Il Kosovo continua a dividere la comunità internazionale

05/10/2015 di Marvin Seniga

In questi giorni, la rivalità tra i due blocchi in merito allo status del Kosovo si è presentata nuovamente. La miccia è stata la domanda di adesione inviata da Pristina all’Unesco

Kosovo

N on ci sono soltanto la crisi in Ucraina e quella in Siria a porre in contrasto gli Stati Uniti e l’Unione Europea con la Russia. Un altro storico elemento di attrito tra i due blocchi geopolitici è quello relativo al Kosovo. Nel marzo del 1999, i russi si resero conto di aver veramente perso la Guerra Fredda quando gli Stati Uniti decisero – senza passare per il Consiglio di Sicurezza ma attraverso la Nato – di intervenire in aiuto del popolo kosovaro e contro la Iugoslavia. Il senso d’impotenza percepito dall’un tempo superpotenza mondiale nel proteggere la Iugoslavia, fece emergere le prime vistose crepe intorno al già debole governo di Boris Eltsin che, osteggiato da gran parte dell’apparato militare, alla fine dell’anno fu costretto a dimettersi, lasciando campo aperto a quel Vladimir Putin, tutt’oggi uomo forte della Russia, che non si rassegnò a vedere il proprio paese sprofondare nell’irrilevanza geopolitica.

In questi giorni, la rivalità tra i due blocchi in merito allo status del Kosovo si è presentata nuovamente. La miccia è stata la domanda di adesione inviata da Pristina – capitale del Kosovo, che nel 2008 ha dichiarato formalmente l’indipendenza dalla Serbia – all’Unesco. La reazione delle autorità serbe, supportate in toto in questa faccenda dalla Russia, non si è fatta attendere. Secondo il ministro degli esteri serbo Ivica Dacic ammettere il Kosovo all’Unesco sarebbe auto-distruttivo, sarebbe come ammettere lo Stato Islamico. Dacic nel corso di un meeting politico a Belgrado ha specificato come il governo del Kosovo in più occasioni, abbia dimostrato di non dedicare sufficiente attenzione a diversi siti sacri per la chiesa ortodossa serba che si trovano sul suo territorio, siti che dalla stessa Unesco sono stati inseriti nella lista dei patrimoni dell’Umanità in pericolo, a causa di ripetuti atti di vandalismo.

Per il Kosovo, l’ammissione nell’Unesco rappresenterebbe la possibilità di compiere un ulteriore passo verso un più forte riconoscimento del proprio status internazionale come Stato – a tutti gli effetti – indipendente, facendo venire ulteriormente meno le proteste e le rimostranze periodiche serbe. Attualmente il Kosovo fa parte di diverse organizzazioni internazionali, dal Fondo Monetario Internazionale alla Banca Mondiale, passando anche per il Comitato olimpico internazionale, ma non è uno Stato membro dell’ONU, dove una sua eventuale domanda di adesione troverebbe il veto della Russia e della Cina: quella dell’Unesco, dunque, rappresenterebbe una tappa intermedia affatto irrilevante. Per Pristina l’adesione a nuove organizzazioni internazionali rappresenta dunque un lavoro fondamentale per l’affermazione della propria esistenza, il riconoscimento della propria indipendenza e della credibilità internazionale. Per questo la reazione della Serbia è stata tanto forte.

Tuttavia non è soltanto all’Onu che manca l’unanimità sull’indipendenza del Kosovo. Anche nella stessa Unione Europea, cinque Stati hanno optato per il non riconoscimento. L’eccezione più evidente è quella della Spagna, che, essendo attraversata da movimenti indipendentisti (da notare il recentissimo caso della Catalogna), non vuole esporsi troppo nel riconoscere l’indipendenza di uno Stato che ha unilateralmente deciso di separarsi. Le eccezioni più importanti però sono probabilmente quelle della Romania e della Grecia, due paesi ai confini dei Balcani, che hanno deciso di non riconoscere il Kosovo per non danneggiare le relazioni con la Serbia. Sebbene in Serbia, diverse fonti d’informazione si dicono convinte che, tra le condizioni poste dall’Unione Europea alla Grecia per il nuovo piano di salvataggio, ci sia anche il riconoscimento del Kosovo come uno Stato indipendente.

Per l’Unione Europea è importante infatti riuscire a parlare con un’unica voce in merito alla questione kosovara. Sin qui la presenza di questi cinque, ha impedito a Bruxelles di effettuare a sua volta il riconoscimento ufficiale dell’indipendenza del piccolo paese balcanico, sebbene di fatto le istituzioni europee abbiano comunque aperto diversi canali politici con Pristina, soprattutto in chiave di supporto economico e di raccordo con la Serbia. Gli accordi dei Bruxelles del 2013 sono stati il maggior successo riscontrato dalla diplomazia europea nella questione serbo-kosovara. In questi veniva prevista una normalizzazione nei rapporti tra le due entità (la Serbia si è rifiutata formalmente di riferirsi al Kosovo come Stato) e effettuate le prime concessioni da parte del governo serbo a quello kosovaro, come per esempio il fatto che il Kosovo abbia diritto ad un proprio autonomo apparato legislativo e una propria forza di polizia.

Gli accordi di Bruxelles furono per il Kosovo un indiscutibile successo, in Serbia invece le reazioni furono opposte. A Belgrado da una parte fu lodato il pragmatismo del governo, che comprese come una normalizzazione dei rapporti con Pristina conducesse anche ad una maggiore cooperazione con l’Unione Europea, mentre i gruppi nazionalisti accusarono invece Dacic di aver indirettamente riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, tradendo il proprio popolo e violando la costituzione.

Oggi in uno scenario internazionale diverso, con il vento dei nazionalismi che rischia in Serbia di essere rialimentato anche a causa di una spinta della Russia sempre più in rotta con l’Unione Europa e gli Stati Uniti, solo una cosa è chiara: la parola fine alle tensioni nell’area, a quindici anni dal termine della guerra, è ben lungi dall’essere posta.

The following two tabs change content below.

Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
blog comments powered by Disqus