Il Festival delle banalità su Napoli e dintorni

24/02/2014 di Aurelio Pagani

Napoli, Sanremo e Rocco Hunt

Al festival delle banalità, altrimenti detto Festival di Sanremo, si sa che anche le categorie  “giovani” e  “nuove proposte” devono adeguarsi ai clichè e alla linea sanremese. Quella dell’inconsistenza, del politicamente corretto, delle forzature buoniste e della dubbia levatura musicale e culturale. Allo standard pre-impostato non è riuscito a sfuggire (volente o nolente non è questo il punto) nemmeno il giovane rapper salernitano Rocco Pagliarulo, in arte Rocco Hunt. La canzone del diciannovenne campano è stata premiata come la migliore per la categoria “nuove proposte”.

Rocco HuntIl testo della stessa, nonostante il genere alternativo (quantomeno insolito per il palco dell’Ariston) rappresenta il non plus-ultra dei luoghi comuni sul Sud e sulla Campania. Rima dopo rima, chi si aspettava (ingenuo o disincantato) di assistere a una performance seriamente di denuncia, originale, pregna di radici e storia e intrisa di cultura, non ha potuto fare altro che abbozzare (indignarsi sarebbe eccessivo) mentre ascoltava “a terra mia nunn’è  ‘a terra re fuochi, è ‘a terra ro sole” oppure “l’addore ro caffè”: e mozzarelle, pulcinella e mandolini vari non ce li mettiamo?

Grazie giovanotto, verrebbe da dire, questo lo sapevamo già, quindi? Questo è il messaggio che vuoi lanciare ai giovani meridionali? Napoli, il Sud e la Campania sono solo questo? Sarebbe assurdo e fuori tempo massimo sperare che ci sia qualcuno che scriva una canzone essendo consapevole che il più grande Imperatore di tutti i tempi, Federico II di Svevia, scelse “a terra ro’ Sole” come suo Impero; che ci sia qualche napoletano che rifiuti di andare a Sanremo perché il Principe De Curtis scelse di non presenziarvi giudicando il festival una vetrina politica per gente di un certo establishment; che qualcuno sappia che Benigni scrisse una poesia dedicata a Troisi nella quale il toscano comprende la napoletanità da chi non gli ha “mai suonato il mandolino, non gli ha fatto mai una pizza e non gli ha parlato mai del sole e del mare” e che sappia di Vanvitelli, Genovesi, Giordano Bruno, Campanella, Vico e Diaz, e l’elenco, passando dal teatro, alla musica e alla poesia potrebbe essere quasi noioso da leggere per la lunghezza.

L’atteggiamento che si evince dai versi del rapper sembra quasi quello di chi vuole negare a se stesso una realtà, tragica e aspra, rifugiandosi nei quadri paradisiaci che le vedute di Napoli e delle coste del meridione elargiscono e che fanno sognare i turisti stranieri; sembra rintanarsi nelle eccellenze che madre natura ha preservato fino ad oggi da quando la Campania Felix era il luogo di villeggiatura di principi, tribuni e senatori di Roma; e che le nostre maestranze si riducano alla fortuna di avere il caffè più buono del mondo. Ma non si vive di soli paesaggi né di ottimo caffè. E soprattutto, così “rappando”, si relegano centinaia di anni di cultura e di storia nell’oblio.

Lasciando da parte improduttivi nostalgismi, lungi da chi scrive essere interpretato in quest’ottica, il punto è che così non si dice la verità e non si assume né coscienza critica né consapevolezza di ciò che siamo oggi. La nostra terra è anche la terra dei fuochi, dei soprusi, delle assurdità e di tant’altro e molto spesso, la colpa di tutto ciò  è da cercare in noi stessi, nell’incapacità dei meridionali di darsi una classe dirigente matura, coraggiosa e dalla schiena dritta. Chi è onesto intellettualmente sa benissimo che i napoletani (e i meridionali in genere) non sono dei perdigiorno, tutt’altro. Purtroppo, però, si preferisce avere un atteggiamento sornione e pigro perché è sempre più comodo “scaricare il barile” su presunti terzi ed altri.  Assumiamoci la responsabilità e facciamo i nostri mea culpa perché è dai tempi di Masaniello che siamo un popolo di schiavi che non difficilmente si lascia corrompere dal “potente” di turno, chiunque esso sia. E ci comportiamo così perché abbiamo perso la memoria di chi eravamo e di chi dovremmo essere.

La controprova di ciò risiede nell’atteggiamento che la classe media napoletana ha assunto – lo sa il padreterno chissà da quando – nei confronti dei malesseri del nostro territorio. Menefreghismo, pressapochismo ma soprattutto individualismo, assenza di una visione solidarista e comunitaria di una città che è in mano a tutti e nessuno. A ciò aggiungiamo che i “sedicenti” intellettuali partenopei (tipo quelli che vivono nelle ville lontano dalla loro “amata Napoli”) non fanno altro che “indignarsi” quando compaiono striscioni di insulti negli stadi o beceri cori che dovrebbero rimanere nell’ottica della goliardia di uno sport popolare. Gli insulti da stadio, seppur di pessimo gusto, sono chiacchiere che di sicuro non fanno male quanto l’aumento dei tumori nelle zone provinciali di Napoli.

Invece di storcere il naso all’insù e di autoproclamarsi vittime con insana meschineria, lorsignori avrebbero dovuto mettere la faccia ed il cuore in prima linea invece che preferire un complice silenzio. Chi l’ha fatto, impegnarsi con i fatti piuttosto che con chiacchiere da “salotti posillipini”, fa parte di una nobile (d’animo s’intende) minoranza che non ha tradito stile e mentalità delle origini elleniche e mediterranee del meridione d’Italia. E probabilmente potrebbero essere gli stessi che alla “maggioranza” sopita, per farla rinsavire, dovrebbero recitare i versi di Eduardo nella celebre opera teatrale “il sindaco del Rione Sanità”:  “L’unica cosa di questo mondo che quando parla dice la verità è ‘o specchio”. Che ci si guardi allo specchio, dunque, e che non si avalli più chi riesce a “far carriera” sui disagi del meridione.

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Aurelio Pagani

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