Il gioco del reale tra schermo e sipario

05/08/2015 di Jacopo Mercuro

Il cinema continua a perdere la sua poesia, inghiottito dai troppi effetti speciali e dall’enorme giro d’affari, che spersonalizzata il lavoro degli autori, mentre il teatro conserva la sua natura primordiale, finendo però in una cerchia elitaria, che continua a divenire sempre più stretta.

Cinema Teatro

Fin dai primi giorni di vita, il cinema, ha avuto un rapporto stretto con il teatro; quest’ultimo ha preso per mano una piccola creatura, che stava pian piano aprendo gli occhi, accompagnandolo nella sua crescita, e lasciandogli un’impronta genitoriale, che il grande schermo continua a conservare. Il cinema deve molto al teatro, basti pensare ai teatri di posa, in cui venivano girate le prime immagini in movimento, per capire il legame tra i due linguaggi.

Il cinema primitivo, trovava linfa vitale dalla struttura teatrale, come testimoniano il Black Maria di Thomas Edison e i teatri di posa di Georges Méliès, in cui la preparazione del girato aveva le stesse modalità e caratteristiche del teatro. Prima della creazione di sale cinematografiche specializzate, le brevi pellicole, facevano la loro incursione negli spettacoli teatrali, come accadde per Il diario di Glumov, che Ėjzenštejn proiettò nella messa in scena di Anche il più saggio si sbaglia.

Ciò che maggiormente differenzia il teatro dal cinema è il “qui ed ora”, di cui gode lo spettacolo dal vivo, mentre il grande schermo rimane confinato nella sua virtualità. Nonostante la differenza sostanziale, grazie al cinema moderno, il divario tra i due dispositivi si è pian piano andato a colmare. Con la fine del decoupage classico, il cinema è riuscito, attraverso tecniche come il piano sequenza e la presa diretta, a far coincidere il reale spazio/tempo.

La teatralità del cinema ha portato sul grande schermo l’ “huc et nunc” di cui non poteva godere prima del cinema moderno. Registi come Jean Renoir, Bernando Bertolucci e Jacques Rivette, sono stati in grado di dar vita a film, che riflettono sulla messa in scena teatrale. La grandezza degli autori appena citati, sta nell’essere riusciti a trasformare il set cinematografico in un palcoscenico teatrale, anche quando l’azione dei protagonisti avviene en plein air. La cinepresa diviene un vero e proprio personaggio tra i personaggi, che riprende l’evento.

L’attore rimane l’elemento imprescindibile dei due linguaggi. Già prima dell’avvento del cinema moderno, agli inizi degli anni Cinquanta, ad Hollywood, approdarono artisti provenienti dai teatri progressisti di New York. Elia Kazan, insieme a Cheryl Crawford e Robert Lewis, fondò l’Actor Studio, che abbracciava il metodo Stanislavkij, e dopo anni di successi a Broadway, portò a Los Angeles il rivoluzionario metodo di recitazione.

Nei nostri giorni, le posizioni stanno cambiando radicalmente. Il cinema continua a perdere la sua poesia, inghiottito dai troppi effetti speciali e dall’enorme giro d’affari, che spersonalizzata il lavoro degli autori, mentre il teatro conserva la sua natura primordiale, finendo però in una cerchia elitaria, che continua a divenire sempre più stretta. Nell’era moderna, al contrario di ciò che accadde nei primi anni del Novecento, ora è il teatro a cercare nuova energia e fonte d’ispirazione, dall’informatizzazione del cinema.

“Posso io amare come una vera donna? Ho bisogno di capire. Io sono assolutamente sincera sia nella vita che sulla scena. Allora perché ho solo successo come attrice e come donna distruggo tutto quello che amo? Ma chi può dirmi dove finisce il teatro, e dove la vita comincia” (Anna Magnani – La carrozza d’oro di Jean Renoir)

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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