Il dicembre bollente della minoranza PD

12/12/2014 di Edoardo O. Canavese

La Cgil in piazza, i franchi tiratori nelle commissioni parlamentari, ma non solo. Il ritorno di D'Alema, che compatta la minoranza e attacca Renzi. Ecco come si sta muovendo la sinistra del Pd, tra cortei e fuoco amico, per la riconquista della leadership del Partito.

Minoranza PD

Sciopero generale – Manifestazioni in tutte le principali città italiane, striscioni, slogan contro il governo, fumogeni, scontri con le forze dell’ordine. Lo sciopero generale proclamato per oggi da Cgil e Uil è probabilmente la tappa più infuocata di quest’autunno caldo, nonché il più complesso viatico politico con il quale il governo Renzi abbia dovuto fare i conti dal suo insediamento. Difficile non vedere nelle piazze e nelle sbandierate delle sigle sindacali un preponderante risentimento anti-governativo ed ideologico rispetto al nemico Renzi, al di là del Jobs Act, oltre le sofferenze finanziarie che l’esecutivo affronta in questo frangente.

Sciopero politico – Forse questa è la dicitura più calzante della giornata di oggi dal punto di vista del Partito Democratico. Non è casuale il forte rallentamento delle riforme istituzionali registrato nelle ultime settimane. E non può dirsi “incidente” la battuta d’arresto subita due giorni fa dalla maggioranza in Commissione Affari costituzionali sui membri a vita del nuovo Senato. Sono maturi i tempi perché la varia e multiforme minoranza Pd tenda il suo attacco alla leadership di Renzi. Un attacco che mira a evidenziare la distorsione ideologica che soffrirebbe il più grande partito di sinistra guidato da un liberale, l’oggettività dei dati economici continuamente negativi e l’inadempienza politica del nuovo corso renziano. Tutto questo per riprendersi la guida del governo? No, la guida del Partito.

Minoranza compatta – O almeno questa è l’impressione, considerando la folta partecipazione dei dissidenti alle manifestazioni del giorno – ma è da sottolineare la defezione di Bersani e Damiano – e la condivisione d’intenti con la Cgil, oggi più che mai cinghia di trasmissione della minoranza democratica. I leader? Oltre ai battaglieri Fassina, D’Attore e Cuperlo, oggi tutti in piazza, e Civati, che con i sopracitati ha da poco aperto un privilegiato canale di dialogo, spicca il ritorno roboante di Massimo D’Alema. Che, nonostante non sia più parlamentare, ha duramente replicato al sottosegretario Delrio quando, dopo la sconfitta del governo in Commissione Affari costituzionali, ventilò le elezioni anticipate contro il protagonismo lesivo della minoranza. “Le riforme costituzionali sono materia squisitamente parlamentare” ha sbottato in una nota D’Alema, allo stesso tempo ergendosi in difesa dei suoi e rivendicando ancora una volta il proprio speso specifico all’interno del Partito.

Dalla palude…– Più evidente dimostrazione dell’efficacia frenante della minoranza Pd è la lentezza con cui il governo sta procedendo a spuntare le voci dalla lista delle riforme. La più attuale, il Jobs Act, oltre a non entusiasmare le piazze raccoglie ovunque critiche, ivi compreso nel Pd e in Forza Italia. La riforma elettorale è quotidianamente oggetto di messa in discussione, vuoi per le preferenze, vuoi per premio di maggioranza, fino a riportare in auge già rodati sistemi come il Mattarellum. Quella del Senato è ben lontana dal divenire realtà, come dimostrato dal recente sgambetto sui senatori a vita. La Ditta di D’Alema & co. vuole ingolfare il centometrismo renziano, presumibilmente esorcizzando scissioni o ricorso al voto anticipato che non premierebbero la minoranza, ma puntando al discredito interno di Renzi e alla messa in discussione della sua leadership.

…al voto? – Ai ritmi pachidermici sulle riforme, si aggiungano i continui dati negativi che piovono sul governo: Pil ancora in negativo, rating quasi a livello spazzatura, la freddezza con il Commissario Europeo Junker, non ultimo l’appannamento elettorale nei sondaggi. Tutto pare giocare a sfavore di Renzi e del programma col quale scalzò Letta meno di un anno fa. Per questo il ritorno alle urne evocato da Delrio non è improbabile. La fine del semestre europeo e la scelta del nome del successore di Napolitano potrebbero segnare la fine di un caotico stallo numerico del parlamento. A quel punto Renzi andrebbe alla conta interna, attraverso le primarie, e a quella politica. Promettendo la panchina per tanti illustri suoi dissidenti di questa diciassettesima legislatura.

 

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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