Il futuro di Forza Italia, tra vuoto moderato e svolta leghista

15/09/2015 di Edoardo O. Canavese

Oltre ai sondaggi (non rosei) e ai risultati delle regionali (storia a parte), c'è una crisi identitaria che colpisce il centrodestra. FI ancorata al passato e ad una scomoda leadership, mentre Ncd si appende alla mammella del governo. Tutte le ragioni per cui Berlusconi scarica i moderati e indossa la camicia verde.

Dopo le sorprendenti regionali, Forza Italia torna a perdere terreno. Gli ultimi, pessimistici sondaggi attestano il partito di Berlusconi all’11%, in un calo netto che alimenta la locomotiva Salvini, l’unico a tirare il centrodestra abbastanza da insidiare Renzi e i suoi alleati. Lo stato di salute di FI allarma, ma non può stupire. Chi credeva che la vittoria in Liguria e a Venezia fosse sintomo di una rinvigorita energia dell’elettorato liberale e moderato deve oggi ammettere che quei successi furono soprattutto figli dei più classici errori della sinistra. E che, dietro a quell’ostentata reazione delle destre allo strapotere renziano, non vi fosse alcun nuovo progetto politico. Si potrebbe quasi concludere che le regionali, pur positive, hanno indebolito Forza Italia, schiacciandola su vecchie illusioni, come l’eterno ritorno del leader salvifico, o le irreversibili crisi dei governi di centrosinistra. E impedendone una rifondazione.

Non più di tre anni fa, prima delle politiche 2013, cominciava nell’allora Popolo delle Libertà ad aleggiare lo spettro delle primarie. Formula mai gradita all’ex Cav, è presto diventata, con l’appannamento dell’astro berlusconiano, l’arma dei frondisti con cui minacciare una leadership divenuta scomoda, se non frenante. Dapprima la Meloni e Tosi come esterni, poi Fitto dall’interno ne hanno stimolato il dibattito, senza che nulla però accadesse. Oggi comandano i luogotenenti che Berlusconi indica a seconda della stagione politica: Paolo Romani quando c’era il Patto del Nazareno, Renato Brunetta oggi che le riforme in quel Patto sono disconosciute. Ma chi ha tentato di smuovere le gerarchie forziste si è arreso all’esilio. Così Fitto, il già promesso delfino berlusconiano dopo lo strappo con Fini, ha fondato il suo “Conservatori e Riformisti”. Qualsiasi cosa significhi. E sta anche in questo, nell’abuso sistematico di etichette, la crisi identitaria del centrodestra.

Il dato di partenza è che Forza Italia resta il principale partito del sistema di centrodestra. Oggi tuttavia pare svuotato di significato. A parte l’altalenante rapporto con le riforme di Renzi, a Berlusconi non resta che la battaglia populista sulle tasse, una politica reazionaria in tema di etica e diritti civili e il ricordo di un passato mitizzato, quello di governo, resta poco. Non un serio programma di rilancio politico ed economico. Stesso dicasi per le altre formazioni di centrodestra. Ncd si appiattisce, non senza malpancismi, sugli ordini della presidenza del Consiglio, condannandosi fin dal suo sostegno a Letta all’irrilevanza. Il partito di Fitto appare ad oggi un piccolo cantiere locale, nato più per ostacolare FI in Puglia che per offrire un’alternativa nazionale. Discorso simile si può fare per “Fare!” di Flavio Tosi, ostacolo politico messo sulla strada della Lega alle regionali venete e superato con slancio da Zaia. L’unico, quest’ultimo, a poter rappresentare una exit strategy per una nuova destra.

La casa dei moderati, degna di sedere nella grande casa dei Popolari Europei, è stato un lungo sogno che Berlusconi si è voluto raccontare alla ricerca di quelle invincibili percentuali democristiane mai raggiunte nelle urne. La verità è che al centro del sistema si è accomodato il Pd, che attira dalla sua perfino Casini, e rispetto al quale, per confrontarsi, non si può che occupare la poltrona di destra. Una destra costruita sull’asse Berlusconi-Salvini, inevitabile per non sparire e per sperare di vincere, ma con due leader alla pari costretti a sceglierne un terzo, che sia summa delle esperienze di governo e di amministrazione locale, e che conti anche su di un gradimento radicato: Luca Zaia, per l’appunto. Al secondo mandato in Veneto, ha asfaltato l’avversaria Moretti, renziana. Conosce la vita di governo, essendo stato ministro dell’Agricoltura. Ha un suo elettorato, considerato il successo riscosso anche a sinistra. E piace a Berlusconi.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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