Il dovere europeo, tra ISIS, Libia e Tunisia

19/03/2015 di Andrea Viscardi

L'attentato che ha colpito il Museo del Bardo, provocando i primi morti italiani dell’ISIS, è denso anche di un simbolismo da allarme rosso, davanti al quale una sola cosa è certa: l’Europa deve accelerare e smettere di percorrere la via della prudenza

Isis, attentato Tunisia

Il terribile attentato che ha messo in ginocchio la Tunisia, colpendo nel cuore anche noi italiani, dovrebbe rappresentare il definitivo segnale di allarme per tutti i paesi europei e, naturalmente, anche per Bruxelles. Sembra evidente quanto non sia stata un’azione casuale, ma studiata in modo tale da essere pregna di un simbolismo che, oggi, fa domandare una volta di più se le scelte attendiste operate nei mesi passati debbano continuare ad essere difese o sostenute, come invece ha ribadito, il Ministro Gentiloni.

Un attentato di portata universale, perché colpisce, nello stesso modo e con la stessa durezza, il mondo islamico e quello cristiano-occidentale, e con essi un ponte di collegamento tra le due civiltà. Il Museo del Bardo, è infatti una fune che oltrepassa il Mediterraneo, connettendo il Maghreb e l’Europa, attraverso una collezione tanto vasta quanto magnifica di antichi mosaici romani. Il messaggio, allora, sembra evidente. Ogni ponte di questo tipo va fatto saltare in aria. Non può esistere nessun collegamento tra gli infedeli e l’Islam.

E in quest’ottica, forse in modo ancora più devastante, l’ISIS ieri ha colpito una nazione di importanza fondamentale per tutti coloro che lottano contro i radicalismi all’interno dell’Islam. L’unica nazione a cui, la primavera araba, la Rivoluzione dei Gelsomini, aveva effettivamente consegnato dei risultati positivi. Quantomeno a livello di democrazia. Una nuova costituzione, uno Stato sempre più separato dalla dottrina religiosa, un risultato reso possibile grazie a chi vive l’Islam in modo corretto, all’insegna della tolleranza e della non discriminazione culturale/religiosa.

Ieri, quel Paese, è stato messo in ginocchio. E con esso ogni sicurezza. Perché la transizione, nel post Ben Alì, non è stata semplice. Le Istituzioni hanno subito una rivoluzione, ma molti giovani vivono grandi, enorme difficoltà. Economiche e sociali. Non a caso si contano almeno 3000 tunisini tra i foreigner fighters in Siria e nell’ISIS e negli scorsi mesi, più volte, i cittadini erano scesi in piazza a protestare e chiedere una risposta decisa al governo contro l’aumento delle azioni terroristiche dei gruppi esistenti sul territorio nazionale. L’attentato, osservato con questo filtro, ha un potere destabilizzante incalcolabile. Una freccia lanciata, alla perfezione, al centro dell’obiettivo: la Tunisia non è un paese sicuro, la Tunisia ha tradito i principi del vero Islam, e dovrà essere punita tanto quanto l’Occidente. Non esiste Islam all’infuori di quello sostenuto dall’ISIS. Le conseguenze che potrà avere nell’area del Maghreb e, soprattutto, all’interno di un Paese che non ha ancora concluso pienamente la propria transizione, restano ad ora difficilmente quantificabili, ma facilmente immaginabili.

Un’altra volta, allora, nell’arco di poco più di un mese, il tema della posizione europea è al centro della questione. L’unico modo, al momento, per evitare che la Tunisia, baluardo di ciò che deve essere la convivenza tra Islam e Occidente, divenga il prossimo campo di battaglia per l’ISIS, è, anzitutto, dare tutto il supporto possibile per stabilizzare la situazione interna. Se necessario, e se Tunisi lo richiederà, anche con supporto logistico e di mezzi. Per debellare i nuclei radicali presenti sul territorio.

La seconda priorità è quella di cancellare una delle potenziali minacce per un aumento esponenziale dell’attività del terrorismo islamico verso il territorio tunisino e, più in generale, verso l’Europa: la Libia. Un ponte, questo sì pericoloso per i valori di convivenza, che punta le sue direttrici oltre il Mediterraneo, ma anche verso tutto il Maghreb occidentale. In tal senso, Bruxelles, l’ONU e l’Italia devono accelerare le proprie strategie, caratterizzate da un attendismo che sa di timore. A distanza di oltre un mese dallo scoppio, sui media, del caso Sirte – ma innanzi ad una situazione di cui le autorità europee sono a conoscenza da più tempo – nulla è stato ancora deciso, sebbene il triangolo Europa-Roma-ONU sia in costante lavoro.

Naturalmente è scontato che ogni azione debba essere ben ponderata. Soprattutto se guardiamo a quanto accaduto in Libia negli ultimi anni. Ma il tempo, in questi casi, non è una variabile da ignorare. Ogni giorno che passa, l’influenza ideologica dell’ISIS nell’area aumenta, di pari passo con un effetto di domino di destabilizzazione evidente. L’aver percorso la strada dell’ignavia nel corso di tutta la seconda metà del 2014, allora, non può che sottolineare una mancanza di lungimiranza ingiustificabile, nonchè dimostrare tutte le debolezze e le contraddizioni del nostro Continente, dell’ONU, e della politica estera italiana, debolezze che, data la nostra posizione strategica, oggi non possiamo permetterci.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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