Il disegno egemonico iraniano: fattore di stabilità o inasprimento del settarismo?

30/05/2015 di Michele Pentorieri

Dopo anni di isolamento internazionale, l’Iran si sta definitivamente accreditando come potenziale egemone in Medio Oriente. Le strategie anti-Is e le rivalità con l’Arabia Saudita ne sono la prova. Senza dimenticare l’appoggio cinese

Iran

Nella lotta all’egemonia regionale in Medio-Oriente, gli esperti accordano una sensibile posizione di vantaggio all’Iran. Ciò a causa della sua riabilitazione sul piano internazionale, ma anche grazie a circostanze favorevoli create dalla condotta degli Stati Unti e dai Paesi occidentali in generale.

In primis, l’Is ricopre un ruolo di fondamentale importanza nell’ottica dell’affermazione di Teheran come egemone della zona. La Repubblica Islamica, infatti, sfrutta la lotta allo Stato Islamico a proprio vantaggio, ben consapevole che molto difficilmente gli uomini di al-Baghdadi si spingeranno fino ad attaccarla apertamente. L’Iran ha acquisito un certo credito internazionale dichiarandosi da subito pronta a combattere l’Is già nell’estate scorsa. Inoltre, può contare su un esercito ben addestrato, in particolare sulla temibilissima Forza Quds, organismo responsabile delle azioni militari estere iraniane e principale sponsor delle azioni di Assad, Hezbollah e Hamas. Altro elemento fondamentale è che tale forza militare permette all’Iran di condurre attacchi contro l’Is rischiando ben poco sul piano interno. Se non si tenesse in conto la schiacciante superiorità militare iraniana, infatti, risulterebbe alquanto anomala la mancanza di aggressività che l’Is (sunnita) manifesta verso l’Iran (sciita). E invece, Teheran ha potuto spingersi fino a dichiarare che, qualora le milizie dell’Is arrivassero a meno di 100 km dal confine iraniano o profanassero le città di Karbala e Najaf, sacre allo sciismo, sarebbe guerra aperta.

La lotta di Teheran all’Is viene condotta anche tramite la vicinanza sempre più stretta all’Iraq. Il pasticcio statunitense ha di fatto consegnato Baghdad all’Iran, che ora gestisce in prima linea la politica irachena appoggiando il partito sciita Da’wa, di cui è espressione l’attuale premier Haydar al-Ibadi, così come lo era il suo predecessore Nuri al-Maliki ed altri prima di lui. L’obiettivo di Teheran è quello di aggiungere il tassello iracheno al suo disegno egemonico, completando definitivamente quella fascia di influenza che ha come pilastri l’appoggio ad Assad in Siria e il finanziamento di Hezbollah in Libano. Nel contesto iracheno, tuttavia, si palesano i primi errori iraniani, che si sommano a quelli statunitensi.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, Washington ha gestito la situazione in maniera controproducente, replicando le logiche settarie che avevano portato Saddam a privilegiare i sunniti ai danni degli sciiti e dei curdi. Questa volta, sono gli sciiti ad essere stati favoriti, avendo spianata la strada verso il controllo delle istituzioni. A questo punto, sotto la guida di diversi Primi Ministri espressione della componente sciita, si è perpetrata la vendetta contro gli ex oppressori sunniti e la solita emarginazione- quando non repressione- dei curdi.

Nel frattempo, l’Iran non si è lasciato sfuggire l’occasione di portare sotto la sua ala il vicino, investendo sempre più energie nell’appoggio ai numerosi governi sciiti che esso esprimeva ma non battendo ciglio nei confronti delle sue politiche repressive degli oppositori politici. Come conseguenza di ciò, l’Is ha avuto vita facile nel presentarsi alle masse sunnite come il garante dei loro interessi contro gli usurpatori sciiti. I curdi, dal canto loro, sono disposti a morire per la loro patria mai riconosciuta, ma di certo non si spingono a tanto per Baghdad.

Qualche migliaio di chilometri più a sud, si consuma la guerra per procura contro l’Arabia Saudita, altro competitor regionale. Non è un mistero, infatti, che dietro la ribellione yemenita degli Houthi (sciiti) contro il Governo centrale ci sia Teheran. Dopo la presa della capitale Sana’a -ora divenuta bastione della rivolta- e l’esilio del Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi a Riyadh, gli Houthi pretendono addirittura di rovesciare il trono saudita. La strategia è quella di istigare la minoranza sciita presente in Arabia Saudita –stanziata soprattutto nella zona di Qatif e dell’oasi di al-Hasa- alla ribellione contro il giogo centralista. Re Salman prende molto sul serio le minacce provenienti dal suo confine sud-occidentale. A testimonianza di ciò, Riyadh continua a bombardare le postazioni degli Houthi e si adopera per la creazione di una coalizione militare.

L’attivismo saudita fa ancora più rumore se si pensa che di solito la monarchia preferisce lavorare dietro le quinte e raramente la si è vista così esposta. Un’alleanza tra i rivoltosi e Aqap –al-Qaeda nella penisola arabica- è da escludere viste le opposte visioni dell’Islam, ma il problema potrebbe essere un altro. Qualora la minoranza sciita appoggiata da Teheran prendesse definitivamente il potere in Yemen, potrebbero replicarsi esattamente le medesime logiche settarie descritte in precedenza con riferimento all’Iraq. A quel punto l’Is, che si sta già palesando da quelle parti, potrebbe sfruttare il solito dualismo “noi vs. loro” e raccogliere consensi tra la maggioranza sunnita desiderosa di vendetta contro gli sciiti al potere.

A tutto ciò è da aggiungere il rapporto con la Cina, membro dei negoziati 5+1 che riguardano il nucleare iraniano. Gli interessi cinesi sono prettamente economici. Arrivare ad una soluzione pacifica della questione è indispensabile poiché Teheran rappresenta la terza fonte di approvvigionamento petrolifero di Pechino. Inoltre, un riavvicinamento all’Occidente garantirebbe anche la fine definitiva di qualsiasi regime sanzionatorio, che danneggia le aziende cinesi presenti in Iran. Infine, c’è in ballo il progetto cinese della Silk Economy Road Belt –la via della seta economica– che attraversa tutta l’Asia Centrale ed arriva in Europa passando, appunto, anche dall’Iran. Appoggiare, o comunque non opporsi, alle mire egemoniche iraniane significa investire su un (potenziale) fattore di stabilizzazione della zona, in grado di garantire il passaggio di merci e tecnologie per migliaia di chilometri.

In definitiva, la situazione iraniana è drasticamente mutata in pochi anni. Da stato canaglia per antonomasia è divenuto interlocutore credibile per la questione del nucleare ed è ora in grado di accreditarsi con forza come principale argine allo Stato Islamico e come egemone della regione grazie ai rapporti con l’Iraq e alle vittorie ottenute finora nella guerra civile in Yemen. Il tutto, con il tacito assenso del gigante cinese. Vista la logica settaria che continua a perpetrare, tuttavia, non è affatto scontato che la sua eventuale egemonia sia anche un fattore di stabilità.

 

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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