Il dubbio di Obama sulle armi chimiche in Siria

27/04/2013 di Elena Cesca

L’intelligence statunitense annuncia il suo sospetto: il regime di Bashar al-Assad in Siria ha fatto ricorso alle armi chimiche su bassa scala per fermare i ribelli. Il Presidente Obama è ora in preda ad un dilemma e chiede maggiori certezze. Qualora il sospetto sia fondato, il governo siriano avrebbe oltrepassato la cosiddetta “linea rossa” prefissata dagli USA. Dieci anni fa George W. Bush si serviva dei sospetti della intelligence per giustificare la lotta alla detenzione illegale delle armi di distruzione di massa e chimico-biologiche in Iraq. Memore dell’esperienza del suo predecessore, Obama è ora restio ad attuare la “linea dura” contro il regime siriano.

foto: euronews.com
foto: euronews.com

Armi chimiche. L’analisi sarebbe stata condotta su “campioni” non ancora ben classificati. Al momento non è chiaro chi abbia fornito le informazioni al sistema americano. Secondo gli esperti, gli agenti nervini sarebbero rintracciabili nel sangue, nelle urine, nei capelli, sui tessuti e sul suolo. Tuttavia, le sostanze sono facilmente dissipabili e vulnerabili alle condizioni climatiche e di vento. In particolare il governo siriano è sospettato di aver fatto ricorso al “sarin” (GB), uno degli agenti chimici più pericolosi al mondo. 500 volte più tossico del cianuro, se inalato (le maschere antigas risultano inefficaci), o assorbito attraverso la pelle, è capace di distruggere il sistema nervoso, i muscoli e danneggiare irreversibilmente gli organi vitali dopo averli eccessivamente stimolati. Una sola goccia uccide una persona media in pochi minuti. Inodore e incolore, il GB sarebbe già stato utilizzato in Iraq durante la guerra del golfo, e nel 1995 per l’attacco terroristico alla metropolitana di Tokyo.

USA in Siria. Gli Stati Uniti sono intervenuti sin ora pacificamente nel conflitto a sostegno dei ribelli che cercano di rovesciare Assad. La possibilità che le armi (se realmente ci sono) cadano nelle mani di Al-Qaeda, però, solleva le preoccupazioni di Washington ed Israele. Obama per ora sembra scettico sulle comunicazioni CIA e contrario ad una rapida azione contro Damasco. Il presidente, conscio dei costi militari ed umani che un intervento implicherebbe, richiamerebbe molto più urgentemente un esame globale da parte dell’ONU.

Linee discordanti. Diverse le posizioni dei più stretti alleati americani. Da una parte la Gran Bretagna di David Cameron non se la sente di “mettere gli stivali sul terreno siriano” e chiede un maggior dialogo con i Paesi del Golfo. Dall’altra, anche l’intelligence israeliana presenta rapporti sulla presenza delle armi chimiche. In America, John McCain, senatore repubblicano dello stato dell’Arizona e sostenitore del coinvolgimento Usa in Siria, pressa per una risposta rapida alle comunicazioni dell’intelligence.“La realtà è che come paese non possiamo dichiarare delle linee rosse e poi non fare nulla quando si sono incrociate”, ha sostenuto Ariel Ratner, ex consigliere per il Medio Oriente del Dipartimento di Stato. Dall’altra parte i democratici credono che dichiarare guerra alla Siria indurrebbe Assad ad una difesa spietata. La Siria schiererebbe la sua artiglieria, rilasciando anche le stesse armi chimiche, qualora le avesse realmente. Gli stessi jihadisti si sentirebbero autorizzati ad intraprendere un’operazione di saccheggio delle armi, pur di sottrarre il bottino agli USA.

Siria, armi chimiche
Foto: washingtonpost.com

La situazione. Dopo due anni di “trading sul destino della Siria e del sangue dei suoi cittadini”, l’ultimo rapporto dell’Agenzia ONU per i rifugiati, conta 1.349.356 profughi siriani in tutto il Medio Oriente e Nord Africa, 6,8 milioni di persone in stato di bisogno e 4,25 milioni di sfollati interni. Il conflitto e la proliferazione di gruppi armati fanno della Siria un ambiente altamente imprevedibile e insicuro, mettendo a rischio le operazioni di aiuto delle Nazioni Unite. Nel comunicato del Sotto-segretario generale per gli affari umanitari e di emergenza umanitaria, Valerie Amos, del 18 Aprile, si legge che la situazione è quella della “catastrofe umanitaria” e si invita il Consiglio di Sicurezza a prendere azioni politiche.

Accordi Internazionali. L’ONU (Risoluzione 2043/2012) ha già condannato le “sistematiche” gravi violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali soprattutto nei confronti dei bambini, coinvolti nel conflitto armato e vittime di abusi sessuali. Se,poi, le accuse dell’Intelligence americana e israeliana fossero fondate, la situazione sarebbe difficile anche dal punto legale. La Siria, infatti, dagli anni ’90 declina- con la Corea del Nord- l’accesso alla Convenzione sulle armi chimiche (CWC, 1993) fino a quando tutti gli Stati del Medio Oriente non siano parte degli accordi e tutte le armi di distruzione di massa siano distrutte. Il Paese è anche firmatario (non ratificante) della Convenzione sul divieto di armi biologiche (BWC, 1972). E, lo ricordiamo, i trattati non sono vincolanti se non sono ratificati. Sulla questione, il rappresentante permanente delle Nazioni Unite in Siria, Bashar Jaafari, ha chiesto di organizzare una missione investigative indipendente e specializzata. Il mandato sarebbe condotto in collaborazione con l’Organizzazione per il divieto di armi chimiche (OPCW) e l’Organizzazione mondiale per la sanità (WHO). Naturalmente, il regime di Bashar al-Assad ha rifiutato l’intromissione e l’ONU ha incassato l’ennesimo diniego.

Il punto. Probabilmente la chiave di volta sarebbe intraprendere un’azione diplomatica nei confronti della Russia, che con l’Iran appoggia la Siria fornendo armi. Il dialogo con Mosca sarebbe necessario al fine di accompagnare i fatti alle parole. La Russia è uno dei grandi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e un suo convincimento potrebbe portare ad uno sbloccamento della trattativa a favore delle Nazioni Unite. Tuttavia, proprio lo scorso 13 Aprile Mosca ha dichiarato che non sosterrà la nuova risoluzione ONU, ponendo il suo veto. Il testo della nuova risoluzione, difatti, conterrebbe richiami al capitolo 7 dello statuto delle Nazioni Unite e autorizzerebbe non solo sanzioni diplomatiche ed economiche, ma anche un intervento militare contro Damasco.

La precedente missione in Iraq è emblematica per comprendere come i sospetti sollevati dalla intelligence non debbano esser presi per verità assoluta. Ogni dato va vagliato con attenzione, altrimenti si rischia di prendere decisioni politiche affrettate, impopolari e disastrose. In Iraq le armi non sono state trovate e si è capito che è molto più facile entrare in guerra che uscirne. Ora, il caso Siriano non è solo crisi umanitaria. Il conflitto rischia di riversarsi in tutta la regione, degenerando in un disastro umanitario, politico e di sicurezza “totale” che sopraffarebbe la capacità di risposta internazionale.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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