Il Giappone si scusa, ma alle comfort women non basta

30/12/2015 di Laura Caschera

Il Giappone, dopo 70 anni, riconosce le sue colpe nei confronti delle comfort women, ma le polemiche, in ogni caso, non tardano ad arrivare

Comfort Women

Il Giappone, dopo 70 anni, riconosce le sue colpe nei confronti delle comfort women, giovani donne coreane vittime dello sfruttamento sessuale da parte dei soldati dell’esercito nipponico durante la seconda guerra mondiale. Per anni il governo di Tokyo si era rifiutato di ammettere gli abusi compiuti dagli occupanti nei confronti di circa 200 mila donne. L’accordo concluso tra Tokyo e Seoul il 28 dicembre, chiude la difficile questione, da sempre spina nel fianco nelle relazioni diplomatiche tra i due paesi.

Il ministro degli Esteri giapponese Fumio Kishida, ha affermato che il suo governo donerà mille miliardi di yen (8,3 milioni di dollari) a un fondo che aiuterà le donne vittime delle atrocità. L’omologo coreano, Yun Byung-se, ha dichiarato che Seoul considererà la questione chiusa “in modo definitivo e irreversibile”, se Tokyo rispetterà i patti. Sull’argomento è intervenuto anche il Primo Ministro Shinzo Abe, che ha espresso le sue più sincere scuse per le atrocità compiute durante la Guerra.

Le “donne di conforto”, erano per lo più giovani ragazze, poco più che bambine, ingannate da chi offriva loro un futuro migliore, negli anni bui della Seconda Guerra Mondiale. Piccole donne, come Kim Bok-dong. Nel 1940, a soli 14 anni, venne avvicinata da una pattuglia dell’esercito giapponese, con la promessa di un lavoro in una fabbrica di cucito. Solo dopo si accorse che la sua destinazione era ben diversa. Riuscì a tornare a casa solo nel 1945, a guerra ormai finita.

L’esercito imperiale giapponese, tra il 1932 e il 1945, fece confluire nelle sue “comfort station”, veri e propri bordelli, tra le 80mila e le 200mila ragazze. Il loro compito era semplice: rendere più sopportabile la difficile esistenza dei soldati, già stremati dalle difficoltà del conflitto bellico. Donne provenienti non solo dalla vicina e soggiogata Corea del Sud, ma anche da Cina, Filippine e Vietnam. Spesso ingannate da chi offriva loro un lavoro dignitoso, altre volte persino rapite per strada. Vittime di una vera e propria deportazione, venivano lasciate in balìa dei più bassi istinti di centinaia, migliaia di soldati reduci dai campi di battaglia.

Ad alcune ragazze tutta questa violenza ha portato, oltre a insanabili traumi psicologici, anche inevitabili shock fisici. Molte di loro, infatti, sono diventate sterili. Una di queste è Kim Bok-dong, che ha deciso di raccontare la sua storia alla CNN. “Il sabato cominciavano a mettersi in fila a mezzogiorno. E si andava avanti fino alle 8 di sera. C’era sempre una lunga fila di soldati. […] Non ci sono parole per descrivere il mio dolore. Ancora oggi. Non riesco a vivere senza prendere medicine. La mia sofferenza è continua”.

L’accordo raggiunto non soddisfa però tutte le parti. Così il Korean Council for the Women Drafted for Military Sexual Slavery:Nonostante il governo giapponese abbia dichiarato di ‘sentire le sue responsabilità’, non si ammette comunque che il governo coloniale e i suoi militari hanno commesso un crimine sistematico. […] Il governo non è solo stato implicato in queste attività, ha avuto la colpa di aver preso parte attiva nella loro realizzazione”. La questione, dunque, non appare essere per molti degli interessati così vicina alla soluzione, ed anche in Giappone c’è chi accusa: Koichi Nakano, professore di scienze politiche all’Università Sophia di Tokyo, ritiene che, da quando Shinzo Abe è Primo Ministro, il governo sia riuscito a intervenire sui testi scolastici, rimuovendo numerosi riferimenti alle “comfort women”. Un comportamento quantomeno ambiguo.

Triste destino, questo delle “donne di conforto”, che accomuna le donne che vivono ogni guerra, e che riporta alla mente le violenze delle “marocchinate”, durante il secondo conflitto mondiale. Inevitabile, poi, pensare alle donne costrette a vivere sotto il dominio dell’Isis, a quelle “schiave del sesso”, i cui rapporti vengono addirittura regolati da una “fatwa”.

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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