Il futuro di Taranto tra il mare e l’acciaio

29/01/2013 di Alberto Monteverdi

tarantoTaranto, primi anni ’60, in un paesaggio costellato da uliveti, il Governo italiano decide per la costruzione di un centro siderurgico di proprietà pubblica. L’Italsider. Poco dopo, secondo l’ideologia del “gigantismo di Stato” tipico dell’epoca, lo stabilimento viene raddoppiato, superando per estensione la città stessa. La possibilità di lavoro attira migliaia di persone dalle campagne, la popolazione del capoluogo tarantino aumenta costantemente. In pochi anni il reddito pro capite della città moltiplica, risultando presto il più elevato di tutto il Mezzogiorno. Il miracolo economico al Sud è in buona parte a Taranto. Nel resto d’Italia, nel frattempo gli impianti siderurgici passano da ciclo integrale (acciaio ricavato dal minerale ferroso, come all’Ilva), a elettrici (acciaio estratto dal rottame, di minore qualità) molto meno inquinanti. Lasciando così le “polveri” a Taranto. Tuttavia, quel gigantesco impianto siderurgico  con il passare degli anni diventa centro di sprechi per migliaia di miliardi di lire. Negli anni ’90, con la crisi del debito pubblico, si decide per la sua privatizzazione.

Solo un imprenditore crede nella possibilità di continuare a fare acciaio a Taranto. Emilio Riva. Milanese, nel settore dagli anni ’50, specializzato nell’acquisizione di siderurgie in difficoltà.  “Compro quando  va male” è il suo motto. Un tipo duro, pragmatico, ma che l’acciaio lo conosce bene. A metà anni Novanta,  davanti ad una Assemblea di Confindustria incantata dai discorsi di Calisto Tanzi sulle possibilità concesse dalla finanziarizzazione dell’economia, Riva si alza e rivolgendosi all’allora proprietario della Parmalat dice: “Non sono d’accordo! Vede, signor Tanzi, se io la prendo per i piedi e la scrollo, dalle sue tasche esce tanta, tanta carta. Se invece prende me per i piedi, dalle mie tasche escono tanti, tanti soldi. Ecco qual è la differenza tra noi due”.

Mentre Tanzi è travolto da castelli di carta, Riva investe diversi miliardi nello stabilimento tarantino. Porta disciplina nell’azienda, gli operai lo seguono, e l’Ilva comincia a macinare utili. E’ la consacrazione dell’anima industriale della città. Quell’impianto oggi è la più grande siderurgia d’Europa. Lì si realizza il 40% di tutta produzione d’acciaio italiana e questo rende Taranto questione di grande interesse per l’economia nazionale. Tuttavia, quel gigantesco stabilimento ha sempre chiesto ai tarantini enormi sacrifici, in termini di inquinamento e di alternative mancate. La città oggi è ad un bivio. Ma la scelta non è tra salute e lavoro. Tra salute e lavoro non c’è scelta. Davanti ai numeri delle vite stroncate, i numeri dell’economia non contano nulla. Indipendentemente da ciò che deciderà la magistratura (questione che non si intende affrontare qui), la salute in futuro dovrà essere garantita comunque, con o senza Ilva. La scelta semmai è sul modello di sviluppo che si intende adottare per la città. Il bivio è tra l’acciaio e il mare.

La via dell’acciaio. E’ la strada che intende percorrere chi sostiene la permanenza di un’Ilva con standard di emissione tedeschi (70% inferiori a quelli di oggi), parchi minerali coperti, terreni, spiagge, Mar Piccolo bonificati, e il quartiere Tamburi (oggi coperto dalle polveri) messo in sicurezza o addirittura evacuato. E’ il modello “acciaio pulito” adottato da diverse città europee. Coloro che sostengono questa tesi possono avanzare due considerazioni a loro favore. In primo luogo, il peso dell’Ilva nell’economia locale: la siderurgia vale il 75% del Pil della provincia, il 65% del traffico portuale della città, e soprattutto diversi milioni di euro al mese di stipendi a 12 mila dipendenti (20 mila con l’indotto). In secondo luogo, i casi italiani di dismissioni industriali realizzati in passato, i quali non consentono ottimismo. Bagnoli è un esempio di come alla chiusura di un grande impianto industriale non corrisponda il ritorno alla situazione originaria, “gli ulivi sul mare”, ma il degrado. Chiudere l’Ilva comporterebbe, secondo questa visione, il rischio che resti lì silenzioso il gigante dell’acciaio, mentre la città ai lati si svuota. La possibilità concreta della resa della città, non di una sua rinascita.

