Il Governo e le consultazioni: quando regna la confusione tra politico e lecito

15/02/2014 di Luca Andrea Palmieri

La scelta di Renzi fra dichiarazioni politiche e Costituzione

Perplessità, contrarietà, discussioni, ben pochi a favore: è più caldo che mai il dibattito sulla scelta del Pd di chiedere un nuovo esecutivo con a capo il  suo segretario Matteo Renzi. Lo vediamo soprattutto in queste ore, in cui le consultazioni stabiliranno se questo nuovo governo sarà o meno possibile. La situazione, come ormai al solito nel nostro paese, è più confusa che mai. Sono i partiti stessi a ricordarcelo, con le loro reazioni quantomeno variegate. Pochi, a onor del vero, difendono Enrico Letta: nessuno può permettersi di supportare la sopravvivenza di un esecutivo inviso fin dalla sua genesi, che ha fatto poco ed è stato immobile sui grandi temi, schiacciato dalle spinte centrifughe di punti di vista praticamente opposti.

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Il primo ministro “in pectore” Matteo Renzi

Urne o non urne? – Nonostante ciò, la decisione di Renzi di prendere l’incarico subito, senza passare per il giudizio popolare, ha scontentato i più. Chi lo ha sostenuto lamenta il tradimento di quell’immagine del nuovo che fa politica “in modo diverso”, laddove si è tornati a una metodologia che sa molto di Prima Repubblica: quella del cambio in corsa, dovuta allo spostamento di equilibri all’interno del partito maggiore. I suoi avversari allo stesso modo lamentano proprio l’assenza di un ritorno alle urne, perché “dev’essere il popolo a scegliere il leader”, come han detto molti, e non le ormai mitologiche “manovre di palazzo”.

Così troviamo le decisioni di Lega e Movimento 5 Stelle di non partecipare alle consultazioni (“tanto tutto è già deciso”, si sente tuonare da quelle parti); il gesto di Fratelli d’Italia che ha simbolicamente consegnato la tessera elettorale al Presidente della Repubblica, “reo” di non dare al popolo la sua voce; il paradosso (quanti ne abbiamo visti finora?) di Silvio Berlusconi, che con una mano augura buona fortuna al segretario del Pd (auguri sinceri o polpetta avvelenata?) e dall’altro, con il suo fuoco d’artiglieria, ricorda che è stato l’ultimo leader di governo eletto dal popolo. Le critiche ovviamente non risparmiano nemmeno il presidente Napolitano, che viene paragonato, per fare un esempio, da Grillo a un “sovrano medievale”, che elegge chi dice lui secondo la sua unica volontà: anche Marco Travaglio non va lontano da questa definizione.

Nel mezzo su internet la critica fondamentale è quasi unanime: perché mai Renzi dovrebbe andare a palazzo Chigi se non è stato eletto? Perché mai il leader del governo non deve essere scelto dal popolo? In questo senso c’è la più grande confusione e il più grande equivoco di questi giorni, dovuto a una confusione sempre crescente tra quel che dice la legge (o meglio ancora, la legge fondamentale, la Costituzione) e l’opportunità politica delle scelte: due punti che spesso e volentieri il mondo del giornalismo fa coincidere, ma che sarebbe sempre bene distinguere. Sulle nostre pagine abbiamo mostrato perplessità, se non apertamente criticato la scelta di Renzi, ma è bene ricordare che in realtà, per la nostra Costituzione, è lecito che i governi di facciano o disfino in questo modo.

La Costituzione – Gli articoli 92 e 94 ci aiutano a comprenderlo, insieme all’articolo 60, sul Parlamento (vedremo perché). L’articolo 92 ci spiega chi compone il governo (il Presidente del Consiglio e i Ministri, che insieme fanno il Consiglio dei Ministri) e ci dice che è il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i Ministri. L’articolo 94 ci dice che il Governo deve avere la fiducia delle due Camere, e che questa la accorda o la revoca mediante mozione nominata e votata per appello nominale.

Cosa implica ciò? In primis che il Presidente della Repubblica ha il diritto di nominare o meno il Presidente del Consiglio e il suo Governo: è sua prerogativa costituzionale. Allo stesso tempo però, perché il governo possa sopravvivere, è essenziale la fiducia delle Camere. Questo è il punto più importante, perché non dobbiamo mai dimenticare che la nostra è, prima di tutto, una Democrazia Parlamentare. Chi viene votato dai cittadini è il Parlamento, che vota a sua volta la fiducia al Governo. Non c’è scritto da nessuna parte che la caduta del Governo comporti elezioni, tant’è che qualcuno, durante l’impasse della scorsa primavera, proponeva persino di andare avanti col governo Monti. Chi ha qualche anno in più ricorderà che durante la “Prima Repubblica” questi cambi di governo improvvisi erano all’ordine del giorno.

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L’ex premier Enrico Letta

La sovranità del Parlamento – Da qui il riferimento all’articolo 60, che ricorda come la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica siano eletti per cinque anni. La situazione è dunque questa: politicamente, è spesso successo che l’assenza di una maggioranza parlamentare richiedesse di tornare alle elezioni: davanti all’impossibilità di costituire un esecutivo è normale che si ricorra al voto per ricostruire gli equilibri istituzionali. D’altro canto, leggendo la Costituzione, la norma è che la legislatura duri cinque anni, e che solo dopo questi si voti: dunque, finché è possibile trovare in Parlamento una maggioranza che appoggi il governo, risulta “normale” che questa vada avanti. Questo per almeno due motivi, spesso dimenticati: alla fine tutte le leggi, oltre alla stessa fiducia, sono sottoposte al voto del Parlamento (che possono pure emendarle, salvo fiducia sui d. l., a volte abusata). E’ uno dei punti fondamentali della sua sovranità. Il secondo è che la politica è programmazione: essendo il Parlamento sovrano, i cinque anni che vengono proposti per una legislatura servono proprio a far si che esprima un andamento legislativo. Il problema, al limite, è ancora una volta politico:  il fatto che i partiti non riescano quasi mai a trovare la coesione necessaria per portare avanti alcun progetto.

Sfumature importanti – E’ dunque indiscutibile la possibilità di criticare la scelta di Renzi di “far dimettere” Letta, con tutte le perplessità sul lato umano e nonostante gli evidenti limiti del suo governo. Così come è lecito chiedersi se, tra la necessità di dare prove forti di capacità di scelta e il tradimento di una richiesta di mandato popolare, possa prevalere la prima, quando non si è stati nemmeno parlamentari. Tuttavia la liceità della possibilità per Renzi di diventare nuovo capo del governo è indiscussa, indipendentemente da cosa dicano gli altri partiti, che semplicemente “vanno contro”, vuoi per la questione politica, vuoi per una spinta prettamente populista.

Che poi, nella situazione attuale, anche la soluzione del voto può lasciar perplessi. La legge elettorale attuale è puramente proporzionale, e oggi non lascerebbe che due possibili soluzioni: le ennesime larghe intese o il ritorno immediato al voto. Ergo, votare significherebbe, più che mai, cambiar tutto perché niente cambi. A meno che non si vogliano ripetere le elezioni fino a quando una delle parti non arrivi al 50+1%: a quel punto potremmo davvero arrivare al 2018, ma c’è da chiedersi se ne sarà rimasto qualcosa della nostra povera Italia.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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