Il doping transcerebrale

22/03/2016 di Pasquale Cacciatore

Mentre negli Stati Uniti vengono svolti i primi test approfonditi su atleti professionisti, il mondo della scienza ci rassicura: l'era del doping transcerebrale può ancora attendere

Doping Transcelebrale

Qualche settimana fa parlavamo delle nuove frontiere della stimolazione cerebrale, in grado, secondo alcuni studi preliminari, di modulare le funzioni del nostro cervello per incrementare prestazioni ed attività. Oggi quel “doping cerebrale” di cui tanto si è iniziato a parlare, comincia ad essere sperimentato in modo molto più serio con applicazioni pratiche: è quanto sta accadendo negli Stati Uniti con il coinvolgimento di alcuni atleti professionisti dell’Associazione USA di sci e snowboarding.

A lavoro con un’azienda operativa nell’ambito nelle neuroscienze con sede a San Francisco, il gruppo di sportivi sta cercando di capire se la stimolazione elettrica di alcune aree del cervello può aumentare le prestazioni in specialità come il lancio dal trampolino. Nel frattempo, altri studi affermano che tali stimolazioni possono aiutare gli atleti a tollerare meglio la fatica. Una nuova area di doping, insomma, che sembra esser davvero alle porte.

D’altra parte, una buona fetta del mondo scientifico sottolinea quanto sia importante non farsi trasportare dall’entusiasmo, sottolineando come i risultati positivi sponsorizzati dalle aziende che producono macchinari di stimolazione cerebrale siano spesso riconducibili a studi condotti su gruppi piccolissimi, se non statisticamente insignificanti.

Nonostante tutto, il team di atleti statunitensi ha voluto provare effettivamente se quanto affermato dall’azienda di San Francisco avesse riscontro reale, ovvero che la stimolazione della corteccia motoria possa aiutare a controllare meglio le skills atletiche. Gli apparecchi erano già stati testati (senza però registrazione di risultati in un report scientifico) su atleti olimpici nordeuropei.

Per quattro volte a settimana, nel giro di mezzo mese, sette sciatori hanno saltato su una piattaforma instabile. Quattro di essi avevano ricevuto una stimolazione diretta transcranica prima delle prove, mentre gli altri tre del gruppo di controllo una procedura placebo. Nel primo gruppo forza di salto e coordinazione sarebbero risultate aumentate del 70% e 80% rispettivamente.

Qualche giorno fa, inoltre, l’Università inglese del Kent ha rilasciato i risultati di uno studio simile, condotto stimolando la corteccia motoria di ciclisti non allenati. Il gruppo che aveva ricevuto stimolazione transcranica aveva in media pedalato due minuti in più rispetto a quello di controllo, nonostante i risultati in termini di aumento del battito cardiaco o di concentrazione d’acido lattico nei muscoli fossero molto simili (segno, dunque, che l’effetto era dovuto alla differente percezione della fatica a livello centrale). I risultati dei vari studi (ne esistono altri simili condotti anche in America del Sud) supportano l’idea che il cervello moduli l’esercizio fisico gestendo il feedback muscolare, lasciando spazio per quella riserva funzionale che normalmente l’atleta non è conscio di avere.

Come sempre, però, il monito degli scienziati del settore è rivolto a non sottovalutare eventuali rischi presenti in tecniche del genere o, comunque, a riflettere sull’attendibilità scientifica dei risultati incoraggianti dei lavori fino ad ora realizzati. La stimolazione transcranica ha infatti effetti molto diversi e poco standardizzabili; su alcune persone funziona, su altre non funziona affatto. Gli effetti, poi, spesso differiscono drasticamente da un giorno all’altro. Insomma, sembra che per il momento non sia possibile parlare in generale di tecniche del genere come strumenti realmente utilizzabili a livello clinico/terapeutico o di doping, considerando la personalizzazione dei trattamenti che essi richiedono.

La vigilanza, tuttavia, resta alta: se per alcuni tecniche del genere sono simili, ad esempio, all’assunzione di carboidrati complessi prima di una gara (e quindi prettamente lecite), per altri il pericolo nel futuro è vedere intere schiere di atleti dalle abilità psico-fisiche alterate proprio da stimolazione transcerebrale. Senza la capacità di dimostrare i trattamenti e senza risultati scientificamente rigidi sugli effetti, a quel punto come si farà a regolamentare una tecnologia del genere?

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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