Tuttavia, vi sono anche incognite nella scelta di mantenere la produzione di acciaio  a Taranto, pur con standard europei. La permanenza della siderurgia renderebbe difficile qualsiasi attività di sviluppo alternative. Inoltre, l’Ilva ha si garantito nel tempo occupazione nell’area, ma le posizioni di reddito degli anni Settanta sono lontane: oggi la provincia di Taranto ha uno dei redditi pro capite minori d’Italia. Insomma l’acciaio garantisce stipendi sicuri, ma non la crescita. Infine, il rischio di mercato. L’impressione è che il mondo abbia meno fame d’acciaio rispetto agli scorsi anni. Questo significherebbe un calo della domanda, e di conseguenza di ordini e profitti per l’ex Italsider. Nessuno è in grado oggi di prevedere l’evoluzione del mercato siderurgico nei prossimi dieci anni, il Gruppo Riva potrebbe non garantire i livelli di occupazione attuali, con il rischio di trovarsi tra un decennio ancora a doversi interrogare sul futuro della città.

La via del mare. Quella di chi vuole una chiusura dell’Ilva, e un modello di sviluppo alternativo per la città. Contro questa visione valgono naturalmente le considerazioni a favore dell’acciaio fatte in precedenza:  il rischio che si generi il degrado. Tuttavia, coloro che sono favorevoli alla chiusura dello stabilimento siderurgico possono fondare le proprie ragioni su casi di riqualificazione industriale di successo a livello internazionale. Oggi a Duisburg un parco naturale sorge dove in passato vi era il porto siderurgico. A Dortmund le acciaierie dismesse nel 1992 sono state sostituite da musei e teatri. A Bilbao le officine metallurgiche e la cantieristica navale hanno lasciato il posto al museo Guggenheim che attrae centinaia di migliaia di visitatori l’anno. Seicentomila visitatori si recano ogni anno al centro museale di Metz, ex capitale della Lorena mineraria. Infine a Pittsburgh (Usa)  le grandi industrie siderurgiche, a partire dagli anni Ottanta, sono state riconvertite in centri di medicina (100 mila occupati),  produzione per la robotica, ingegneria nucleare e servizi finanziari.  Quella che era chiamata la “città d’acciaio” ora è ritenuta la città più vivibile d’America.

Questi esempi di successo dimostrano che una città può cambiare pelle: potrebbe valere anche per Taranto. Probabilmente per posizione geografica, clima, spiagge, enogastronomia, storia, ospitalità la città giocherebbe le proprie carte, soprattutto, nel turismo. Oggi a penalizzare Taranto, con un afflusso di turisti inferiore a quello delle altre province pugliesi, oltre all’impianto siderurgico, sono le strutture, i servizi e la logistica. Con il capoluogo tarantino che resta l’unico in Puglia a non poter contare in compagnie aeree nello scalo cittadino. Le compagnie aeree low cost sono i veri promotori turistici di una città. Si renderebbe necessario un mix di investimenti pubblici e privati, agevolazioni fiscali, garanzie sui crediti, per fare di Taranto una potenza turistica. Difficile stimare quanto potrà valere a regime l’occupazione nel settore turistico, o quali altre iniziative imprenditoriali potrebbero sorgere, ma di certo alternative all’acciaio ci sarebbero. L’estate scorsa, nonostante il “caso Ilva” costantemente ripreso da tutti i media nazionali, il turismo tarantino ha conosciuto l’incremento tendenziale maggiore tra tutte le province pugliesi: dimostrazione che le potenzialità esistono.

Che si scelga la via del mare o quella dell’acciaio, servirà un intervento pubblico forte, necessario a far da leva ai fondi privati. Fino ad oggi sono stati stanziati per la città un centinaio di milioni per le bonifiche. Troppo poco. Con la finanza pubblica sotto stress, senza possibilità di spese in deficit o aumento della pressione fiscale, può sembrare impossibile trovare le risorse necessarie. Serve un po’ di inventiva. Un esempio. Concedere la licenza bancaria a Poste italiane S.p.a., trasformando così BancoPosta in un vero istituto bancario (su modello francese), garantirebbe un incremento dei profitti del gruppo tale da mantenere gli standard del servizio universale attuali senza il contributo pubblico annuo di 350 milioni di euro previsto fino al 2026. In totale, da qui al 2026, quasi 5 miliardi di euro. Risorse che se inglobate in un “Fondo per Taranto”, e accompagnate da investimenti privati garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti e da finanziamenti per la riconversione industriale della Bei, sarebbero in grado di ridisegnare la Città. Saldi invariati per la finanza pubblica e nessun nuovo aggravio fiscale per gli italiani: è soltanto un’idea, ma varrebbe la pena di tentare.

La decisione su quale via prendere spetterà ai tarantini, ma qualunque sarà la scelta, servirà un progetto che indichi la strada da seguire. Le idee e la volontà nel perseguirle determineranno il futuro della città. Anche a Taranto un lieto fine è possibile.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano a fine anni ’80, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche politico-economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Dopo il diploma in Ragioneria si laurea con Lode in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma. Quindi la Laurea Magistrale con Lode e Speciale Menzione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma con una Tesi relativa alla crisi europea dei debiti sovrani e all’assetto di governance economica dell’Eurozona, poi pubblicata. Nominato Cultore della Materia presso la medesima Università, oggi frequenta corsi Post Laurea nel campo del diritto e dell’economia europea.
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