Il guaio liste Pd in Campania e le debolezze della democrazia

15/05/2015 di Luca Andrea Palmieri

Tra alleanze discutibili e candidati sospetti, il Pd, campano e nazionale, ha gestito nel peggiore dei modi l'avvicinamento a queste regionali. Eppure rischia di vincere: segno di un sistema democratico che non gode di piena salute

Il problema delle liste “inquinate” per le elezioni regionali del 31 maggio è diventato praticamente invalicabile per il Pd, forza politica che più di tutte ne subisce le conseguenze. E’ un problema però molto più complesso e di difficile risoluzione di quanto non sembri, e sta tutto in un discorso: vogliamo scegliere i nostri rappresentanti? Vogliamo che a livello locale ci sia il diritto di avere la propria autonomia politica? Sulla carta è tutto giusto, ma certi problemi, nell’Italia di oggi, diventano inevitabili.

Prendiamo Vincenzo De Luca: nel caso venisse eletto, sarebbe automatica la sua sospensione dall’incarico per via della condanna in primo grado che lo riguarda. Logica vorrebbe che un candidato con questi problemi (seppur non definitivi: ci sono altri due gradi di giudizio da affrontare, senza contare che non è certo il Tar confermi la sospensione) non arrivi neanche alla candidatura. Eppure ci sono state le primarie, che allo stesso De Luca hanno dato una legittimazione popolare, tra l’altro a sfavore di un altro candidato non libero da polemiche, quell’Andrea Cozzolino storico collaboratore dell’ex governatore della Regione, Antonio Bassolino.

Che fare dunque? La certezza è che, arrivati a questo punto, sarebbe stato impossibile evitare le critiche: togliere a De Luca la candidatura avrebbe significato andare contro il voto dei propri elettori, cosa che avrebbe scatenato altrettante, se non maggiori polemiche. E poi c’è, come sempre, la questione squisitamente politica. Ideale sarebbe stata l’assenza di De Luca alle primarie, ma per il Pd campano questo avrebbe significato trovarsi fortemente sfavorito alle elezioni. Infatti, vista la decisione con cui De Luca ha promosso la sua candidatura, è facile immaginare come difficilmente avrebbe dato appoggio a un altro candidato nel caso della sua esclusione. E parliamo di un personaggio amatissimo nella sua città, capace di vincere le ultime elezioni a Salerno (le ennesime, dopo il “salto” di un mandato) con il 74,42% dei voti. Un radicamento sul territorio che gli garantisce un’influenza enorme sullo stesso Pd campano.

Anche le sue mosse seguenti sono state mosse da questioni di opportunità. La famosa alleanza con Ciriaco De Mita nasce proprio dalla necessità di “rastrellare” voti per competere con un più che competitivo Stefano Caldoro (candidato che, di converso, non è molto amato dalla stessa Forza Italia, in un curioso gioco di antipatie incrociate, in uno dei luoghi dove il centro-destra è rimasto più forte nel paese). E, per quanto le nubi sul passato del politico avellinese siano più dense di un temporale tropicale, il punto è che la sua base elettorale nel suo feudo è più salda che mai.

Per non parlare poi dei candidati “inopportuni”, inseriti soprattutto in varie Liste Civiche. Sia ben chiaro, ad oggi nessuno pare essere soggetto alla legge Severino. Ergo, tutti possono candidarsi senza problematiche giudiziarie che ne compromettano il posto nel Consiglio Regionale. In questo senso sono persino in una situazione “migliore” di quella di De Luca. Resta però abbondante la questione di opportunità. Va bene il garantismo, ma il passo indietro è necessario per ovvie questioni di credibilità. Non va dimenticato che si tratta di liste civiche, non direttamente correlate al partito: questi, a livello nazionale, non ha (per statuto) potere di influenza su di esse, che appoggiano direttamente il candidato. Sarebbe spettato infatti a lui intervenire. Quel Vincenzo De Luca, arrivato alle elezioni grazie alle primarie e che già si è mosso per ottenere più appoggi possibili sul territorio.

E’ un po’ troppo facile per il candidato del Pd affermare che non ha avuto totale controllo sulla formazione di queste liste. Ed è, francamente, un sistema troppo comodo per scrollarsi di dosso la responsabilità, invitare a non votare alcuni personaggi. Perché intanto, voti ne prenderanno. Voti che andranno a favorire la sua candidatura. Ed è proprio qua che sta il punto. Fossimo in una società matura, questi soggetti affonderebbero automaticamente.

In un paese davvero improntato al senso civico, chi darebbe il suo voto a chi è sospettato di essere accostato alla camorra? O che è stato accusato di corruzione già più volte durante il suo mandato? Invece succede. E finché succederà ci sarà sempre qualcuno di meno affidabile (anche se giudiziariamente pulito, almeno formalmente) che riuscirà a entrare nei Consigli, che siano Comunali, Regionali o anche al Parlamento, con tutte le preferenze (o anche per merito loro). Questo perché in politica non conta solo essere incensurati. Contano le leadership, contano le idee, i programmi. E’ ovvio a questo punto l’aumento sempre maggiore dell’astensione: a un cittadino, se chi la pensa come lui non è “votabile”, e se non vuole votare chi non la pensa come lui, cosa rimane?

La situazione ha raggiunto un nuovo livello di paradosso con le parole di Matteo Renzi, che ha sostanzialmente elogiato Stefano Caldoro: “Io non parlerò male dei candidati di Caldoro, che è una persona seria, che si presenta a tutti i tavoli con spirito di collaborazione” ha detto il Primo Ministro. Difficile che le sue parole siano arrivate a caso, in piena campagna elettorale: piuttosto, si tratta di un sottile atto di sfiducia nei confronti del candidato del suo partito in Campania. A questo punto, sembra pensare che è meglio perdere che vincere, se la vittoria porterebbe più danni che altro. Meglio avere la scusa per imporre, dall’alto, una rifondazione del partito (l’ennesima, in una delle regioni più caotiche per il centro-sinistra italiano) che ritrovarsi una vittoria più scomoda che utile. Con il rischio intanto che le primarie diventino una scusa continua per lavarsi la mani rispetto alle questioni locali, soprattutto se c’è in gioco una vittoria elettorale.

Perché il paradosso assoluto è questo. Nonostante le polemiche, nonostante gli appelli – interni o esterni al partito – nonostante la sfiducia generale, De Luca ed il suo Pd regionale rischiano davvero di vincerle, queste elezioni. I sondaggi parlano di un testa a testa con Caldoro, ed alcuni sono favorevoli al centro sinistra. Magari andrà tutto per il meglio. Magari entreranno solo persone “pulite” e quelle su cui versano dubbi resteranno fuori. In un simile caos, questo è il meglio in cui il Pd – nazionale, soprattutto – può sperare. Ovviamente, è un’utopia. Ma se neanche tutta la moral suasion di questi giorni funzionerà, cosa possiamo aspettarci per questo sud, queste Regioni e in definitiva tutta la nostra Italia?

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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