’Iran è pronto a sfruttare il ripensamento dell’Arabia Saudita subentrando ad essa come finanziatore dell’ammodernamento dell’esercito. Dall’altra, Riyadh ed i suoi alleati non lasceranno che il Libano diventi lo sbocco marittimo della mezzaluna sciita progettata da Teheran. A stare tra l’incudine ed il martello è proprio il Libano, il quale si regge però su un equilibrio molto precario. L’inasprimento del conflitto per il controllo del Paese può determinare un approfondimento delle fratture settarie che avrebbe come conseguenza molto probabile il collasso dell’ordine interno.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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